Ritorno in Istria per andare ad incontrare Moreno nell’azienda Coronica e scoprire i suoi vini che vedono protagonisti Malvasia e Terrano
09 Giugno 2023
Nel paese di Koreniki, a pochi chilometri da Umago, si trova l’azienda Coronica, traduzione italiana del nome della cittadina. Una realtà creata da Moreno nelle sue terre natali, dove da sempre la sua famiglia ha prodotto vino, una famiglia insediata qui più di seicento anni fa, come testimoniano alcuni scritti dell’epoca.
In un periodo nel quale questa parte d’Europa stava vivendo uno dei momenti più tristi della storia, a causa del conflitto jugoslavo, Moreno si è trasferito in Italia, a Piacenza, per lavoro, ed è proprio qui che ha conosciuto alcuni viticoltori e si è avvicinato a nuove e moderne tecniche di vinificazione.
Nel 1993 è stata prodotta la prima bottiglia di vino con l’idea di creare una nuova realtà vitivinicola e, nel 1995, tornando definitivamente in patria si è deciso di investire nella produzione di vino a tempo pieno con l’aiuto dei famigliari, creando l’azienda Coronica, anche grazie alla possibilità di acquistare alcuni appezzamenti dallo Stato, diciotto ettari, caratterizzati da un ottimo substrato, ma con vigneti in stato di semi-abbandono, che si sommavano ai dieci di famiglia (di cui all’epoca tre erano vitati).
“Così è iniziata la mia avventura, i miei problemi e piaceri, in un rapporto di odio e amore tra uomo e vigna”.
Oggi Coronica conta ventidue ettari vitati, principalmente con varietà autoctone, Terrano e Malvasia, ma anche meno di un ettaro di varietà internazionali, Merlot e Cabernet Sauvignon. La produzione di queste due è stata portata avanti poiché erano presenti negli appezzamenti comprati dallo Stato e in una fase iniziale sono state utili a livello commerciale al fine di far conoscere l’azienda ed introdurre il Terrano, vino che si conosceva principalmente per quello carsico, con una maggiore acidità, freschezza e meno corpo.
Oggi questo è diventato uno dei vini di punta di Coronica, biglietto da visita di questa realtà e del territorio.
Facendo un giro in vigna si resta incantati dalla terra rossa, che contrasta con il cielo azzurro e il verde delle foglie in primavera, scoprendo i vigneti che si alternano agli ulivi e alle zone boschive, che nascondono diversi ospiti, come cinghiali, caprioli e lepri. Il substrato è composto da terra rossa, molto minerale, profonda quattro/cinque metri, prima di lasciare il posto alla roccia.
Impianti compatti con seimiladuecentocinquanta piante per ettaro e un’età delle vigne che spazia tra i tre e i trentacinque anni. Le lavorazioni sono manuali e la filosofia di Moreno è quella di non rientrare nei parametri restrittivi del biologico, ma di andare oltre a questo disciplinare, trattando con rame e zolfo, sperimentando alcuni sostituti innovativi, oltre a non usare diserbanti, prodotti sistemici o concimi chimici. “Mi ricordo che mio papà trattava con le pompe in spalla, senza mascherine e da bambino vedevo tutto azzurro; è vissuto novantadue anni e credo che quello che ha fatto non l’abbia fatto poi così male”.
Con il miglioramento delle tecnologie i trattamenti di oggi sono molto più mirati e, con macchinari che garantiscono un recupero delle sostanze, si riesce ad inquinare meno e anche risparmiare. Moreno tiene a sottolineare che vicino ad alcuni suoi vigneti c’è un apicultore e se i trattamenti fossero fatti in maniera “invasiva”, non si avrebbe nessuna produzione di miele. Viene effettuato un sovescio a filari alterni, per arricchire il terreno di sostanza organica, con leguminose e se è necessario limitarne la spinta si utilizzano i cereali.
La ventilazione è costante, una brezza proveniente dal mare, a circa tre chilometri in linea d’aria e “quando tira la bora si possono vedere le Alpi”.
Il Terrano subisce una sfogliatura per consentire all’acino di non ingrandirsi troppo, rimanendo spargolo, oltre ad una vendemmia verde (come le nuove piante di Malvasia, che tendono a produrre una sovrabbondanza d’uva), che permette di concentrare la produzione, di media settanta quintali per ettaro e la qualità.
Alcuni appezzamenti sono a riposo (sei anni di media) e si prevede di piantare Terrano e Malvasia nei prossimi anni, non per ingrandire la portata dell’azienda, ma in sostituzione di quelli più vecchi.
Oltre alla vigna è presente qualche orticello e quello di cui va più fiero Moreno e il piccolo campo di patate, tuberi che era solito piantare il padre, in contrasto con le idee del figlio, che le riteneva piuttosto inutili. A distanza di qualche decennio dalle beghe famigliari, la preoccupazione principale di Moreno quando scende in campagna sono proprio le patate.
Dopo aver esplorato la parte esterna, uno sguardo alla cantina, con i primi ambienti creati trent’anni fa e ingrandita a più fasi, visto l’incremento della produzione, circa centosessanta/centottanta mila bottiglie per anno (dipendentemente dalla qualità dei rossi, che nelle annate più favorevoli, fanno alzare al limite più alto indicato la produzione), ma soprattutto l’idea di invecchiare ed affinare sempre più vini.
