Villa Corniole, una domenica mattina assieme a Maddalena che conduce questa realtà assieme al marito e alle tre figlie
17 Ottobre 2021
Una domenica mattina che si apre con l’aria frizzante del Trentino, in località Verla, frazione di Giovo, nella quale sorge l’azienda Villa Corniole.
Ad accogliermi è Maddalena che assieme al marito Onorio e alle tre figlie Sara, Linda e Sabina, conduce questa realtà. Di sicuro la quota rosa non manca e le figlie lavorano attivamente a tempo pieno in azienda, tranne Sara che è comunque presente quando le è possibile, in quanto attualmente impegnata un’altra esperienza lavorativa. Linda e Sabina si occupano rispettivamente della parte di accoglienza, amministrazione e commerciale Italia e sviluppo dei mercati esteri. E’ pur vero che in queste realtà non ci sono dei ruoli strettamente definiti e tutti supportano le varie attività, “sporcandosi le mani” quando necessario.
Prima di scoprire i principali spazi di Villa Corniole, qualche cenno storico, strutturale e territoriale. La famiglia di Onorio ha da sempre prodotto uva, destinata alla cantina di Lavis e parzialmente per micro-vinificazioni destinate ad un consumo personale o per amici e conoscenti. Suo padre fu nei primi anni ’50 uno dei fondatori della cantina di Lavis, pur mantenendo una piccola caneva sotto casa dove consumava qualche bottiglia assieme ad amici e colleghi vignaioli, come tradizione di questi paesi vuole.
Dal 1998 la decisione di investire sulla produzione di bottiglie ha portato Onorio a creare la propria azienda, partendo semplicemente dai vigneti e senza alcuna esperienza in termini di vendita di vino in bottiglia.
I vigneti sono circa dieci ettari, divisi tra la Val di Cembra (sette ettari) e la Piana Rotaliana (altri tre ettari, precisamente a Mezzolombardo). Le varietà coltivate sono differenti nelle due macro aree: nella Val di Cembra sono piantati tra i quattrocentocinquanta e gli ottocentocinquanta metri vigne di Müller Thurgau, Gewürztraminer, Chardonnay e come ultimo impianto il Pinot Nero. Nella Piana troviamo il Teroldego, Lagrein e Pinot Grigio.
Anche i substrati sono diversi: dove sorge la cantina Villa Corniole, a Giovo, è presente una sorta di anfiteatro prevalentemente porfirico, con alcune zone calcaree, molto simili ai territori della Champagne.
La Piana Rotaliana, nella zona di Mezzolombardo, oltre ad avere una diversa esposizione, è caratterizzata da un terreno argilloso, talvolta limoso con alcuni ciottoli, riporto del fiume Noce che la attraversa e attraversava diversamente prima della sua deviazione.
Villa Corniole ha scelto di lavorare applicando la lotta integrata, evitando ogni forma di diserbo chimico, nessun pesticida, utilizzando concimi organici, effettuando il sovescio, ove necessario, e sostituendo i pesticidi con la confusione sessuale. Negli anni favorevoli si cerca di utilizzare unicamente rame e zolfo mentre nelle annate più piovose si cerca di usare prodotti sistemici a basso dosaggio ed impatto ambientale.
E’ curioso sentire come in una zona, la Val di Cembra, ci vogliono circa due volte e mezza in più delle ore lavoro che nella Piana Rotaliana al fine di portare a termine tutti i processi che si concludono con la raccolta.
Un primo ambiente della cantina è quello dove avvengono le principali lavorazioni tra cui la diraspatura, pigiatura e pressatura delle uve, dipendentemente dalla destinazione di utilizzo. La cantina è composta da due piani, ricavando degli spazi per le vasche in acciaio, dove avvengono fermentazioni, assemblaggi e stoccaggio, oltre ad una enorme cella frigo, per poter conservare le uve dopo la vendemmia, permettendosi così di poter calibrare al meglio le varie vinificazioni.

Le uve vengono quasi tutte diraspate e le lavorazioni avvengono per gravità, con un’attenzione accurata per il risparmio energetico, raffreddando le vasche solo con l’utilizzo di glicole e servendosi quasi per la totalità di un moderno impianto fotovoltaico. Le fermentazioni sono tutte controllate e gestite in prima persona mediante l’utilizzo di lieviti selezionati.
Prima di raggiungere la barricaia Maddalena mi fa vedere la riproduzione di una situla, un contenitore dedicato al Dio Lavisio che è stata ritrovata a Cembra e risalente al 450 a. C. testimoniando forme di attività vitivinicola risalenti a quasi duemilacinquecento anni fa. Oggi il reperto originario è conservato nel Castello del Buon Consiglio di Trento.
Il riposo del vino avviene in una barricaia ricavata tra le rocce di porfido, simbolo di questo territorio; un ambiente creato da Onorio negli anni duemila, dove oggi risiedono alcune barrique e tonneau nuovi ed usati, oltre a quattro vasi vinari da cinquecento litri in gres porcellanato, chiamati Clayver (prodotti e brevettati da un’azienda di Genova). Qui l’umidità non manca e la temperatura è costante per tutto l’anno, godendo di circa quattordici gradi. Maddalena tiene a sottolineare che l’utilizzo del legno in tutti i vini è molto moderato e si vuole accompagnare il vino ad un affinamento di contorno, senza modificare quelle che sono le sue caratteristiche principali.
