Eredi di Cobelli Aldo, finalmente alla scoperta di questa realtà situata sulle colline di Pressano, condotta dai tre fratelli: Tiziano, Devis ed Ivano
20 Maggio 2023
Dopo più di qualche anno di conoscenza con uno dei tre fratelli Cobelli, Devis, finalmente riusciamo ad incastrare un incontro nell’azienda di famiglia Eredi di Cobelli Aldo, nel concludersi di una giornata segnata dal brutto tempo ed il clima più autunnale che primaverile. Ci troviamo sulle colline di Sorni a Lavis, territorio nel quale la famiglia Cobelli si è insediata a metà dell’800, lavorando prima come mezzadri, per poi acquistare quello che era chiamato Maso Panizza di Sopra, struttura del quindicesimo secolo che fa ancora parte del corpo principale dell’azienda.
La campagna e i vigneti sono sempre stati parte delle attività, piantati principalmente da nonno Adriano e alimentati da papà Aldo, il quale produceva vino da bere con gli amici e con le persone che si fermavano in azienda, anche solo per un saluto. Fino alla fine degli anni ’80 oltre all’agricoltura era florida anche l’attività di allevamento, con maiali, conigli, galline e mucche. Ritornando a parlare di vino, il quantitativo di sfuso si aggirava sui trenta ettolitri l’anno. Un’attività che veniva portata avanti assieme al fratello Valeriano, mancato nel 2001. Purtroppo quattro anni più tardi è mancato anche Aldo, lasciando la moglie Renata e i tre figli: Devis, Tiziano e Ivano.
Tiziano era fresco di studi in enologia e Devis aveva terminato il percorso come perito agrario, trovandosi davanti ad un bivio che vedeva da un lato la possibilità di mantenere i vigneti come un dopo lavoro, mentre dall’altro la concretizzazione di una vera e propria azienda vitivinicola. La seconda strada ha avuto la meglio e nel 2008 è nata ufficialmente l’azienda Eredi di Cobelli Aldo, ovviamente in onore di papà Aldo.
Pur con un tempo poco favorevole, per toccare con mano i vigneti di questa realtà, ci spostiamo assieme ad Ivano nella parte esterna dove, attraversando la strada, si possono vedere quasi la totalità degli ettari vitati. Nove ettari che si estendono quasi in un corpo unico, essendoci qualche appezzamento anche nella parte della collina dietro al maso. Negli anni si sono vendute le parcelle più distanti per creare un macro appezzamento vicino alla cantina, compreso tra i duecento e i cinquecento metri sul livello del mare. L’uva che ha segnato il punto di partenza dell’attività vitivinicola è stato il Teroldego. La conduzione è biologica, con certificazione ottenuta nel 2014, inserita in etichetta nel 2019. “Non facciamo biologico per vendere di più o per vendere un vino che agli occhi del consumatore fa meno male, ma lo facciamo per chi effettua i trattamenti e per le persone che vivono qui intorno, noi per primi”. “Non ci importa fare quantità e nemmeno avere i vigneti perfetti diserbando, anzi l’erba è la cosa più bella da vedere”. Un’azienda che rispetta l’ambiente e che non vuole diventare un’industria del mondo del vino; i lavori sono fatti tutti manualmente tranne lo sfalcio dell’erba, dove ci si aiuta con un po’ di tecnologia.
Tra i vari vigneti Ivano ne mette in evidenza uno in particolare, piantato da papà Aldo negli anni ’90, mille metri di Teroldego, in una zona da lui identificata come vocata per quest’uva. E sicuramente non si sbagliava, poiché ancora oggi viene prodotto il Teroldego “Grill”, appartenente alla linea superiore. Aldo viene definito come “un Ors”, “non ti abbracciava e non ti diceva ‘bravo’, ma ti dava fiducia, se dimostravi di fare le cose con un senso”.
