Vignale di Cecilia, all’interno dell’ecosistema di Paolo a sud dei Colli Euganei in località Baone
27 Marzo 2021
Dopo qualche telefonata, eccomi alla scoperta dell’azienda Vignale di Cecilia, a Baone, nella parte sud del complesso dei Colli Euganei.

Ad accogliermi è Serot, un cane da pastore dei Lagorai, che prende il nome proprio da un rifugio situato in questo complesso. Arriva poi Paolo, il titolare di questa realtà, e subito ci incamminiamo alla scoperta degli appezzamenti principali, cuore dell’azienda.
Tra le chiacchiere, Paolo mi racconta che fu il nonno ad acquistare la vallata dove ci troviamo, stanco della sua attività principale di locandiere, nel 1967, per dedicarsi al pascolo e all’agricoltura.
Il suo ingresso è avvenuto solo alla fine degli anni ’90 e per dieci anni ha portato avanti parallelamente la professione di viticoltore e il suo lavoro primario di violoncellista professionista. Un progressivo calare da una parte per incrementare dall’altra, che lo ha portato nel 2009 a lasciare l’attività di musicista per dedicarsi a pieno regime alle vigne e non solo.

Attorno a noi non ci sono solo vigneti, ma anche un recinto con alcune pecore, ed essendo la proprietà recintata, solitamente sono lasciate libere al pascolo (dentro le pecore, fuori i cinghiali). Proprio pochi giorni prima hanno dato alla luce dei piccoli agnellini, ghiotti di latte materno. Spostando lo sguardo verso le rive della vallata, si notano anche alcune arnie per le api, da cui viene ricavato il miele.
L’attività legata al bestiame, abbandonata dal nonno perché poco redditizia, è stata ripresa da Paolo al fine di creare un ecosistema integrato per giovare alla vigna e mantenere un maggiore equilibrio con la natura.
Vignale di Cecilia conta in questa vallata 3,5 ettari a corpo, mentre gli altri sette ettari circa sono sparsi nella zona sud dei Colli, fino ad arrivare ad Arquà Petrarca, per un totale di dieci/undici ettari complessivi. Il terreno è abbastanza uniforme, composto da una stratificazione nel cui fondo valle è presente più scaglia mista ad argilla, mentre nei versanti o rive il mix è principalmente di scaglia rossa e calcare. La conformazione della zona sud dei Colli Euganei è più recente e “più mite” rispetto alla parte nord, con un fondo del mare emerso in maniera meno irruenta e la formazione di colline mediamente più basse e dalla punta più smussata.
L’azienda è certificata BIO dal 2007 (sebbene un solo vino esca con la certificazione in etichetta) e i trattamenti vengono effettuati con poco rame e zolfo, le concimazioni sono del tutto naturali, con l’aiuto delle pecore, e non vengono utilizzati preparati particolari.
Una parentesi sul biodinamico, visto sicuramente come una cosa positiva, ma ormai ritenuti distanti i principi di Steiner e più proiettato ad oggi sul “far vedere che si fa” invece che sul fare realmente.
“è il vignaiolo che deve eseguire queste operazioni per trarre i benefici cosmici delle operazioni biodinamiche, non qualcuno che lo fa per lui ed inoltre se dovessimo considerare quanto riportato nelle vecchie scritture non ci si dovrebbe nemmeno arricchire da un’agricoltura di questo genere”.

Lo scopo di Paolo è quello di lavorare al meglio possibile, senza esasperare le piante, ottenendo poco ma fatto bene, anche grazie all’aiuto di un territorio molto favorevole, alla base della qualità del vino prodotto.
I Colli Euganei sono una zona calda, ma il lavoro e la filosofia sono quelli di fare vini piacevoli, complessi ma dalla beva semplice che non stanchino il consumatore finale.
Spostandoci in cantina, situata sotto alla sala degustazioni, si possono vedere vasche in cemento vetrificate sia rivalutate, sia acquistate negli anni e una parte di barricaia che è stata sempre più ridotta, diminuendo gli affinamenti dei vini in questo vaso vinario.

