Marchesi di Barolo, un percorso nella storia dell’Italia e del Piemonte, attraverso gli occhi di una delle più storiche aziende delle Langhe
2 Maggio 2023
La pioggia è incessante, toccasana contro la siccità del periodo, e la visita alla cantina Marchesi di Barolo, situata proprio a Barolo, comincia, assieme alla preparata Ambra, nella parte privata e non accessibile al pubblico dell’azienda (una piccola eccezione per pochi). Una stanza dove non è possibile non rimanere a bocca aperta, al cui interno sono presenti centinaia di bottiglie di vecchie annate dei vini, conservate addirittura dal 1938. Una sorta di museo privato di Barolo Riserva e dei cru Sarmassa e Cannubi, che ogni venticinque/trent’anni vengono stappate, assaggiate e ricondizionate, pulendone le bottiglie e cambiando i tappi, senza lasciare il vino a contatto con l’aria ed eventualmente sacrificando qualche esemplare per le colmature. Oltre alle riserve che di tanto in tanto vengono stappate e talvolta vendute, sono presenti anche alcuni cimeli più storici, appartenuti alle proprietà precedenti e ritrovate facendo alcuni lavori di ripristino della cantina, con alcuni esemplari di annate di inizio Novecento.
Il processo di vinificazione comincia dal cortile di Marchesi di Barolo e qui durante la vendemmia si assiste ad un traffico di trattori che portano le uve provenienti dalle varie zone vitate. Tendenzialmente si lavora tutto diraspato e le uve vengono fatte fermentare in acciaio. “In Barolo si usano botti grandi!”.
Per toccare una delle parti più storiche della struttura ci immergiamo nei suoi cunicoli ed in una prima stanza si possono trovare alcune botti di legno di rovere di slavonia da cento ottantacinque ettolitri, prodotte negli anni ’60 a Milano, montate direttamente in questi ambienti e ancora oggi utilizzate; ripristinate con una levigatura ogni sei/sette anni. Una particolarità è che nella costruzione della cantina si è lasciata un’area non piastrellata in cui è stato riposto del lapillo lavico, utile per trattenere l’umidità e, nel caso in cui questa fosse limitata, si procede bagnando il materiale. Di fronte alle enormi botti in legno si trovano anche vasche in cemento, utilizzate per l’affinamento finale dei grandi Barolo.
Tenendo in considerazione che la maggior parte delle vasche d’acciaio, usate per le fermentazioni, sono riposte all’esterno, una delle aree più storiche di Marchesi di Barolo, costruita nel diciannovesimo secolo, ospita ancora legno di differente formato. La grande sala delle botti, anche in questo caso in una delle aree più antiche dell’azienda è gremita di botti grandi, tonneau e barrique.
Il Barolo e i suoi Cru affinano per un terzo della massa tendenzialmente in barrique, mentre per la restante parte in botte grande. Dopo gli anni di affinamento in legno e il conseguente imbottigliamento si lascia riposare almeno sei mesi prima della commercializzazione.
La storia traspira dalle mura e da ogni particolare di questa realtà e il racconto comincia da Carlo Ippolito Ernesto Tancredi Maria Falletti di Barolo, ultimo dei Marchesi di Barolo, nato nel 1782 a Torino, il quale nel corso della sua vita viaggiò nel mondo. In Francia iniziò a frequentare la corte aristocratica e diventò prima Guardia d’Onore a Cavallo e poi Ciambellano alla corte di Napoleone, e, nei salotti francesi, incontrò la giovane nobile Juliette Colbert, sposata nel 1806. I due tornarono assieme in Italia per amministrare le proprietà di famiglia, tra cui Palazzo Barolo a Torino e i possedimenti a Barolo come il Castello Falletto; territorio nel quale si produceva già vino. Un vino diverso da quello che consociamo oggi, con uve Nebbiolo, fermentate tipicamente in tini aperti, molto usati, che talvolta subivano gli agenti esterni e spesso non arrivavano al completamento del processo fermentativo. Risultati finali che venivano descritti in modo molto poetico, ma di certo con frasi che non erano l’emblema della qualità: “dolci come il Madeira, frizzanti come lo Champagne e tannici come i Bordeaux”. Juliette si rese conto del potenziale del Nebbiolo e, grazie all’aiuto di un enologo francese cominciò ad effettuare le prime vinificazioni, costruendo la cantina che possiamo vedere oggi, adottando botti chiuse e un processo che richiedeva maggior affinamento in legno, così da ottenere un vino più morbido e non frizzante, che ha chiamato Barolo, dedicandolo al paese in cui nasceva. Iniziò così la sua commercializzazione e promozione e rimane impresso nella storia l’omaggio a Carlo Alberto Re di Savoia, episodio tra i più singolari: fu proprio il Re a richiedere personalmente alla Marchesa, avendone sentito tanto parlare, di assaggiare il suo famoso Barolo. Così, Juliette promise di mandare una botte di vino al sovrano per ogni giorno dell’anno. La prima spedizione fu di trecentoventicinque carrà, con lo stupore del Re, poiché non vennero coperti tutti i giorni dell’anno: la Marchesa aveva voluto rispettare i quaranta giorni di quaresima, per cui il sovrano doveva dare il buon esempio.
Le botti utilizzare per trasportare il vino erano di una forma che non siamo abituati a vedere oggi, più schiacciata, dal nome “Carrà”, ovvero carrabile, riprodotta e posizionata nella storica cantina. Il Barolo ebbe un grande successo alla corte reale e diventò il vino di tutti i banchetti definendolo il “Vino del Re” o il “Re dei Vini”. A testimonianza delle varie storie che coinvolgono questa realtà, l’attuale titolare, ha racchiuso all’interno di un file scaricabile nel sito web aziendale, i principali documenti storici ritrovati nel corso degli anni.