Il cuore della cantina è rappresentato da una prima sala dedicata allo stoccaggio della Malvasia in acciaio, sia quella destinata ai vini fermi sia la base spumante; si passa poi allo spazio di vendemmia e conseguenti macerazioni, per poi trovare la linea di imbottigliamento e i cestoni di spumante che vengono portati in punta direttamente in azienda.
La parte sotterranea è quella più recente, costruita nel 1997, all’interno della quale troviamo la barricaia dove riposano i vini in acciaio, tonneau e botti da venticinque ettolitri.
Dopo aver approfondito storia e filosofia di Coronica, ci accomodiamo nella nuova sala degustazioni, inaugurata nel 2018, per assaggiare i vini, partendo dalla Gran Malvasia, annata 2021, con uve che restano circa sei ore in crio-macerazione e il vino affina per circa diciotto mesi sui suoi lieviti, prima di essere travasato e messo in bottiglia.
Prima di degustare questo vino c’è da sottolineare che circa nove anni fa, assieme all’istituto di ricerca di Asti, sono state prelevate alcune uve da quattro filari di Malvasia piantati dal nonno di Moreno, Giovanni, al fine di selezionare alcuni lieviti per far fermentare tale varietà. Un processo durato cinque anni, con diverse micro vinificazioni e sperimentazioni, che hanno portato a scegliere un unico lievito dai tre proposti. Malvasia che si presenta al naso con spunti erbacei, erbe aromatiche, salvia, ma anche pesca, tiglio, fieno, nota iodata, per un sorso dalla moderata acidità, buona sapidità, minerale, di buon corpo, ben equilibrato, persistente.
Una seconda Malvasia è “Ottaviano”, dedicata al papà di Moreno, mancato nel 2020; prodotta come faceva lui negli anni settanta e ottanta. Le uve restano a contatto tra di loro per circa quattro/sei giorni e quando il cappello è ben compatto si svina, per poi lasciare il vino in acciaio sui lieviti, prima di imbottigliare. “Ricordo che quando ero bambino le botti erano rasenti ai tetti delle cantine ed era compito dei più piccoli andare a rimuovere la parte di cappello in principio di ossidazione, per non intaccare tutta la massa”. Anche se si perde mezzo grado alcol, i sentori si concentrano e, dopo una chiusura iniziale e uno spunto di mela cotta, si percepiscono note di agrume maturo, bergamotto, albicocca, finocchietto selvatico, macchia mediterranea, ginepro, tè verde, pepe bianco per un gusto quasi salato, dove emerge il territorio, minerale, con una buona verticalità e discreta persistenza.
Passiamo al mondo dei rossi con il Terrano, ma prima un piccolo inciso su questo vino che negli anni ha avuto un incremento negli apprezzamenti della critica e Coronica ha deciso di concentrare le energie per la produzione di un’unica etichetta a base di questa varietà. Fino al 2016 si utilizzavano, per il suo affinamento, botti da cinquecento litri, “ma non ero mai pienamente contento, perché faccio il vino principalmente per me e non per i critici”. Da quell’anno il Terrano viene prodotto con lunghe macerazioni, dai due ai quattro mesi e una fermentazione avviata da lieviti selezionati, per poi lasciarlo affinare almeno diciotto mesi tra botte grande ed acciaio e imbottigliarlo. “Busso sulla botte e se mi dice che è pronto lo tiro fuori”. Questo viene commercializzato dopo sei mesi, ma inizia il suo apice dopo almeno sei anni dalla vendemmia, anche se mantiene una grande freschezza per decine e decine di anni. Da tremila bottiglie per anno si è passati ad una media di quindicimila.
Il Gran Teran 2018 si presenta al naso con sentori di arancia sanguinella, lampone, frutti rossi, note ematiche, uno spunto iodato, alloro, note speziate, un tocco di vaniglia e una fase iniziale di sottobosco per un sorso diretto, dalla tipica acidità, minerale, buona sapidità, buon corpo, emerge il suo caratteraccio anche nella parte tannica e resta persistente in bocca. Anche per questo vino si sta lavorando alla selezione di un lievito indigeno, che possa essere lo starter della fermentazione, processo che sarà messo in atto probabilmente con la vendemmia 2024.
Oltre alle bottiglie degustate, Coronica produce anche una Malvasia più fresca, che viene commercializzata tra marzo e aprile successivi alla vendemmia; “Grabar”, che in italiano significa carpino, blend di Merlot e Cabernet Sauvignon, anche questo frutto di lunghe macerazioni ed affinamento in botti grandi. Dal 2011 si sono cominciate a produrre le prime bottiglie di Metodo Classico, a base di Malvasia, con affinamenti sui lieviti di trentasei mesi, destinate al consumo famigliare o con qualche amico. Vino che si è iniziato a commercializzare con l’annata 2015, in versione Pas Dosè.
Un grazie di cuore Moreno e la moglie Susanna con la promessa di rivederci nel prossimo futuro e vedere se le figliole avranno continuato la loro strada; per Coronica maglietta numero 255!
Un’esperienza che termina al vicino ristorante Zlatna Vala a pochi passi da Umago, per un pranzo di pesce locale, grazie a Susanna e Moreno.


