Agenda di un sabato pomeriggio di gennaio ribaltata più volte, che alla fine mi ha portato a scoprire l’azienda Del Rebene assieme a Claudia
21 Gennaio 2023
Tra le colline di Zavoncedo, immersa nei Colli Berici, si trova una stradina sterrata, la quale permette di entrare in un luogo bucolico, contornato dal silenzio del bosco, che alla fine conduce ad un cancello, dove svetta la scritta Del Rebene.
In un freddo sabato di gennaio, avendo più volte ribaltato l’agenda, ad accogliermi è Claudia, che assieme al compagno Francesco conduce questa piccola e, se vogliamo, neonata, realtà vitivinicola. Grazie ad un giro in mountain bike alla fine degli anni’80, Francesco è stato attratto da questo luogo, che faceva capolino in lontananza, in mezzo al bosco, che lo stava inghiottendo. In quegli anni, infatti, l’attuale struttura era irraggiungibile e per scoprirla è stato necessario abbandonare le due ruote e dirigersi a piedi. Un amore a prima vista, per quell’antico borgo abbandonato dagli anni ’50. Francesco intraprende con entusiasmo giovanile il recupero dei ventitrè ettari di proprietà, coltivando sei diverse varietà di ulivi: Rasara, Coratina, Pendolino, Maurino, Leccino e Grignan.
Inizia poi il restauro del borgo principale e delle strutture più importanti e rappresentative, come il vecchio forno con cui si faceva il pane per la comunità residente nelle vicinanze.
Nel 1992 pianta il primo vigneto di Carmenere ed inizia l’attività di vendita sia di uva sia di olive, chiamando l’azienda agricola Del Rebene, dal cimbro (questa zona era stata un tempo colonizzata dalla popolazione dei Cimbri) “Reben”, che significa vigna.

Una prima svolta aziendale nel 2011 quando si cominciò a produrre qualche bottiglia, per uso personale e per qualche amico, per poi passare a vinificare nel 2013 in una cantina limitrofa ed organizzarsi nel 2014 con alcuni attrezzi di recupero, per effettuare la trasformazione dell’uva nella cantina, situata in un vecchio deposito tra la casa ed il vigneto. “Diciamo che nel 2014 è nato il brand Del Rebene, ma senza vendita di bottiglie, poichè, vista l’annata, non avevamo la qualità necessaria per produrre vino”.
Il 2014 è stato anche l’anno di impianto del nuovo vigneto di Carmenere, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e, nel 2017, un ultimo impianto di Tai Rosso, altra uva tipica di questo territorio, così da avere ad oggi un totale di cinque ettari vitati. Il terreno in questa zona è abbastanza uniforme, con la prevalenza di calcare (dove non mancano i fossili) e argilla, anche se in alcune zone della proprietà è stato trovato del terreno vulcanico/basaltico. Fin dall’origine Francesco ha sostenuto un’agricoltura biologica, con certificazione ottenuta nel 2006, nutrendo il terreno con vari sovesci e utilizzando solo rame e zolfo nei vigneti ed una melassa naturale per gli ulivi in caso di presenza, per fortuna rara, di mosca.
Scortati dal gatto Dado e dal cane Pepe diamo un veloce sguardo alla cantina, dove si utilizzano vasche di cemento recuperate e ristrutturate, ed acciaio; da quest’anno è stata introdotta una pressa, usata, poiché precedentemente si utilizzava un torchio manuale.
Ad incantare in questo luogo quasi incontaminato è il panorama a trecentosessanta gradi, ricco di vigneti ed ulivi circondati dal bosco, ma anche da un ramo della Val Liona, la Valle del Gazzo, e la vecchia cava speculare all’azienda, dove un tempo estraevano la pietra bianca.
Le bottiglie prodotte da Del Rebene sono circa quindici/venti mila a seconda dell’annata, prevalentemente ottenute da uve a bacca rossa, anche se negli ultimi anni sono stati introdotti una Garganega, ottenuta con un paio di giorni di fermentazione e una Garganega rifermentata in bottiglia, grazie alla collaborazione con un amico produttore e le sue uve. Le uve a bacca rossa restano a contatto con le bucce tra i dieci e i quindici giorni di media e le fermentazioni sono innescate da un pied de cuve.
Per quanto riguarda il mondo degli oli, ne vengono prodotte di tre tipologie: un blend di tutte e sei le cultivar, una Rasara (oliva più tipica di questo territorio) in purezza e una Coratina, oliva del sud Italia, anch’essa in purezza, la quale ha raggiunto risultati eccellenti nella calda estate del 2022.
Ritornati al caldo della casa padronale, accolti nella sala degustazioni, andiamo a scoprire due Carmenere che vengono prodotti da Del Rebene; la stessa tipologia di vino in due annate differenti e “frutto della mano” di due diversi enologi. Il primo è un Carmenere 2019, affinato in solo cemento per diciotto mesi, il quale si presenta delicato al naso, con spunti floreali, di petali di rosa, note erbacee, frutti rossi, fragola, lampone, spunti ematici, un leggero tocco di bastone di liquirizia. In bocca entra fresco, con una buona beva, minerale, con un tannino delicato, buona spalla acida e discreta persistenza.
Il secondo vino è dell’annata precedente, 2018, l’affinamento è stato praticamente lo stesso, ma ha subito un travaso in meno. Le note che si percepiscono si possono definire più “rustiche”, non con accezione negativa, ma più legate ad una frutta rossa, che si esprime dopo qualche minuto, quando viene ossigenato il vino, mantiene gli spunti erbacei ed ematici e vira su una frutta quasi in confettura, con note di sottobosco. In bocca le caratteristiche sono simili, il tannino è leggermente maggiore, ma mantiene una buona freschezza e beva.
Ufficialmente l’azienda ha cominciato la sua attività commerciale tra il 2017 e il 2018 e ad oggi oltre al Carmenere assaggiato, produce una Riserva della stessa varietà e un Carmenere “base”, oltre ad un Tai Rosso e le due, già citate, versioni di Garganega.
Le bottiglie sono vestite con un’etichetta ben riconoscibile, alcune righe che rappresentano i filari, di colore rosso o giallo a seconda delle uve, su sfondo bianco.
Negli ultimi anni, inoltre, Francesco e Claudia hanno investito nell’ospitalità, dedicando parte della struttura a nove posti letto e sala per la prima colazione. In attesa di provare una notte di relax tra il silenzio di queste bucoliche colline diamo la maglietta numero 216 a Claudia, con la quale, inaspettatamente, scopro di avere in comune, non solo la passione per il vino, ma anche il percorso di studi universitari in psicologia del lavoro.


