Pomeriggio a nord dell’Etna, assieme a Emilio Sciacca, per approfondire la sua azienda, tra produzione di vino, spirito naturalistico e ricettività
29 Dicembre 2023
Siamo all’interno di Palmento Martinella, a poche centinaia di metri dal centro di Linguaglossa, in compagnia di Emilio Sciacca, per scoprire assieme a lui l’omonima azienda che si divide in ricettività e produzione di vini tipici dell’Etna.
La prima vita di Emilio Sciacca è stata vissuta nel campo dell’ingegneria, per poi dirottare nel mondo del turismo naturalistico, un mondo che lo ha portato ad organizzare diverse escursioni tra mare e terra, con un focus particolare sull’Etna. Per molti anni le esperienze da lui organizzate si sono concluse con un recupero di energie tipico, all’insegna di vini e pietanze tipiche del territorio.
Il mondo del vino è sempre stato per Emilio un mondo visto con fascino e passione, ma bisogna citare che un po’ di merito va anche alla sua migliore amica, Valentina, che tra il 2013 e il 2014 si è fidanzata con uno dei produttori di vini “fatti in maniera più naturale possibile”, di questa zona a nord dell’Etna.
Un percorso che lo ha portato nel 2015 ad individuare il rudere del Palmento e i terreni dove ci troviamo oggi a chiacchierare. “Qui non c’era neanche il tetto”.
Con l’idea di costruire un luogo dedicato alla ricettività e alla produzione di vino si è cominciato il restauro della struttura, contemporaneamente all’investimento sul primo impianto vitato, in affitto, a Randazzo.
Ovviamente non c’è stata solo un’idea dettata da passione ed entusiasmo, ma una formazione parallela in Viticoltura ed Enologia, frequentando un master presso l’Università di Catania.
Finito il periodo di picco della pandemia, nel 2021, finalmente le escursioni di Emilio Sciacca hanno iniziato a concludersi nella sua realtà, così da condividere la propria idea di produzione di vino e permettendo ai clienti di poter godere di un ristoro tipico. La strada dei “vini naturali” si è incrociata con quella dell’integrità della natura che come guida naturalistica ha da sempre voluto trasmettere ai gruppi di persone che ha condotto alla scoperta dell’Etna. Il trekking senza l’utilizzo di autobus o funivie, finalizzato alla preservazione dell’ambiente, viene paragonato alla filosofia di produzione di vini con meno impatto e aggiunte possibile.
Torniamo qualche passo indietro, al 2018, anno della prima vendemmia, con le cui uve si sono, fin da subito, ottenuti due vini rossi e un bianco, etichettati con disegni definiti “fantasy/punk”, ognuno rappresentante una generazione diversa della famiglia Sciacca.
Oggi l’azienda Emilio Sciacca produce circa quindici/venti mila bottiglie, che purtroppo diminuiranno nell’annata 2023 per la mancanza dei vini rossi, a causa dell’annata poco favorevole, la più difficile della breve storia dell’azienda.
Il cuore di questa realtà è indubbiamente il vecchio Palmento dedicato alla ricettività, con una sala interna che un tempo era dedicata alle vinificazioni, la terrazza e la parte esterna che fa godere di una splendida vista sui vigneti circostanti. Gli ettari di proprietà sono poco meno di tre, principalmente a corpo, a Linguaglossa, dove troviamo Nerello Mascalese, Carricante, Catarratto, Grecanico Dorato; per poi spostarsi a Biancavilla, dove a farla da padrone c’è sempre il Nerello Mascalese, ma è più presente anche il Grecanico Dorato, oltre al Nerello Cappuccio e una buona quantità di Carricante e a Randazzo, dove si trova per lo più Nerello Mascalese e una minima parte di Carricante. Infine è presente un’altra vigna a Pachino, in affitto, con il progetto di vendere la casa materna per acquistare i terreni vitati. Parlando di questa vigna è necessario citare Emanuele (che merita a dir poco un ringraziamento per il successo di questo incontro), braccio destro di Emilio, che, oltre alle altre mansioni, lo affianca nella produzione di un vino, con uve provenienti da questa zona.
Particolarità è che gli impianti sono per lo più ad alberello, tranne a Linguaglossa, unica eccezione dove sono presenti alcuni filari (precisamente in Contrada Friera); anche se le uve vengono lavorate per varietà e non per territorio.
