Dopo diversi tentativi, alzataccia alle cinque di mattina, direzione Umbria, per scoprire l’azienda Raina, assieme al vignaiolo Francesco Mariani
03 Febbraio 2023
Alzataccia alle cinque di mattina e poco più di quattro ore di strada, in direzione Umbria, per scoprire l’azienda Raina, assieme al vignaiolo Francesco Mariani ed al cane Zuzzurro, che ci ha scortati nelle varie tappe. Siamo nella parte sud-est del comune di Montefalco, a Turri di Montefalco, una sorta di crocevia tra i comuni di Trevi, Foligno, Castel Ritaldi e Montefalco; dove finiscono le colline ed inizia una parte pianeggiante, che mantiene comunque un’altitudine di circa duecentotrenta metri sul livello del mare.
La peculiarità del territorio è quella di avere un substrato argilloso, di origine alluvionale, con una forte presenza di sabbia e scheletro; le temperature sono calde d’estate e rigide d’inverno, con una grande escursione termica tra giorno e notte. Tutte caratteristiche che infondono al vino meno struttura, ma più eleganza e freschezza, permettendo un’estrazione maggiore degli aromi e una minore concentrazione alcolica, peculiarità che riflettono la mentalità di Raina. Gli ettari vitati ad oggi sono dieci, di cui due in affitto e gli altri che si estendono per lo più a corpo. Le varietà coltivate sono le più tipiche della zona, con l’autoctono Sagrantino, piantato in collina, nel Campo di Raina, dal soprannome del contadino che lo possedeva (pur non essendoci la vigna in origine) e da cui prende il nome l’azienda. A bacca rossa troviamo poi Sangiovese, Montepulciano, Syrah e Merlot, quest’ultima presente in Regione da più di cent’anni; mentre a bacca bianca a farla da padrone sono Trebbiano Spoletino, Trebbiano Toscano e Grechetto.
L’azienda Raina si è sviluppata negli anni cambiando il volto originario iniziato da papà Fabrizio, che coltivava la vigna in maniera convenzionale, con un approccio più interventista in cantina. Francesco, dopo una laurea in filosofia ed una carriera da cuoco in diversi ristoranti, nel 2007 ha preso in mano l’attività mutandone fin da subito la sua forma. Si è passati a lavorare in biologico, ampliando pian piano gli ettari vitati e creando successivamente, nel 2010 una nuova cantina al fine di gestire in maniera più comoda le vinificazioni, arrivando oggi a produrre circa ottanta/novanta mila bottiglie per anno.
Dal 2012 Raina è passata dal Biologico al concentrarsi sulla biodinamica, con l’adozione di preparati come il 500 ed il 501, compost, letame organico, sovescio a filari alterni e limitate dosi di rame e zolfo. Per i trattamenti vengono utilizzati anche decotti a base di salice selvatico (albero che svetta nel mezzo di una delle vigne), ortica, equiseto ed aglio, ottimo alleato contro l’oidio. In vigna sono presenti anche delle stazioni metereologiche al fine di monitorare le bagnature fogliari e di conseguenza l’incubazione eventuale delle malattie, al fine di trattare esclusivamente quando è necessario.
Dando uno sguardo alla cantina, che sarà ampliata nel 2023 con una nuova struttura in bioedilizia, adiacente a quella esistente, si possono notare vasche in cemento, acciaio e vetroresina, oltre ad alcune botti di rovere e castagno di medio-grande formato.

Le vinificazioni vengono definite da Francesco non interventiste, facendo parte dell’associazione Vini Veri, si seguono tali paradigmi e filosofia. Ogni massa effettua una fermentazione spontanea, con tutte le uve che sostano sulle bucce, non effettuando in alcun caso una pressa diretta, accompagnando il vino in bottiglia senza inficiare sui vari processi, prestando molta attenzione all’annata e al tipo di vitigno. Parlando di solforosa, anche in questo caso si cerca di evitarne l’utilizzo, limitandone una piccola aggiunta in fase di imbottigliamento.