La cosa più affascinante della struttura è che si possono notare le diverse conformazioni del sottosuolo: da un lato la roccia bianca, da un altro la roccia diventata scura a causa di piccole infiltrazioni di acqua e un lato è stato murato poiché la prevalenza era di argilla. Una cantina tutta su un piano, dettata dalla semplicità e dalla praticità, con un’umidità abbastanza costante al fine di non far seccare i diversi contenitori e, quindi, perdere quantità ingenti di vino. Un ambiente pulito e ordinato per evitare attacchi batterici e limitare il più possibile l’uso della solforosa.
Vinificazioni semplici, senza macerazioni per i vini bianchi e fermentazioni naturali con lieviti indigeni, ormai da dieci anni.
Ci spostiamo, a questo punto, al piano superiore, per assaggiare i vini Vignale di Cecilia; il nome dell’azienda è ripreso dal Monte Cecilia, che svetta tra i Colli Euganei, oltre a richiamare l’ambiente musicale, essendo Santa Cecilia la patrona dei musicisti classici.

Un assaggio di Garganega 2019 “Benavides”, dal nome di una villa situata vicino alla cantina: pigia-diraspatura delle uve, pressatura, fermentazione e affinamento in solo cemento per un vino dai sentori di frutta a polpa gialla, pesca, ma anche agrume ed erbe aromatiche. Un vino piacevole, caratterizzato da un’ottima mineralità e finezza di beva.
Gli atri vini bianchi sono “Cocai”, tocai, dal nome assonante ai bianchi uccelli; “Poldo”, blend di Tocai, Garganega e Moscato, dal nome del vecchio cane di Paolo; “Valdispin”, dal nome di una vallata, rifermentato in bottiglia da uve Glera e Garganega; un Prosecco, prodotto in un piccolo appezzamento di un’amica; per finire, un Moscato Tardivo 2016 e un Moscato Ossidato 2001.

Passando ai rossi, assaggiamo “Covolo” 2017, dal nome di una propaggine del Monte Cecilia, blend di Merlot e Cabernet Sauvignon, e che affinano per una parte in cemento e per un’altra in barrique usate.
Un vino dai sentori di frutta rossa, oltre alla mora e le viole, speziatura che accompagna e in bocca un’ottima freschezza e piacevolezza di beva, con una buona spalla acida, tannino moderato e la mineralità infusa dal terreno. Un vino che sottende un messaggio ben preciso dell’azienda, che vuole puntare alla freschezza e semplicità di beva, in un taglio bordolese non corposo e marmellatoso, ma fine, piacevole ed elegante, che invoglia ad essere bevuto.
Gli altri rossi prodotti da Vignale di Cecilia sono “Moro”, dal colore scuro dato da Cabernet Franc e Carmenere in parti uguali; “Passacaglia”, un secondo bordolese di Cabernet Sauvignon e Merlot, che prende il nome da una danza rinascimentale; “Barba”, una barbera, rara ma non introvabile sui Colli Euganei.
Parlando della storia del taglio bordolese, ricordiamo che le sue uve sono arrivate in queste terre nel 1848 e, per questo, si può quasi considerare autoctono di questo territorio, da cui poi si è diffuso in tutto il Veneto.
Tra gli assaggi, chiedo a Paolo i suoi programmi per il futuro e mi racconta che il suo obiettivo a breve termine è quello di produrre meno vino ma di sempre maggiore qualità, diversificando inoltre l’azienda con l’incremento della fauna, operazione già iniziata con le quattro pecore e i tre agnellini.

“Mi do altri tre lustri per poi decidere che ne sarà di me; amo la mia campagna ma non ne sono legato materialmente, cerco di tirare fuori il meglio senza estremizzare il lavoro in vigna ed in cantina. L’agricoltura sicuramente mi permette di vivere bene, di qualità, non necessariamente economica ma con una libertà nel restare all’aria aperta e fare un lavoro che mi piace; in ufficio appassirei!”
Una visita nell’ecosistema Vignale di Cecilia e nella filosofia di vita di Paolo, con uno scambio di idee, opinioni sul mondo del vino e non solo!
Sicuramente ci sarà la possibilità di tornare a parlare di qualche entusiasmante progetto, ma intanto maglietta numero 24 per lui!


