Con Elena Mascarello, nella cantina Mascarello e figlio, Monchiero (Cuneo)

A tu per tu con Elena Mascarello, all’interno del cuore pulsante della cantina Giuseppe Mascarello e Figlio, situata a Monchiero

27 Giugno 2024

Dopo qualche tentativo negli anni di poter toccare con mano l’azienda Giuseppe Mascarello, in un caldo giovedì di fine giugno si concretizza questa opportunità, assieme alla quinta generazione, Elena Mascarello.
Prima di raccontare la storia di questa iconica realtà, una piccola premessa a spiegazione del perché ci ho messo qualche anno per arrivare a questo incontro. L’azienda solitamente non riceve visitatori, se non in casi che possono riguardare importatori, distributori o rarissime situazioni di storici clienti. Il motivo è che le forze della famiglia sono concentrate su altre tipologie di attività ed, essendo limitate, si preferisce non dedicare spazio all’accoglienza. Forze limitate, ma anche un limite nel quantitativo di vino prodotto, con numeri che non consentono una vendita diretta in cantina.

Assieme ad Elena ci immergiamo subito nella storia della sua famiglia, tornando indietro di circa due secoli, quando, nel 1800, Giuseppe Mascarello (da cui prende il nome l’azienda) è riuscito a staccarsi dalla mezzadria per “mettersi in proprio” ed iniziare a condurre un suo vigneto, per la produzione di vino sia per sé stesso sia per la vendita a terzi.
L’origine di questa realtà, per come la vediamo oggi, si attesta al figlio Maurizio Mascarello, il quale, nel 1904 acquista una grossa parte del vigneto Monprivato e, dieci anni più tardi, nel 1914, lo stabile dove ancora oggi avviene la trasformazione delle uve. Ci troviamo in un fabbricato del 1700, limitrofo ad un affluente del Fiume Tanaro, il quale, un tempo, era destinato a ghiacciaia. L’ambiente era già perfetto per impostare una cantina, visti gli spessori delle mura, oltre a temperatura e umidità costanti.
In quegli anni si vinificavano le uve provenienti dal vigneto Monprivato, situato a Castiglione Falletto, ma anche uve acquistate da viticoltori di fiducia, sia per la produzione di Barolo, sia di BarbarescoDolcettoFreisaBarbera ecc.
Erano anni in cui le cantine con una propria produzione erano molto più rare dei giorni nostri. La maggior parte delle vendite era di vino sfuso, venduto e poi trasportato in damigiana (contenitori di vetro di diverse dimensioni, le più grandi da cinquantaquattro litri), ma esisteva sin dagli anni ‘20 una piccola quantità imbottigliata all’origine e commercializzata dunque in bottiglia. La bottiglia più vecchia di cui Elena ha avuto esperienza è un Barolo Riserva del nonno, datato 1934, portata in cantina da un collezionista, che, vista la rarità del pezzo, ha voluto condividerla a cena proprio con la famiglia Mascarello.

Un cambio di paradigma è avvenuto alla fine degli anni ’60, inizio degli anni ’70 quando si è passati ad una produzione di vino totalmente imbottigliato e, di conseguenza, commercializzata in bottiglia.

Con grande orgoglio nonno Giuseppe vendeva direttamente il suo vino ai più grandi ristoranti, che ne riconoscevano la qualità e la serietà produttiva. Alcuni dei ristoranti sono rimasti clienti per anni e continuano, pur cambiando generazione, ad acquistare e promuovere i vini dell’azienda.
C’è da sottolineare che l’idea di produzione del Barolo di un tempo non era assolutamente quella dell’odierno Cru o monovitigno, bensì si voleva arrivare ad un prodotto di eccellenza, frutto del blend di uve Nebbiolo provenienti da vigneti diversi, sempre all’interno degli attuali confini della zona del Barolo. Le uve di diverse zone conferiscono al Nebbiolo caratteristiche specifiche dovute al terroir di provenienza. Il Barolo era dunque il frutto della ricerca di equilibrio, visto come integrazione delle migliori qualità offerte da aree diverse, per tendere all’eccellenza nel prodotto finale. Ogni territorio formava un pezzo di puzzle complementare con gli altri, per ottenere sapientemente il risultato più equilibrato. La conoscenza del territorio era fondamentale per poter creare il giusto blend da imbottigliare e cercare di proporre sul mercato un Barolo ben equilibrato, con la grande sfida di domare i tannini. Il tannino del Nebbiolo e la sua robustezza erano caratteristiche che facevano preferire il Dolcetto ai consumatori, più semplice e meno austero nella beva. Il Barolo era visto come un vino di eccellenza, ma più difficile e legato ad occasioni importanti, per intenditori che potevano avere la conoscenza del territorio e di come degustare tale vino.