Parlando dei vari vitigni e vinificazioni andiamo a rubare qualche assaggio dalle vasche, cominciando con il Grechetto 2022 frutto di tre vendemmie diverse, essendoci diversi appezzamenti, così da ottenere il blend più equilibrato, prodotto da una vendemmia più anticipata del campo situato vicino al laghetto, una leggermente più tardiva della vecchia vigna e una ad ottobre delle uve che nascono sul terreno più sabbioso e sassoso. In questo caso la macerazione è di soli due giorni, così da non estrarre la parte più tannica ed ossidativa di questa varietà, che sicuramente ha la necessità di affinare in bottiglia, per esprimere appieno le sue potenzialità. Il Trebbiano Spoletino, che in bottiglia prenderà il nome di “Campo di Colonnello”, invece, macera otto giorni, estraendo le sue note aromatiche, floreali, con spunti ancora molto freschi ed erbacei oltre ad un ingresso in bocca più tannico e con una maggiore spalla acida.
La macerazione più breve è per il Syrah, solo sei ore in pressa, per ottenere un colore rosato. Passando al mondo dei rossi troviamo il “Rosso della Gobba” con un 70% di Sangiovese, 20% Montepulciano e 10% Sagrantino, affinato tra cemento e acciaio; il Montefalco rosso, il “Campette”, con 70% di Sangiovese, 20% Merlot e 10% Sagrantino, affinato in legno usato per circa un anno e il Sagrantino Montefalco “Campo di Raina”, frutto di due raccolte delle uve: quelle della vendemmia anticipata macerano tre giorni sulle bucce, mentre quelle raccolte nella vendemmia successiva svolgono la macerazione fermentativa sulle bucce. Due vini che affinano rispettivamente in botte di cemento ed in botti grandi di rovere, che poi vengono uniti per dare vita ad un vino che viene definito “controcorrente”, per la sua freschezza e bevibilità, oltre ad un tannino non invadente, testato direttamente dalla vasca nella sua annata 2020, la quale uscirà nel 2024.
Quando la stagione lo consente viene prodotta anche una Riserva di Sagrantino Montefalco, il “Pretelle” (dal dialetto “petrette” che identifica la parte più alta e sassosa dell’appezzamento), vino le cui uve sono selezionate dal Campo di Raina solo nelle migliori annate. L’ultima è stata la 2020, che sta riposando in tonneau.
Le etichette dell’azienda Raina riportano un albero, simbolo della vita, metafora della conduzione biodinamica, con in evidenza la radice della pianta che rappresenta il cervello che coordina la parte in superficie, come il terroir e la conduzione della vigna lo sono per il prodotto finale. Le etichette del Trebbiano Toscano e del rosato di Syrah raffigurano un pesce e i vini prendono il nome dalla Peschiera di Pacino, il già citato laghetto adiacente alla cantina, popolato da carpe, accanto al quale sono piantati i due vigneti con cui si producono questi vini.
Dopo qualche furto per capire la mentalità di Francesco e l’essenza dei vini Raina, che sicuramente devono essere aspettati per poter giovare delle loro migliori caratteristiche, uno sguardo anche al magazzino e sala di imbottigliamento/etichettatura vicine all’abitazione del vignaiolo (una vecchia casa rurale del diciannovesimo secolo) e la sala degustazioni che assomiglia più ad una sala di un ristorante. Con l’intento di voler riprendere la vecchia attività di cuoco è stato creato un ambiente che potesse essere luogo di pranzi e cene di degustazione, con tanto di cucina professionale, dove Francesco si cimenta ancora oggi dietro ai fornelli.
Per il futuro non ci si vuole di certo fermare e sono previste alcune iniziative di collaborazione con altri vignaioli, oltre all’apertura di una foresteria con camera per gli ospiti dell’azienda ed infine l’investimento su una riserva di Grechetto, in uscita tra due anni, per poter valorizzare un vino che tendenzialmente non si fa affinare molto, ma che può far emergere sentori ed evoluzioni molto interessanti, dopo un po’ di riposo.
I dieci ettari verranno mantenuti tali e non c’è l’intenzione di puntare su nuovi appezzamenti vitati. Oltre alla produzione di vino con i centoventi ulivi presenti viene prodotta una modesta quantità di olio per la famiglia e per il ristorante e negli ultimi anni si sta producendo anche sidro di mele. Quest’anno è stato prodotto anche un sidro di mele, ma solo per uso personale.
Prima dei saluti una conclusione dolce-amara con il Vermouth “Numero Uno” fatto produrre in Piemonte, con una base di Sagrantino al 75% e un 25% di Trebbiano Toscano. Il vino viene aromatizzato con essenze come agrumi, china, genziana, cannella, rabarbaro, assenzio, chiodi di garofano…Un Vermouth insolito che valorizza il territorio, con un alternarsi di dolcezza e le parti dure del Sagrantino.
Ringraziando Francesco, per lui maglietta 217!