Tiziano è stato il primo a supportarlo nelle attività vitivinicole, apportando una giusta dose di innovazione, senza mai trovare i bastoni tra le ruote dalla famiglia. Una delle pratiche che si son cominciate a fare è la selezione delle uve prima della vendemmia, scartando alcuni grappoli, tagliandoli e lasciandoli per terra. Un grande scalpore per questa zona, definendo i Cobelli “i matti che buttavano via l’uva”. “Se pensiamo che uno dei primi lavori di mio nonno era quello di raccogliere gli acini caduti a terra erroneamente, anche quelli più brutti e talvolta marci, durante la vendemmia, questa pratica era decisamente inusuale e criticabile”. Una pratica che però innalzava la qualità dei vini prodotti, qualità che emerge anche grazie ad alleato speciale: il sottosuolo di queste zone. La più grande fortuna di Eredi di Cobelli Aldo è che quasi tutti i vigneti sono piantati su un terreno gessoso, una vena di gesso che rappresenta il primo strato di formazione delle Dolomiti, in seguito al ritiro del mare. Ciliegine sulla torta l’altitudine e le varie correnti d’aria, le quali permettono di avere un’uva ben matura, con un buon grado di acidità e corretta aromaticità.
Oltre a Tiziano si sono aggiunti i fratelli Devis, perito agrario e Ivano, enotecnico nato nel 1996, diciotto anni dopo il primogenito, “forse per celebrare una grande annata”, che ha studiato all’istituto di San Michele, e ha potuto spaziare anche in esperienza in Germania, Valtellina, Friuli. “Da mio fratello ho avuto lo stesso insegnamento e libertà che papà Aldo ha dato a Tiziano; se il vino diventa aceto è colpa mia, se l’uva marcisce è colpa di Tiziano, se non si vende è colpa di Devis, ma siamo una famiglia e una piccola realtà e quindi si fa tutto assieme”.
L’acidità non è il solo segreto per ottenere vini, in particolare bollicine, di qualità; le basi prodotte tendenzialmente svolgono anche la fermentazione malolattica e l’idea di fondo è quella di aspettare almeno un anno prima di commercializzare il vino. Vini che oggi sul mercato spaziano dall’annata 2017 all’annata 2021, dipendentemente dall’etichetta, avendo, per questi motivi, investito molto sul magazzino.
Parlando di processi di cantina, questi vengono effettuati tutti negli spazi ad oggi a disposizione, con un effetto tetris, essendoci diverse vasche, strumenti, ma anche cartoni e bottiglie da gestire. Si utilizza principalmente l’acciaio e legno molto usato, non essendo amanti dei rilasci impattanti che può avere questo contenitore. Le fermentazioni sono tutte innescate da un particolare pied de cuve: prima della vendemmia vengono inserite in alcune damigiane una parte delle uve per ogni varietà e si lasciano in vigna ad effettuare una trasformazione spontanea. Queste basi sono lo starter per innescare la fermentazione di ogni massa successivamente vendemmiata, con una vendemmia che viene effettuata in più fasi, tutta a mano.
La cantina che è nata nella vecchia stalla e che negli anni si è ampliata in nuovi ambienti vede un impianto per il controllo delle temperature, così da evitare l’utilizzo eccessivo di solforosa, che però, nella giusta dose, viene usata per preservare e mantenere i vini. Curiosità è che non si usano pompe per i vari travasi, così da non stressare prima l’uva e poi il vino, gestendo tutto per caduta; inoltre si limitano le filtrazioni e non si effettuano chiarifiche.
Le etichette di Eredi di Cobelli Aldo sono nove (anche se ci sono altre tre chicche in lavorazione e prossima uscita) per un totale di circa quarantamila bottiglie per anno. Il progetto dell’imbottigliamento è stato una volontà della nuova generazione, ma fin dal 1941 si sono messe via alcuni imbottigliamenti ad uso personale. Un Metodo Classico (minimo cinquanta mesi sui lieviti) a base Chardonnay, dedicato a papà Aldo, con vino che per il 50% affina in legno; uno Chardonnay “base” dal nome “Linzera”, che significa “mattacchione/scapestrato” contrapposto ad “Arlevo”, “figlio prediletto, il successore che ha la dote del mestiere”, ottenuto con Chardonnay di vecchie vigne e un affinamento in tonneau e barrique usate, per sette mesi; Nosiola, di cui l’azienda ha un ettaro (un 2% del totale degli ettari vitati, essendo solo cinquanta al mondo), il cui 10% affina in legno; Gewürtztraminer “Gèss”; “Reverse”, Riesling Renano, dall’unico vigneto distante dall’azienda, situato vicino a Lona; due Teroldego: la riserva “Grill” che esce dopo almeno cinque anni e un affinamento in legno usato e il “Teroldec”, più fresco e con affinamento in solo acciaio; Schiava affinata tra acciaio e cemento; Pinot Nero “Ert”, che affina dodici mesi in legno esausto.
