Visita, degustazione e cena con Mamete Prevostini, Mese (Sondrio)

Mamete Prevostini, in compagnia di Mamete alla scoperta dell’omonima cantina; del ristorante e del bed and breakfast adiacenti

02 Dicembre 2021

Mamete PrevostiniCi troviamo a Mese, a circa trenta chilometri dal confine con la Svizzera ed a circa sei da Chiavenna, dove sorge la cantina Mamete Prevostini ed è proprio il titolare Mamete che mi accompagna in questa prima tappa alla scoperta della Valtellina.

Un’esperienza che comincia con la spiegazione di ciò che ha dato vita a questa realtà e struttura, i tipici massi ammontanati chiamati “crotti”, delle grandi pietre di conformazione glaciale che non si sono saldate tra di loro e compongono le montagne di quelle zone, oltre ad alcune parti della Svizzera ticinese.

La particolarità di queste rocce, oltre ad essere friabili e difficilmente lavorabili, è che formano dei cunicoli naturali, una sorta di grotte, da cui un tempo venivano costruite in maniera adiacente le case, sfruttando questi cunicoli come frigoriferi naturali. Frigorifero perché questa particolare conformazione permetteva e permette la discesa di un’aria fredda dalla montagna, definita “Sorel”.

Mamete Prevostini

E’ proprio qui che sorge il “Crotaccio”, luogo dove nel 1767 è stata costruita la prima abitazione, di cui una parte è ancora conservata nella sua conformazione originaria. Disabitata e abbandonata dal 1880 al 1920 è stata acquisita dai nonni di Mamete due anni dopo la fine della prima guerra mondiale, per dedicarsi ad un’agricoltura ed allevamento destinati, in prima battuta, all’autoconsumo.

A cavallo tra le due guerre l’intuizione della nonna di iniziare a servire delle merende per lo più composte da affettati, formaggi e vino, tutto di propria produzione; creando una sorta di agriturismo “ante litteram”.
Dal 1955, finiti i conflitti e con l’incremento del turismo sciistico, le merende hanno visto l’incremento anche di piatti caldi e la sempre maggior affluenza dei turisti che si recavano al Crotto per mangiare e bere un po’ di vino.

Facendo un salto generazionale, che ha visto il papà di Mamete impegnato nell’attività di famiglia, balziamo alla storia dell’ultimo trentennio, con il nostro protagonista Mamete Prevostini che nel 1987 si diploma all’istituto di enologia a Conegliano e fa il suo esordio come aiuto enologo in una delle cantine più storiche e conosciute della Valtellina, la Nino Negri, dove resta per quattro anni.

Mamete PrevostiniPeriodo durante il quale la Valtellina si stava rialzando dalla batosta del metanolo e principalmente dalla nomea che aveva acquisito nel corso degli anni. Un territorio che è sempre stato definito come supermercato di grandi quantitativi di vino destinati al mercato svizzero. Anche se fanno rima tra di loro, quantità non va molto a braccetto con qualità e la produzione contava migliaia di ettolitri di vino, affibbiando il nome “Chiavennasca” a quest’uva, non per la zona di Chiavenna, bensì per la quantità di vino che ne veniva prodotto. Etimologicamente “Ciù” (Più) – “Vinnasca” (Vino/Vinosità). Il mercato principale era proprio quello dei cugini svizzeri, poiché per gli scambi commerciali con questa ridotta parte d’Italia, di confine, non venivano applicati dazi e più era la quantità più ci si poteva riempire le tasche, ottenendo così un popolo di commercianti piuttosto che ambasciatori della propria zona o promotori di qualità.

L’inversione di marcia con il finire degli anni ’80, quando lo sguardo dei valtellinesi non è più stato orientato verso nord, ma, accorgendosi della penisola di cui ne sono territorialmente al vertice, mirarono a conquistare l’Italia. I primi mercati furono quelli delle città più vicine, da Lecco a Como a Milano, per poi trovare spazio nel panorama del vino nazionale e internazionale.

Un’evoluzione con un trend positivo che ha visto l’ascesa dell’azienda Mamete Prevostini, iniziando la produzione delle prime bottiglie “ufficiose” nel 1993, mentre la prima annata etichettata e commercializzata da Mamete è stata il 1996, anno nel quale sono state prodotte circa quindici/diciotto mila bottiglie.

La chiacchierata ci porta a scoprire lo spazio che un tempo era dedicato al frigo di casa, li dove le rocce si sono fermate e hanno lasciato una sala che oggi è adibita a biblioteca del vino, con le vecchie annate dell’azienda, a partire dai primi anni 2000, conservate ad una temperatura che oscilla tra i dodici e i quindici gradi per tutto l’anno.