L’azienda è stata protagonista di alcuni concorsi internazionali, in cui ha trionfato vincendo le medaglie d’oro, orgogliosamente esibite in una teca. Si possono vedere i titoli vinti a Vienna nel 1873, Bruxelles nel 1910, Torino nel 1884 e come dimostra la bottiglia del 1895, posizionata nella stessa teca, sono state adottate simbolicamente le medaglie per decorare le etichette.
Juliette ci lasciò nel 1864, senza eredi, e la cantina fu donata in eredità all’Ente Morale da lei appositamente fondato, l’Opera Pia di Barolo, che ha portato avanti l’allevamento della vigna e le vinificazioni fino al 1929 quando, a seguito delle decisioni prese nei patti lateranensi, che impedivano la commercializzazione del vino per l’Opera Pia di Barolo, non potendo avere alcuna attività economica, la cantina fu acquisita dalla famiglia Abbona, che già produceva vino e voleva incrementare le quantità delle sue bottiglie. Bottiglie che nella vecchia realtà uscivano con il nome aziendale di famiglia, rivalutato fin da subito in Marchesi di Barolo. Negli anni sono state acquistate nuove botti e ripristinati i vari ambienti, senza mai denigrare la struttura originaria e addirittura conservando alcune botti utilizzate per le vinificazioni dalla marchesa. Nel 2002 queste ultime hanno subito l’ultima levigatura ed ancora oggi sono utilizzate per le vinificazioni. Curiosità è che il vino viene trasportato alla linea di imbottigliamento, per gravità, fin dagli anni ’70, tramite un vinodotto sotterraneo in uno stabile più basso della cantina, così da stressare il meno possibile il prodotto finale.
Saltando ai giorni d’oggi troviamo la quinta e sesta generazione della famiglia Abbona a capo delle Cantine dei Marchesi di Barolo, rappresentata da Ernesto assieme alla moglie Anna e i figli Valentina e Davide, in un’azienda che conta centodieci ettari vitati tra Langhe, Roero e Monferrato Nicese. Nella conduzione dei vigneti si cerca sempre più di abbassare le quantità per promuovere la qualità, gestendo al meglio i trattamenti, l’apparato fogliare aiutando l’equilibrio della pianta.
Le etichette prodotte da Marchesi di Barolo sono diverse. Nella gamma troviamo: sette Barolo, due Barbera d’Alba, un Nizza, due Nebbiolo d’Alba, due Dolcetto, Arneis, un assemblaggio di vini bianchi – Arneis, Sauvignon Blanc e Chardonnay – Moscato d’Asti, Barolo Chinato e anche una Grappa di Barolo.
Per assaggiare qualche etichetta prodotta dall’azienda raggiungiamo la sala degustazioni, adiacente allo shop, e cominciamo con due Barbaresco di una linea che esula dal brand Marchesi di Barolo, ma facente parte del progetto Cascina Bruciata, una proprietà rilevata dalla famiglia Abbona nel 2016 e gestita principalmente dalla nuova generazione Valentina e Davide. Due Barbaresco che portano in etichetta il nome del Cru Rio Sordo, il Barbaresco Rio Sordo e la sua Riserva che ad oggi si affina in botti da 30 ettolitri. Il primo vino, un 2018, appare più fresco al naso, con spunti di frutti rossi maturi, note floreali di viola, note ferrose, cipria, mentre il secondo, Riserva 2017, fa apparire di più i sentori terziari che aggiungono al naso spezie dolci, sentori di vaniglia, note balsamiche. In bocca entrambi hanno una buona beva, discreta mineralità e sapidità, tannino maturo, più marcato nel secondo vino.
Tornando a parlare di Barolo non potevamo non assaggiare i due Cru di Marchesi di Barolo: “Coste di Rose” e “Sarmassa”, entrambi annata 2018. Le uve del primo vino vengono coltivate di fronte al Castello di Barolo in un terreno più sabbioso e il suo affinamento avviene per un terzo in barrique di rovere francese, mentre la restante parte in botti di rovere di slavonia. Il secondo vino è ottenuto da uve che si coltivano a sinistra della cantina, in una collina argillosa e un terreno più compatto, e, viste le difficoltà delle piante, si affibbia a questo Barolo il soprannome di “Guerriero”. Nel primo vino emerge una minor struttura, con sentori più balsamici e mentolati, ricco comunque al naso di note fruttate, floreali e speziate, con una maggior verticalità e “facilità di beva”. Nel Barolo “Sarmassa” emerge un maggior corpo fin dal suo olfatto, con sentori più legati alla frutta scura, note vanigliate, tabacco dolce ed in sottofondo spunti di arancia sanguinella. Anche in bocca il secondo vino è più “muscoloso”, con un tannino più marcato e una maggior persistenza.
Infine la Riserva di Barolo 2013, prodotto nelle grandi annate, ottenuto dall’assemblaggio delle migliori uve Nebbiolo provenienti da diverse zone vitate. Vino che affina in botte grande per almeno 18 mesi, per poi riposare ulteriormente in bottiglia ed esprimersi nel calice con un colore più marcato, sentori più eterei, spunti di rosa, bastone di liquirizia, cannella, tabacco dolce, sottobosco, per un sorso pieno, corposo, ma comunque fresco e di beva, abbastanza minerale, tannino ben presente ma già abbastanza setoso e buona persistenza.
Una chiacchierata finale con Anna ed Ernesto Abbona, in attesa di provare con più calma la cucina del ristorante adiacente, aperto nel 1996, e magari qualche vecchia annata. Per loro maglietta numero 245!