In uscita un Metodo Classico blan de noir a base Pinot Nero, che affina minimo trentasei mesi sui lieviti, un altro spumante Metodo Classico tra un paio d’anni, ottenuto con metodo solera dal 2016 ed affinato almeno ottanta/novanta mesi sui lieviti ed infine un Gewürtztraminer che ha diciotto gradi alcol. Vino che avrebbe essere destinato ad un taglio, ma “ci è piaciuto, è ben bilanciato, e abbiamo deciso di metterlo in bottiglia”.
Una particolarità è la foglia che viene riportata nelle etichette, così da far percepire al consumatore un maggior contatto con la natura e rimarcare il fatto che il vino è il frutto della trasformazione di un prodotto naturale, lavorato dall’uomo. Ogni bottiglia riporta anche un simbolo, ritrovato in una vecchia botte che, forse con un po’ di immaginazione riprende le lettere iniziali dei tre fratelli “T”, “D”, “I” e quella del cognome Cobelli.
Gli assaggi, all’interno dello “shop” che anticipa la sala dell’agriturismo, non potevano non cominciare che dalla Nosiola 2021, uscita da poche settimane sul mercato. Un vino dal naso timido, come questa varietà, con sentori di pesca bianca, note di frutta secca, nocciola, erba appena tagliata per un palato delicato, dalla buona acidità, abbastanza sapido, minerale, di discreta persistenza e con la frutta secca che torna nella retro nasale.
Un secondo bianco è lo Chardonnay 2020 che affina tra barrique e tonneau usate per circa sette mesi; al naso esprime sentori di frutta matura, tropicale, con una pesca gialla, spezie dolci, leggerissima vaniglia, erbe officinali e una buona balsamicità. In bocca ha un buon corpo, ottima beva, buona mineralità, struttura, persistenza e legno ben integrato.
Eredi di Cobelli Aldo oltre alla cantina ha strutturato un agriturismo (B&B) con cinque camere e la possibilità di cenare, su prenotazione, con un massimo di venticinque coperti. Per completare l’esperienza ci affidiamo alla cucina di Devis e ad una cena che si apre con una frittatina e una torta salata con salame cotto.
Ad accompagnare l’antipasto il Pinot Nero 2019, anche in questo caso nuova annata da poco proposta sul mercato, che effettua un affinamento in legno usato per dodici mesi e almeno due anni in bottiglia. Un terzo della massa fermenta a raspo intero grazie al pied de cuve, mentre la restante parte viene lavorata diraspata e si procede ad un inoculo dei lieviti. Ancora un po’ giovane al naso fa emergere note di frutti rossi, prugna, arancia sanguinella, note ematiche, ciclamino, china, chiodi di garofano, spezie dolci. In bocca una buona spalla acida, minerale, un tannino non ancora maturo, ma in fase di evoluzione e discreta persistenza.
Tra orzotto, pollo ai peperoni e una tagliata cotta egregiamente, incastriamo anche “Grill” 2016, il Teroldego punta di diamante di Eredi di Cobelli Aldo, che effettua una macerazione di circa trenta giorni e viene affinato prima in legno e acciaio per un paio di anni e poi in bottiglia. Intenso al naso, con sentori di frutti neri, mora, ribes, prugna, un leggero sotto spirito, note di cacao, spunti terrosi, tabacco, cuoio, polvere da sparo per un vino di corpo, ma con buona freschezza, di beva, equilibrato, tannino velato e di lunga persistenza.
La serata non poteva che finire nel luogo più affascinante della struttura, quello che un tempo era il frigo e che oggi è diventata una saletta sotterranea, accessibile da una botola situata proprio all’interno della sala ristorante. Un luogo d’altri tempi, in cui si conservano vecchie annate e si può assaggiare qualche chicca tra pochi intimi.
Foto di rito in questa nicchia assieme a Devis, che merita la maglia 250!


