Prima tappa di un weekend a Montalcino nella storica azienda Argiano, che da dieci anni è protagonista di un “Nuovo Rinascimento”
22 Marzo 2024
Un weekend lungo a Montalcino che comincia alla scoperta dell’azienda Argiano, in compagnia della giovane export manager Margherita. La nostra visita inizia dalla vigna di fronte al nucleo centrale di questa storica realtà per immergerci nella sua storia, che ci fa tornare indietro nei secoli, fino al 1580, quando è stata edificata la villa, da parte della famiglia Pecci, su ispirazione dell’architetto rinascimentale Baldassarre Peruzzi. La proprietà è passata in mano a storiche famiglie toscane come i Tolomei e i Piccolomeni, arrivando al ‘700, secolo durante il quale il podere, che aveva raggiunto i circa tremila ettari, ha visto come protagonista la famiglia Caetani Lovatelli d’Aragona, fino agli anni novanta.
La penultima protagonista di Argiano è stata la contessa Noemi Marone Cinzano, fino al 2013, anno in cui il podere è stato venduto alla famiglia brasiliana Esteves, proprietaria della banca BTG Pactual.
Dall’anno dell’acquisto Argiano ha vissuto quello che si può definire un “Nuovo Rinascimento”, con opere di rinnovo e restauro dell’immobile, ma anche un cambio di paradigma per quanto riguarda la campagna e le cantine.
Oggi troviamo una proprietà che conta centoventicinque ettari, di cui sessanta sono vitati. Fin dai primi anni di questa nuova era si è iniziato a fare un censimento dei terreni e dei rispettivi suoli, assieme ad un geologo cileno, Pedro Parra, al fine di individuare le zone più vocate per la produzione dei migliori Sangiovese atti a Brunello. Nel 2015 è stata ottenuta la certificazione BIO in vigna per poi essere certificati totalmente dal 2021, effettuando trattamenti a base di soli rame e zolfo. Si possono notare anche i sovesci a base di senape, legumi e cereali, che, durare i giorni dell’incontro, sono nel loro momento di maggiore rigogliosità e le infiorescenze regalano delicati profumi tra le vigne.
Oltre alla certificazione BIO si sono ottenute anche le certificazioni “Equalitas” e “Plastic Free”, promuovendo una determinata qualità dell’ambiente di lavoro e non utilizzando plastiche monouso in nessuna delle pratiche quotidiane.
Tornando a parlare di vigna, ci troviamo in una zona compresa tra i duecentocinquanta e i trecentocinquanta metri sul livello del mare, un corpo praticamente unico circondato dal bosco, all’interno del quale troviamo quaranta ettari di Sangiovese, ma anche Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. Come si può notare la ventilazione in questa zona è costante, pur essendo nel quadrante sud-ovest di Montalcino, definito il più mediterraneo. Il substrato è composto da una molteplicità di suoli differenti, poiché un tempo queste terre erano ricoperte dal mare. Nella parte più a nord si trova una marna calcarea, che lascia poi spazio ad argilla e terreni più sciolti di matrice alluvionale, oltre a zone in cui è presente un buon quantitativo di scheletro.
Dal lavoro di zonazione sono state individuate sei parcelle di Sangiovese, che vengono vinificate in maniera separata, oltre ad una più vocata parcella dalla quale si produce il Cru di Brunello di Montalcino “Vigna del Suolo”. Questo è un appezzamento del 1965, che si è deciso di vinificare singolarmente e di imbottigliare menzionando il suo toponimo dal 2015.
Non solo in campagna, ma c’è stata una rivoluzione anche in cantina, sia dal punto di vista enologico, sia in quello strutturale. Ci si è concentrati nella produzione di vini che si possono definire “più freschi e moderni e meno internazionali”, trasferendo la produzione e parte dell’affinamento in una nuova struttura (operativa dal 2015), che andiamo ad esplorare.
Si è ricavata una nuova zona per le vinificazioni, con fermentazioni e macerazioni gestite principalmente in acciaio, oltre ad un’area riservata alle sei migliori particelle di Sangiovese, le cui uve effettuano la trasformazione in sei vasche a tulipano in cemento vetrificato da settantacinque ettolitri.
All’interno degli spazi adiacenti troviamo, invece, la barricaia, che conta diverse decine di barrique, provenienti dalla Francia, dedicate al taglio bordolese “Solengo”, ma anche botti grandi di diverso formato, principalmente di rovere di slavonia.
Un tempo le botti grandi la facevano da padrone, sostituite poi dai formati più piccoli, ma reintrodotte nell’ultimo decennio.
Durante questi dieci anni di investimenti è stato restaurato, tramite un restauro conservativo, anche il simbolo centrale della proprietà, la centenaria Villa Bellaria.
Il piano inferiore, dove, fin dai primi anni sorgeva la cantina è stato rinnovato e mantenuto in parte come tale, all’interno del quale affina il Brunello e tutta la produzione del Cru “Vigna del Suolo” (affinato per trenta mesi di cui dodici in botti francesi Taransaud, semi-ovali).
Si può notare anche una piccola nicchia, che un tempo era una ghiacciaia, dedicata a Giacomo Tachis, con all’interno diverse bottiglie di cui è stato l’artefice (come Solaia e Sassicaia), poiché dal 1990 ha collaborato con Argiano, iniziando la produzione di “Solengo” dal 1995.