L’azienda è certificata BIO, con trattamenti a base di rame e zolfo, che non superano, di media, i quattro per stagione. D’inverno si utilizza la microbiologia di difesa, funghi antagonisti che funzionano anche sui ciasmoteci dell’odio. Viene utilizzata la tecnica del sovescio e si adottano solo concimazioni organiche, oltre a trattamenti a base di bacilli per combattere la tignola e le varie farfalline antagoniste.
Curiosità è che nei vigneti di Biancavilla, a novecento metri sul livello del mare, si lavora con potature molto tardive, al fine di non bruciare le nuove gemme, per i possibili sbalzi di temperatura e le imminenti gelate. In queste terre parliamo anche di substrati più sciolti, derivando da una colata di centocinquantamila anni fa, generalmente più esplosive rispetto all’attuale vulcanismo Etneo, le quali producevano grandi quantità di piroclasti (lapilli), differentemente da Linguaglossa e Randazzo, dove le colate risalgono “solo” a diecimila anni fa.
Oggi le vinificazioni vengono effettuate in due cantine terze, con il progetto già in tasca di restaurare lo stabile a fianco del Palmento, dedicandolo alla cantina di vinificazione (inserendo anche vasche in cemento oltre all’acciaio), permettendo così una crescita, seppur limitata, della produzione. La filosofia che si segue è quella di ottenere vini con uno stile leggero, di beva, caratterizzati da freschezza e acidità. Le fermentazioni sono spontanee e si utilizzano esclusivamente vasche d’acciaio, ad eccezione di una parte della massa dedicata ad un vino bianco (il “Biancopiglio” 2023) che macera ed affina in anfora e legno usato di tonneau per un ulteriore vino rosso. Parlando di temperature, avviene un controllo mirato per agevolare i vari processi, mentre nel caso della solforosa questa viene aggiunta solo in fase di imbottigliamento, ad eccezione di un vino all’interno del quale negli ultimi anni non è stata addizionata.
Le tre etichette originarie si sono arricchite di un ulteriore bianco e di un Metodo Classico. Il punto di partenza di Emilio Sciacca è stato il “Biancopiglio”, ottenuto da uve Carricante per l’80% e un 20% tra Grecanico Dorato e Catarratto; le quali effettuano una macerazione pre-fermentativa di due giorni circa, per poi fermentare spontaneamente in acciaio e sostare nello stesso vaso vinario, dove svolge, sempre spontaneamente, la malolattica (in autunno o nella primavera successiva). Questa etichetta nei primi anni era inclusa nella DOC Etna, ma visto il colore che ottiene dalle uve che effettuano un minimo di macerazione, non rappresenta più le caratteristiche idonee. Nella nuova versione “più colorata”, grazie al suo animo ribelle, ha preso il nome di “Biancopiglio Rock”.
Tra i primi vini anche il “Rossobrillo” e il “Neromagno”, entrambi a base di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, con due stili diversi e due diverse provenienze delle uve con cui sono stati ottenuti. Il primo vino è il risultato della raccolta delle uve dei vigneti più giovani, che fermentano e affinano in solo acciaio, dopo una breve macerazione. Nel 2022 un terzo della massa dedicata a questo vino è stata frutto di una vendemmia leggermente anticipata, atta ad ottenere una base spumante, con l’intento di enfatizzare ancora di più la sua verticalità, freschezza, spalla acida e beva.
Il “Neromagno” si ottiene con uve provenienti da vigne di settanta/ottant’anni, le quali effettuano una macerazione di circa tre settimane, sviluppando più estrazione, e un invecchiamento di almeno un anno e mezzo in acciaio, ad eccezione del 2018 e del 2022 che hanno fatto un passaggio di sei mesi in legno di tonneau di secondo passaggio. Un tempo ogni nove filari di Nerello Mascalese se ne piantava uno di Nerello Cappuccio, ma è probabile che ci sia meno del 10% di Cappuccio, essendo le fallanze rimpiazzate con il Nerello Mascalese.
Dai vigenti di Pachino invece si ottengono le uve per il “Giallomiccio”, un 100% Grillo che resta a contatto circa dodici ore con le proprie bucce, per poi sostare per alcuni mesi sulle fecce grosse in acciaio, dove vengono effettuati numerosi battonage, prima di svinatura ed imbottigliamento.
