Ultima tappa in Borgogna con Claude nel suo Domaine Changarnier, Monthelie (Borgogna)

Ultima tappa in Borgogna, poco prima di rimettersi in strada per tornare a casa, in località Monthelie, assieme a Claude, nel suo Domaine Changarnier

18 Maggio 2024

Prima di rimettersi in viaggio verso casa, un’ultima tappa a sud-ovest di Beaune, per scoprire la realtà famigliare capitanata da Claude, Domaine Changarnier.
Ci troviamo nel piccolo villaggio di Monthelie assieme a Claude, il quale ci porta nella vecchia barricaia per raccontarci la storia della sua azienda. Da alcuni documenti risalenti al diciassettesimo secolo, precisamente datati 1610, si attesta che la sua famiglia si sia insediata in questi territori almeno quattro secoli fa. Uno dei suoi bis, bis, bis, bis nonni ha cominciato da una casa, molto più piccola e adiacente a quella che vediamo oggi, l’attività agricola, che comprendeva anche la produzione di uva e vino sfuso.

Nel corso dei secoli, con i pochi risparmi che erano riusciti a mettere assieme, si è cominciato ad espandere l’attività costruendo anche la villa di famiglia, nel 1815, ampliando i vigneti di proprietà, supportati anche dall’acquisto delle uve. Una realtà consolidata da nonno Albert, dopo aver combattuto la prima guerra mondiale nei balcani, venuto a mancare poco prima del secondo conflitto, lasciando la moglie e cinque figli, di cui quattro femmine. Parte della vigna è stata venduta, non ritenendo che quell’attività fosse un buon business. L’unico maschio, Jean, si è opposto alla vendita di tutte le proprietà vitate, affidandole ad alcuni collaboratori per il loro mantenimento, fino alla sua scomparsa nel 2004.
Il 2004 è stato l’anno in cui è subentrato Claude, l’unico che poteva essere in grado in quel momento di tenere uniti i possedimenti. In realtà il protagonista di Domaine Changarnier a quei tempi si occupava di tutt’altro, essendo un ingegnere impiegato in una delle più famose aziende informatiche, presso la sede di Parigi. L’eredità di famiglia lo ha portato per tredici anni a dividersi tra Parigi, Monthelie e le numerose trasferte in giro per il mondo, fino alla meritata pensione nel 2017, così da avere più tempo per dedicarsi alla, ormai, sua attività principale.

Oggi troviamo una realtà di sei ettari vitati che si estendono in quattordici diversi appezzamenti, nelle zone di Monthelie, Pommard, una piccola parte a Mersault e Auxey-Duresses. Tra le etichette, fino allo scorso anno, si poteva trovare anche una referenza di Volnay, prodotta con uve acquistate. Da quest’anno si è interrotto l’acquisto, non essendoci stata la qualità ricercata, preferendo evitare la produzione di tale vino.
I terreni in cui sorgono le vigne di Domaine Changarnier sono prettamente marnosi-argillosi, con una buona copiosità di scheletro.
La conduzione dei vigneti rispetta il disciplinare biologico, iniziando la conversione nel 2014 ed ottenendo la certificazione nel 2019, a causa di una piccola ma necessaria tappa chimica finalizzata a salvare il raccolto nel 2016, in seguito ad una forte tempesta. Negli ultimi anni si sta adottando anche un approccio biodinamico che vede nei trattamenti, oltre a rame e zolfo, l’adozione dei preparati 500 e 501. Si cerca di intervenire solo quando è necessario e si ricorre all’aiuto dei cavalli, in sostituzione dei trattori.

La cantina dove affinano i vini è risalente a diverse epoche, con quella più antica che è più vecchia della residenza. Qui troviamo per lo più barrique da duecentoventotto, trecento e cinquecento litri, tra cui alcune botti austriache, con una media del 10-15% di legno nuovo. Si possono notare anche alcune anfore di una nota azienda trentina, principalmente per l’affinamento di una parte dei vini bianchi.

Le bottiglie prodotte per anno, quando le cose vanno bene e la peronospora non si intromette, arrivano a trentamila, ma possiamo considerare una media annua di venticinque mila. “La Borgogna sta vivendo un periodo fortunato, che non si sa quanto durerà, ma per ora la domanda commerciale supera l’offerta”.
La produzione maggiore è di vini rossi, circa un 60%, essendo gran parte dei possedimenti nel paese di Monthelie, zona vocata proprio per le uve a bacca rossa. Le uve che si ottengono da ogni vigneto sono gestite e vinificate separatamente, così da ottenere quattordici diverse etichette. Tendenzialmente le uve vengono vinificate senza raspo, ma, dipendentemente dalle annate, al fine di infondere freschezza, si può arrivare ad avere uve intere fino al 50% della massa.

Le uve a bacca bianca iniziano il loro processo di trasformazione in acciaio, per poi passare alla fermentazione alcolica e malolattica in barrique, mentre le uve a bacca rossa, concludono la fermentazione alcolica in acciaio, in circa venti/venticinque giorni, per poi affinare in barrique. In entrambi i casi tutti i processi sono spontanei e per quanto riguarda i vini rossi, non si vuole una estrazione eccessiva, evitando follature, preferendo qualche rimontaggio, lasciando così le uve in una sorta di infusione.