Salendo nella sala degustazioni al primo piano si può godere di una splendida vista sull’anfiteatro del Giovo, con una parte dei settecento ettari vitati della Val di Cembra, caratterizzati da poco più di settecento chilometri di muretti a secco, territorio già patrimonio storico rurale d’Italia.
L’inizio degli assaggi Villa Corniole è dettato dallo spumante Metodo Classico, nella sua versione Pas Dosè, a base di uve Chardonnay, il quale ha riposato quarantotto mesi sui lieviti.
Nel 2009 le figlie hanno insistito sulla produzione di uno spumante Trento DOC, accontentate con mille bottiglie di Brut. Negli anni la piccolissima nicchia è diventata uno dei prodotti di punta dell’azienda Villa Corniole, arrivando quest’anno a “tirare” ventisettemila bottiglie tra Brut e Pas Dosè, iniziando anche la produzione di un Rosè a base, principalmente, di Pinot Nero.
Le uve selezionate per le basi spumante sono quelle degli appezzamenti più alti, uno degli ultimi, messo a dimora cinque anni fa, ad un’altitudine di settecento metri. Ovviamente l’acidità è una delle caratteristiche principali per la buona riuscita di questo vino, il cui nome è un blend delle prima due lettere dei nomi delle tre figlie di Maddalena: “Sa” “Li” “Sa”, per ottenere Salisa.
Bolla fine e perlage delicato per un vino dai sentori che alternano una frutta fresca, pera, mela, ma anche una frutta secca, con leggere note di crosta di pane, fiori bianchi ed erbe aromatiche. Vino teso, verticale, con una buona acidità, mineralità e una sapidità che resta sulle labbra dopo averlo sorseggiato.
Cambio di territorio con il Pinot Grigio Ramato 2018, le cui uve provengono dalla Piana Rotaliana e fermentano per una metà in barrique usate (di terzo e quarto passaggio) mentre per l’altra metà in acciaio. Viene assemblato e poi imbottigliato nel gennaio successivo alla vendemmia e il suo colore buccia di cipolla tenue anticipa dei sentori di pesca, leggera fragolina, ma anche spezia dolce e pepe bianco, con un sottofondo di vaniglia. Succoso al palato, pieno, avvolgente, sempre con una piacevole mineralità, discreta acidità e persistenza.
Tornando in Val di Cembra, passiamo ad un altro vino simbolo del territorio, il “Kròz” Bianco 2018, che prende il nome dal Monte Corona, un blend di Chardonnay al 70% (piantato a cinquecento metri s.l.m) e Müller Thurgau (piantato a seicentocinquanta metri s.l.m) per il restante 30%.
Circa metà delle uve di Chardonnay fermentano in barrique usate, mentre l’altra metà e il Müller svolgono il processo in acciaio, per poi essere assemblate. Maddalena lo definisce “un vino bianco che esce tardi”, così da presentarsi nel migliore dei modi, con un affinamento in bottiglia che lo rende elegante e ben equilibrato. Al naso prevale la frutta, pesca, albicocca, ma anche una nota agrumata, di cedro, oltre ai fiori di gelsomino, note erbacee e una punta di pepe bianco. Al palato è fresco e avvolgente, con un’ottima mineralità, buona acidità, sapido e persistente.
E’ il turno del Pinot Nero 2018, il suo primo anno di produzione, ottenuto da vecchie vigne piantate a seicentocinquanta metri di altezza. Al naso spicca la frutta rossa, ciliegia, fragolina, ma anche una leggera prugna, note di vaniglia, noce moscata e rabarbaro. Un giovanotto intrigante, fresco e minerale, con una buona acidità e una trama tannica che accompagna il sorso; sicuramente sarà affascinante capire la sua evoluzione negli anni.
Una conclusione che ritorna sulla Piana Rotaliana, con il Teroldego “7 Pergole” 2016, prodotto con le uve di vigne trentenni di Mezzolombardo. La fermentazione avviene totalmente in acciaio ed evolve poi tutto in barrique di primo e secondo passaggio per due anni, dove affina per poi essere assemblato ed imbottigliato, per un ulteriore riposo prima della vendita. In vent’anni di produzione sono state saltate cinque annate, nelle quali le uve non erano favorevoli ad essere dedicate a questo vino.
Al naso è complesso, con note di frutta rossa, frutti di bosco, prugna, sottobosco, fino ad arrivare al cioccolato e cuoio, con un sottofondo balsamico. In bocca è ricco, avvolgente, pur mantenendo le note verticali di acidità e mineralità infuse dal territorio, ottima anche la persistenza.
Un viaggio assieme a Maddalena che mi ha gentilmente dedicato la sua domenica mattina, alla scoperta della Val di Cembra e parte di Piana Rotaliana. Sperando di poter tornare a farle visita, anche per godere della meravigliosa terrazza estiva con vista, per lei maglietta numero 93!