Mamete PrevostiniA Mese, oltre alla biblioteca storica, si trova solo una parte di stoccaggio del vino e la linea di imbottigliamento, avendo spostato quasi tutti i processi (con l’obiettivo di trasferire anche l’imbottigliamento) nella cantina “CasaClima Wine” di Postalesio. Una cantina di tre piani nei quali l’uva scende dalla pigiatura ed eventuale appassimento, alla fermentazione e affinamento, tutta per caduta. Struttura che è stata la prima di questa zona ad essere certificata da un ente della provincia autonoma di Bolzano, come CasaClima Wine, per la sua infrastruttura a ridotto consumo energetico (per lo più l’energia viene auto-prodotta) e per il basso impatto sulla natura.
Per quanto riguarda gli affinamenti, in cantina è possibile trovare legno di diverso formato, dalle barrique ai tonneau, a botti grandi da venticinque ettolitri. Le fermentazioni avvengono tutte in acciaio tranne per un cru di Valtellina Superiore e uno Sforzato, per i quali si adottano tini di legno.

Parlando di appezzamenti vitati, Mamete Prevostini conta una trentina di ettari di cui metà sono di proprietà e metà sono legati ai vari conferitori, che fanno parte di una rete d’impresa con l’obiettivo di lavorare uniti al fine di portare migliorie ed innovazione per favorire sempre migliori condizioni di lavoro ed ottenere prodotti d’eccellenza, sia in pianta sia in bottiglia.

Circa il 70% dei terreni è situato nella sottozona della Sassella, un cru nell’Inferno, un paio nel Grumello ed i restanti sparsi nella Valtellina e Valtellina Superiore.

La filosofia che viene applicata è quella di una “gestione intelligente” che permetta di portare a casa un prodotto il più sano e maturo possibile, favorendo le vigne, con un basso impatto, ma, a causa dell’abbondanza degli ettari e delle condizioni climatiche non sempre favorevoli, si fatica a parlare di conduzione biologica. Negli anni sono state modificate le tecniche di allevamento, trasformandole a “girapoggio”, così da meccanizzare alcune lavorazioni, pur mantenendo potature, cimature, legature e vendemmia tutte a mano. La vendemmia viene fatta in cassetta, con una resa media che oscilla tra i cinquanta e gli ottanta quintali ettaro.
L’utopia che negli anni può evitare di impattare con i trattamenti sarebbe quella di trovare la formula per ottenere un Nebbiolo resistente, ma siamo ancora distanti.

Mamete PrevostiniVista l’ora di cena ci spostiamo nel ristorante di proprietà “Crotasc”, appena sopra alla cantina, uffici e shop aziendale, cominciando a degustare i vini dell’azienda da un bianco: “Opera”.

Piccola parentesi, l’attività di ristorazione è stata il trampolino di lancio di questa azienda, puntando fin da subito all’agriturismo e di seguito nel mondo vitivinicolo, non viceversa, come è solito incontrare nella maggior parte delle realtà.

Mamete PrevostiniTornando al vino biglietto d’ingresso di Mamete Prevostini, troviamo un blend di Sauvignon, Incrocio Manzoni, Pinot Bianco e Chardonnay, vendemmia 2020, affinato in acciaio tranne che per una piccola parte dello Chardonnay che fa un passaggio in legno. L’etichetta cambia di anno in anno ed è il frutto della vincita di una competizione artistica su invito, con vari pittori che si sfidano a colpi di pennello per firmare la bottiglia di Opera.
Vino dai sentori agrumati, erbacei, di erbe aromatiche, timo, mentuccia, fiore di sambuco, con il Sauvignon che emerge senza predominare troppo. In bocca ben verticale e con una discreta acidità e mineralità.

Mamete PrevostiniDopo una parentesi in bianco il primo rosso assaggiato è il “Santarita” 2019, dal nome della santa (rappresentata in etichetta) del 27 maggio, pochi giorni prima dell’uscita del Rosso di Valtellina prevista per il primo giugno, dell’anno successivo alla vendemmia.

Frutto delle uve più alte e quelle più basse, la macerazione è in questo caso di circa una settimana e l’affinamento in solo acciaio; presenta tenui note di piccoli frutti rossi, ciliegia poco matura e una parte floreale di violetta e rosa. Un vino rosso fresco, con una buona verticalità ed acidità, ideale anche come aperitivo, ma non poco impegnativo visti i tredici gradi e mezzo alcol.
E proprio ad accompagnare questo secondo aperitivo arriva in supporto un tagliere di affettati locali, composto da diversi tipi di bresaola ed alcuni salami di selvaggina e non.