Aprendo una parentesi commerciale Domaine Changarnier vende il 60% della sua produzione all’estero, mentre un 40% ai ristoranti francesi e solo una minima parte al pubblico privato. Nel 2022 c’è stata la fortuna di ottenere ottimi vini, frutto di un’annata ben equilibrata, con il giusto apporto di sole e piogge, al contrario della 2021, dove si è perso il 70% della produzione, lasciando una scarsa qualità delle uve.

Per assaggiare alcuni dei vini prodotti ci accomodiamo nell’area più vecchia della barricaia, appoggiati ad un tavolo, circondato da bottiglie utilizzate come campioni. Il primo vino degustato è un Bourgogne 2022, ottenuto da uve Chardonnay di un vigneto di Mersault, il quale si presenta come un punto d’ingresso di Domaine Changarnier ed esprime note di ananas, agrume, melone, mentuccia fresca, un tocco balsamico e un leggero confetto. Nel suo percorso di affinamento resta dieci mesi in barrique e non si utilizza anidride solforosa fino all’avvenuta fermentazione malolattica, come nel resto dei vini, valutando al meglio le necessità. In bocca è fresco, di beva, con una moderata acidità e persistenza.

Il secondo vino è sempre in bianco, giocando in casa con Monthelie Le Clos 2022, prodotto con le uve del Clos che si trova nel giardino della proprietà, un vigneto di circa tremila metri che conta trent’anni d’età, basato su marna, che costringe le radici delle piante a spingersi in profondità. Al naso i sentori si caricano maggiormente, con un agrume più marcato e una spezia che si fa sentire. Anche al palato entra più deciso, con maggiore acidità, ma anche corpo, struttura, sapidità e persistenza.

Passando al mondo dei rossi troviamo il Monthelie Village 2022, che introduce i vini del Domaine, ottenuto con uve dei vigneti di Les Sous Courts e La Combe Donay. Anche in questo caso troviamo il vino che introduce lo stile di Domaine Changarnier, il quale affina per circa un anno in barrique nuove solamente per un 10/15%. Al naso molto fresco, con sentori principalmente di piccoli frutti rossi, ma anche un tocco di rossetto, senza mai essere invadente. In bocca ritorna la frutta, con una discreta spalla acida, corpo moderato, e discreta persistenza.

Passiamo a due dei Premier Cru prodotti da Claude, entrambi ottenuti dai vigneti di Monthelie, annata 2022, di due appezzamenti con caratteristiche molto diverse. Il primo vino è il frutto della trasformazione di uve piantate a sud ovest, a duecento metri sul livello del mare, con terreni caratterizzati da terre profonde e scure, vinificate per un 30% con il proprio raspo. Al naso esprime note di frutta matura, che tendono all’amarena, mora e prugna, erbe aromatiche, un tocco di pepe, vaniglia, per un palato largo, con un buon corpo, intenso, una discreta spalla acida, sapidità e persistenza.
Il secondo Premier Cru, viene ottenuto da uve piantate in terreni che vedono circa quaranta/cinquanta centimetri di argilla più chiara, che lasciano poi spazio alla roccia, in terreni a sud est, nei pressi di Volnay. Questo è considerato uno dei migliori terreni dell’azienda”. La vinificazione avviene con un 20% delle uve intere e un 10% della massa che affina in anfora. Vino che regala note più ematiche e ferrose, con sentori più delicati, uno spunto di sottobosco e una costante frutta più fresca. Sicuramente un vino giovane, che entra in bocca più dritto e verticale, con una maggiore acidità, buona sapidità, tannini morbidi e buona persistenza.

Prima di salutare Claude e la Borgogna, un giro della proprietà, che fa toccare con mano i vari ambienti e le diverse zone, ognuna dedicata ad un processo diverso. Riemersi dai sotterranei della cantina, dove sulla porta notiamo un simbolo che ne attesta la sua costruzione nel 1720, ci spostiamo nell’area di stoccaggio delle bottiglie, conservate tutte in cestoni, senza etichetta. Anche questa zona fa parte dell’area più vecchia della struttura, rinnovata tre anni fa e utilizzata come magazzino. Negli altri stabili sono presenti gli acciai per la gestione di una parte di vinificazioni ed assemblaggi, fino ad arrivare al ricovero degli attrezzi, dove si può notare un piccolo mezzo cingolato, utile per le lavorazioni in vigna, a supporto dei cavalli e in sostituzione dei più grandi ed impattanti sul suolo trattori.

Non poteva mancare uno sguardo alla parte esterna, dove dal giardino si può ammirare la villa di famiglia, ma anche il Clos con i vigneti di Chardonnay e il panorama vitato circostante, al di là del muro.

È giunto il momento di salutare la Borgogna, lasciando la maglietta numero 342 a Claude, in attesa di tornare in questa splendida Regione.

Torna in alto