Tra gli ultimi progetti anche il Metodo Classico a base di Nerello Mascalese, con uve pressate subito dopo la raccolta, le quali rendono una scarsa quantità di mosto fiore. Dopo la fermentazione spontanea, si aspettano quattro/cinque mesi, periodo durante il quale il vino riposa in acciaio, per effettuare il tiraggio e la conseguente seconda fermentazione in bottiglia. Il “Bollamater” viene proposto sul mercato con tre soste diverse; sboccato dopo ventiquattro, trentasei e quarantotto mesi, colmato esclusivamente con lo stesso vino.
A completare la produzione anche una minima quantità di olio, che viene venduto in loco o proposto in degustazione.
Dopo esserci tuffati a pieno nel mondo dei vini prodotti da Emilio Sciacca ci dedichiamo agli assaggi dei suoi prodotti più rappresentativi.
Il primo vino degustato è il “Biancopiglio Rock” 2022, vestito con un’etichetta che rappresenta il papà di Emilio, il quale ci ha purtroppo salutati quattro giorni prima del nostro incontro. Questo rappresenta anche il primo vino che ha avuto “successo”, facendo conoscere e riconoscere l’azienda a livello nazionale e internazionale.
Un vino che al naso presenta sentori di erbe aromatiche, di macchia mediterranea, salvia, mentuccia, finocchietto selvatico, con un sottofondo balsamico. In bocca entra fresco, di beva, con una buona spalla acida, buona mineralità e sapidità, per una moderata persistenza.
Particolarità del logo rappresentato da Emilio Sciacca, assieme ad uno studio grafico, è la sua forma che ricorda innanzitutto il vulcano, in fase di eruzione, ma anche un apparato radicale e il profilo del volto dello stesso Emilio.
Passiamo al “Rosso Brillo Naked” 2022, già citato per essere il vino a cui non viene aggiunta solforosa, per tale motivo ribattezzato con il nome di “Naked” e vestito di un nanetto nudo in etichetta che rappresenta la, forse prossima generazione, Leonardo. Al naso regala sentori freschi di ciliegia, lampone, una leggerissima spezia e un tocco erbaceo per un palato di grande beva, verticalità, discreta mineralità e sapidità, un tannino che si fa comunque sentire e una media persistenza.
L’ultimo assaggio è di “Neromagno” 2020, la cui etichetta è auto dedicata e rappresenta il protagonista principale dell’azienda, Emilio. Al naso la frutta rossa è più matura, fino ad arrivare a note di prugna, uno spunto ematico, tocco terroso e di sottobosco per un palato sicuramente più concentrato, pur mantenendo note identitarie della filosofia dell’azienda, delle uve e del territorio, quali una buona acidità, verticalità, beva, un tannino più moderato, corpo maggiore e maggior persistenza.
Una conclusione con un tuffo nella storia di questo Palmento, che ai lati presenta ancora la “pista”, dove venivano versate le “coffe di racina” (contenitori impagliati/intrecciati pieni di uva appena raccolta). Questa veniva trasferita nelle vasche e pigiata, per poi effettuare la fermentazione alcolica in altre vasche impermeabili, di cocciopesto. Dopo aver ottenuto il vino, lo si faceva scendere per caduta nella bottaia, nascosta oggi da una porta e in fase di ripristino. Le vinacce, che contenevano ancora succo, venivano posizionate in un contenitore troncoconico e grazie al “Tronco di Catone”, ancora visibile nella sua forma originaria, si schiacciavano ulteriormente per ottenere dell’altro vino.
La struttura era destinata sia a vinificazioni private, ma fungeva anche un ruolo “sociale”, poiché molte piccole realtà della zona, sprovviste delle giuste attrezzature, si recavano qui per ottenere il proprio vino.
I proprietari di un tempo erano una ricca famiglia di Linguaglossa, che si recava al Palmento nel mese delle vendemmie e rimaneva per la prima parte delle vinificazioni, soggiornando nell’area più alta della costruzione, dove oggi è stata ricavata una seconda sala, con terrazza.
Un ringraziamento speciale a Emilio Sciacca ed Emanuele, con la promessa di tornare con una maglietta Winetelling e di brindare con un calice a Venezia.