Mamete PrevostiniIl terzo vino in assaggio è “Garof”, Grumello 2018, Valtellina Superiore che dopo undici giorni di macerazione sulle bucce, affinamento per un anno in botte grande e almeno otto mesi in bottiglia si presenta con sentori di frutta più complessa, con una marasca e spunti di sottobosco. Fresco, verticale, ottima acidità e tannino setoso per questo blend di vigneti troppo ridotti per produrre un singolo Cru. Il nome di Garof proviene dai sassi ammontanati che si trovano in Valtellina. In etichetta il marchio dell’azienda scomposto rappresenta simbolicamente i diversi vigneti da cui viene prodotto.

Mamete PrevostiniPassiamo ad una delle più conosciute ed emblematiche etichette di Mamete Prevostini, “La Cruus” (La Croce), unico Inferno prodotto, annata 2018, Valtellina Superiore.  Le uve provengono dal Cru presente nella zona Inferno, tra i cinquecento e i cinquecentocinquanta metri sul livello del mare e vengono vinificate con un processo simile al precedente vino, con una macerazione di qualche giorno in più e un riposo maggiore in bottiglia. Vino che si presenta più strutturato, con un’evoluzione di profumi nel bicchiere, che via via si aprono e donano profumi di marasca, note ematiche, speziate, per un vino ancora più verticale, ma avvolgente, fresco, con un tannino presente ma delicato e di ottima persistenza.
Ottimo in abbinamento con i pizzoccheri (senza glutine) preparati dallo chef!

Mamete PrevostiniPrima di passare agli Sforzato un altro Cru di Valtellina Superiore, questa volta prodotto nella zona della Sassella, “San Lorenzo” 2017. Le uve provengono dal Clos (vigne racchiuse da un muro di sassi) del convento di San Lorenzo, raffigurato in etichetta e, dopo una fermentazione in tonneau restano nella botte di legno dello stesso formato per dodici mesi, più alcuni mesi in botte grande.

Un giovanotto che esce timido, ma sprigiona sentori di frutta nera e rossa, spezia, tabacco, con una balsamicità maggiore del precedente e una costante finezza nella beva, tannino sempre vellutato e ottima persistenza.

Mamete PrevostiniCon l’arrivo del piatto di carne di selvaggina due Sforzato della Valtellina, rispettivamente “Corte di Cama” 2018 (dove in etichetta troviamo una corte stilizzata e delle persone di passaggio) e Albareda 2017 (vestito da un simbolo di forza, probabilmente un orso seduto o una zampata dello stesso animale).
Lo Sforzato è la croce e la delizia sia dei produttori sia di chi ne parla”.
Il primo è prodotto con le uve appassite fino al dieci/quindici dicembre circa, provenienti da più aree del Valtellina Superiore, mentre le uve atte alla produzione del secondo vino provengono dai migliori Cru presenti nella zona di Sassella e Grumello. Mamete PrevostiniPiù complesso e leggermente più alcolico il primo, frutto anche di un’annata più calda, mentre il secondo spicca in eleganza e finezza. Il tannino rispetto ai Valtellina assaggiati prima è più marcato, ma mai invadente ed emerge in entrambi i vini un piacevole equilibrio, senza mai peccare di pesantezza o stucchevolezza.

C’è da dire che tra tutti gli assaggi, non per l’indiscussa qualità, ma i calici terminati sono stati quelli di “La Cruus” e “San Lorenzo”.

Per quanto riguarda alcuni numeri sulla produzione dei vini Mamete Prevostini si può indicare una media di bottiglie per anno di circa centottantamila, con circa settantamila di Sassella e ventimila di Sforzato, che coprono circa il 50% del totale.

Mamete PrevostiniUna curiosità è che il nome di Mamete è stato ereditato dal nonno ed è quello del santo patrono del paese di Mese.

Concludendo con un caffè della buonanotte la chiacchierata il pensiero porta il protagonista di questa serata a sbilanciarsi sul suo desiderio del presente e del futuro, che consiste nel voler poter portare la Valtellina dove merita di essere, credendo in vini che possano essere una bandiera di una regione nella quale il nome della vallata può non venire alla mente come primo pensiero.

Dopo un po’ di riposo nel silenzio dell’accogliente struttura appena sopra al ristorante, un po’ di scorta di bottiglie e maglietta numero 115 per Mamete Prevostini.

Mamete PrevostiniSarà un piacere poter tornare al “Crotaccio” nel periodo estivo, durante il quale Mamete Prevostini mi racconta trasformarsi in un luogo incantato, una grotta naturale formata da castani, ippocastani e tigli.

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