Un particolare è che il pavimento è stato ricostruito con i mattoni originali della villa, ricavati tra i vari lavori di restauro, mantenendo lo stemma originale dei Caetani Locatelli.
Una delle aree diventate più famose e “instagrammate” della villa è quella del vecchio pozzo, rimasto attivo sino al 2017.
Qui, dopo un lavoro di rimozione dell’acqua e sanificazione, è stata inserita una scala in corten, per raggiungere il fondo del pozzo e trovare un busto di Bacco, opera di un artista veneto, Giovanni Bonazza.
Ai lati della scala si possono incontrare diverse decine di Brunello di Montalcino di varie aziende ed annate, come omaggio alla storia di questo territorio e denominazione, di cui Argiano è stata fondatrice nel 1967, assieme ad altre undici realtà.
Gli altri spazi di questi affascinanti sotterranei sono dedicati a sale degustazioni e cantine private della famiglia Esteves, dove si possono trovare i migliori Bordeaux, Sauternes o vini bianchi di Borgogna. Le bottiglie sono anche a disposizione, su richiesta, per clienti desiderosi di fare esperienze diverse da quelle legate a Montalcino e ai vini Argiano.
Scoprendo la parte esterna della struttura, notiamo anche il rifacimento dei giardini, che riprendono lo stile ottocentesco del giardino all’italiana, da un lato, mentre dall’altro quello all’inglese.
Da quest’ultimo lato si può notare il Castello di Argiano, nucleo originario della famiglia Pecci, che ha poi deciso di trasferirsi nella zona più alta di quest’area, costruendo la villa.
A lato dell’abitazione principale troviamo una seconda struttura, all’interno della quale sono state ricavate undici camere e tre appartamenti.
Lasciata momentaneamente Margherita ci affidiamo nelle mani di Beatrice, per poter assaggiare i vini prodotti da Argiano, all’interno del ristorante, altra novità voluta dalla nuova proprietà.
Cominciamo con il Rosso di Montalcino 2022 e il Cru di Rosso di Montalcino 2019, nella sua prima annata di produzione. Il primo vino affina tra i sei e i nove mesi in botte grande e si presenta fragrante al naso, con note di frutti rossi più freschi, un tocco ematico, rosa rossa, grafite e una leggera speziatura. Al palato buona beva, freschezza, mineralità, spalla acida e un tannino presente, ma abbastanza integrato.
Il secondo vino riprende il concetto di Cru, con uve provenienti da una vigna di Sangiovese ripiantata sette anni fa. L’affinamento qui è di due anni in legno e al naso si esprime con sentori più legati a vaniglia, cuoio, marasca, tabacco e frutta più scura, che tende al sotto spirito. In bocca il corpo è maggiore, con una morbidezza più elevata, ma anche un tannino che si fa notare maggiormente, più lunga anche la persistenza.
Due vini accompagnati da un piatto di carne salada in abbinamento.
Proseguiamo con un piatto di pasta al ragù d’anatra e i due Brunello di Montalcino Argiano, entrambi annata 2019. Un primo vino, affinato trenta mesi in botte grande di rovere francese si presenta con i tipici sentori di frutti rossi alternati a frutti neri, note di sottobosco, leggera sanguinella e note ematiche. Sentori che si caricano di freschezza ed eleganza nel secondo vino, “Vigna del Suolo”, che tende anche a spostarsi anche su note di pietra focaia e pietra bagnata, oltre ad un tocco maggiore di cuoio e vaniglia. Entrambi con un buon corpo ed eleganza, aumenta questa seconda caratteristica nel Cru, con una maggiore beva, identità e freschezza, più ricco in mineralità, verticalità e spalla acida; entrambi di buona persistenza. Ricordiamo che il Brunello di Montalcino Argiano del 2018 è stato il miglior vino dell’anno, secondo Wine Spectator.
Una conclusione con il bordolese “Solengo” 2021, a base di 60% Cabernet Sauvignon, 20% Merlot, 15% Petit Verdot, 5% Sangiovese (“ricetta” originale di Giacomo Tachis). Vino che affina un anno e mezzo in barrique e con un nome emblematico per la zona, il quale riprende il cinghiale che si stacca dal branco e va a morire da solo, a sottolineare la diversità di questo vino rispetto a tutti gli altri prodotti dall’azienda.
Un vino dai sentori di frutti neri, frutta sotto spirito, sottofondo speziato, un tocco di peperoncino, grafite, polvere da sparo, bastone di liquirizia, per un sorso importante, di corpo, con buona acidità, ben bilanciato, ma ancora giovane e con un tannino scalpitante.
Ringraziando Beatrice e lo staff del ristorante, una chicca finale all’interno della villa, al suo piano più alto, restaurato negli ultimi anni e dedicato alla collezione privata di opere d’arte della famiglia. Assieme a Gaia andiamo a scoprire il museo che racchiude opere di artisti locali e non, che spazia dal quattordicesimo al diciassettesimo secolo, epoca del rinascimento toscano, con il tema ecclesiastico che la fa da padrone. Un’area non aperta al pubblico, se non per poche e selezionate persone.
Ritornati alla base, per riprendere il cammino verso altre cantine di Montalcino, maglietta numero 314 a Margherita.


