Vigne Chigi, tra bed & breakfast in centro a Capua e i vigneti immersi nelle campagne di Pontelatone
11 Luglio 2021
La conoscenza con Giuseppe di Vigne Chigi mi ha portato ad iniziare una settimana di vacanza tra le bellezze della Campania, nel centro di Capua, dove dispone di un bed and breakfast. Una location strategica, dalla quale si possono raggiungere entro la mezzora di auto: la Reggia di Caserta, Santa Maria Capua Vetere con lo splendido anfiteatro romano (secondo per grandezza solo al Colosseo di Roma) e la meno conosciuta ma maestosa Reggia di Carditello, tenuta di caccia e sede di allevamento di cavalli dei Borboni.
Relax con molta cultura a portata di mano e senza farsi mancare il vino di Vigne Chigi, che concentra la sua produzione su due uve autoctone, Pallagrello e Casavecchia.
Per toccare con mano l’azienda, i vigneti e la filosofia che promuove, incontriamo Giuseppe tra le campagne di Pontelatone, alle pendici del Monte Friento, dove sorge la cantina e una parte di appezzamenti vitati e piantati ad uliveto.
I terreni sono stati acquistati da Giuseppe nei primi anni duemila, sia per passione, sia per investire sul territorio e su quanto questo può offrire in ambito enologico. Una frase indelebile nella sua mente è quella di un amico che, un po’ per scherzo, ma con un sottofondo veritiero un giorno gli disse: “ero astemio, ma da quando ho iniziato a praticare come avvocato, ho iniziato a bere”. Giuseppe, infatti, svolge il mestiere del vignaiolo quando si leva la toga e dopo essersi cimentato per anni nella vita politica locale.
Vigne Chigi inizialmente produceva uva destinata alla vendita a cantine terze, ma negli anni si è iniziato a vinificare ed arrivare a produrre circa trentamila bottiglie per anno.

Oggi l’azienda è composta da quattro ettari vitati, un ettaro di agrumi, un ettaro e mezzo di uliveto, seminativi e bosco. E’ stata intrapresa la conversione al biologico, anche se negli anni si è sempre condotta l’attività in maniera integrata, evitando i diserbi e concimazioni, oltre a trattare solo quando è necessario.
Distante dai concetti del biodinamico Giuseppe richiama una frase di Eduardo de Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, per sottolineare il suo distacco da queste metodologie, ma rispettando chi le adotta e ne trae dei benefici, talvolta non scientificamente dimostrabili.
Le etichette prodotte sono cinque: Pallagrello Bianco, Pallagrello Rosso, “Rosa Canina” (Rosato di Pallagrello), Casavecchia, “Cretaccio” (a base di Casavecchia).
Quest’ultimo è l’unico che effettua un passaggio in legno di tonneau o barrique di primo passaggio, con una media tostatura e dal 2018 porta l’appellativo di “Riserva”.
Il vitigno Casavecchia è un autoctono rivalutato a partire dagli anni ’90 dal prof. Moio, poiché dopo la fillossera è quasi scomparso e successivamente veniva utilizzato da qualche contadino del posto semplicemente per irrobustire gli altri vini, sia di struttura, che di colore.
In cantina le fermentazioni vengono svolte con lieviti selezionati e vi è un’attenzione particolare alla temperatura, utilizzando principalmente vasche d’acciaio termocontrollate.
Un richiamo alla tradizione sia nelle bottiglie sia nella volontà di utilizzare varietà storiche, che risalgono ad epoche passate e hanno trovato un grande lustro nell’epoca dei Borboni, basti pensare alla Vigna del Ventaglio situata tra le colline del Monte Leucio, già dalla metà del ‘700, nella quale, tra le uve piantate c’era proprio il Pallagrello (chiamato a quel tempo Piedimonte). Anche le etichette richiamano i Borboni, o meglio i cani che utilizzavano per la caccia ai cinghiali, riprendendo delle raffigurazioni che si possono vedere all’interno della Reggia di Caserta: Cherone e Malacera, i protagonisti principali, che vestono i vini dell’azienda, a rimarcare l’attaccamento con la tradizione e la volontà di portare un pezzetto di territorio in giro per l’Italia e per il mondo.
Tra le chiacchiere, ormai giunte le dieci e mezza di mattina, ci dedichiamo alla tipica colazione campana che Giuseppe ha preparato, con bocconcini di mozzarella di bufala, affettati e un formaggio che fa produrre da alcuni casari limitrofi: il “Capotempo di Capua”. 60% con latte di capra e 40% con latte di pecora, affinato due mesi, è un formaggio che riprende la tradizione capuana, di cui si trovano sue tracce già nel 1700, all’interno del Dizionario del Regno delle due Sicilie.
Ad accompagnare il tutto non poteva mancare un calice di Pallagrello Bianco dai sentori freschi, di frutta a polpa gialla e bianca, note di miele, leggermente ammandorlato, fiori gialli, mentuccia con una buona mineralità e sapidità, oltre alla persistenza; ben si abbina soprattutto alla mozzarella di bufala.
Vigne Chigi per il futuro ha il progetto di puntare sull’accoglienza, con la creazione di una nuova struttura a pochi chilometri dall’attuale cantina, dove lo scorso anno è stato piantato un nuovo vigneto. La volontà è quella di ampliare l’offerta e portare gli amanti e gli appassionati, ma anche i neofiti, di questo settore a toccare con mano le eccellenze enologiche campane, abbinate alla cultura e senza dimenticare le prelibatezze gastronomiche.
Una curiosità è che il nome dell’azienda è il risultato dell’unione delle iniziali del nome di Giuseppe “Gi” che sono le stesse del cognome della moglie Gianfrotta (cognome di una delle tredici famiglie nobili di Capua) e le iniziali del cognome “Chi”, da Chillemi.
In attesa di tornare a vedere i progetti realizzati, maglietta numero 64 a Giuseppe!