Le vinificazioni, fin dai tempi di nonno Giuseppe Mascarello, si concentravano sulle uve Nebbiolo e prevedevano un’estrazione delicata del mosto per arrivare ad ottenere vini ben equilibrati. Gli affinamenti avvenivano in botti grandi, e si tendeva, per il Barolo, a preferire ed utilizzare anche botti grandissime (come quella da centotrentun ettolitri e mezzo ancora attualmente conservata in cantina). Nonno Giuseppe lasciava il Barolo Riserva in affinamento anche per cinque, sei o sette anni, finchè non fosse “pronto” per la bottiglia e conseguentemente per la vendita.
Gli anni ’70 hanno visto un nuovo cambio di rotta nell’azienda Giuseppe Mascarello, passata gradualmente in mano al figlio Mauro Mascarello, che ha iniziato a prendere in mano la produzione a partire dal 1967. In questi anni si faceva sempre più forte l’idea del singolo vigneto, prendendo spunto dai cugini francesi. Dal 1970 Mauro cominciò a vinificare il Barolo Monprivato in purezza, che diventerà negli anni il vino più rappresentativo ed importante dell’azienda, prodotto come singolo Cru in tutte le annate, ad eccezione di alcune, in cui si sono verificati episodi di grandine o la qualità delle uve non era all’altezza per questo vino.

C’è da sottolineare che trenta/quarant’anni fa il consumatore di vino anche più avanzato aveva ben presente da dove arrivavano i grandi Bordeaux, ma il Barolo era ancora un mondo sconosciuto. La consapevolezza di questo vino e la sua popolarità è iniziata da circa vent’anni, sia come Barolo “regionale”, sia nelle sue declinazioni delle sottozone.

L’azienda ha visto un ingresso quasi fisiologico dei figli di MauroElena e Giuseppe.
Elena, ritornata in famiglia dopo alcune esperienze in altro settore, segue principalmente gli aspetti commerciali, esteri ed italiani, oltre ad alcuni aspetti amministrativi e di contabilità, in cui è ancora presente mamma Maria Teresa. Negli anni si è anche specializzata nella conduzione del vigneto, dopo aver svolto alcuni corsi di viticoltura ed agronomia, forte comunque dell’essere cresciuta in un’azienda vitivinicola. Giuseppe si occupa di cantina e delle vinificazioni, pur essendo ancora presente papà Mauro, alla veneranda età di ottantasei anni. “Papà ha sempre l’ultima parola sul Monprivato, lo vede come un figlio. La sua presenza in cantina è naturale, ha vissuto per questo e vuole essere protagonista del suo ambiente”. Un’integrazione generazionale che ha sicuramente snellito alcuni processi, senza assolutamente stravolgere l’identità aziendale, mantenendone l’integrità e quella riconoscibilità creata dal nonno e dal bisnonno. I mercati esteri sono stati ampliati e diversificati, consolidando i rapporti transgenerazionali esistenti e aprendo nuovi mercati, lavorando su assegnazioni.

Oggi troviamo un’azienda che conta quattordici ettari, in piena produzione, avendo, tre anni fa, svolto una “ristrutturazione agraria” nella parcella del Nebbiolo di Perno, sistemando le pendenze e il terreno, in modo da consentire l’unione tra la parte piantata e la continuazione in basso, già di proprietà, ma precedentemente non vitata. I lavori e le nuove piante hanno consentito di ampliare di circa un ettaro la superficie aziendale, passando così dai circa dodici ettari e mezzo ai quattordici.
La conduzione viene definita “razionale”, con l’intento di impattare il meno possibile sulla vigna e in campo, seguendo il protocollo di “produzione integrata”. L’esempio del vigneto di Monprivato traduce al meglio quella che è stata la mentalità della famiglia Mascarello, fin dal 1904. Questa vigna è stata sempre condotta per ottenere uve eccellenti, che potessero trasformarsi in un vino di qualità, sia per loro stessi sia per il pubblico dei clienti. Non sono mai stati fatti trattamenti esagerati e non si è mai caduti in quel trend consumistico che ha coinvolto l’agricoltura nella seconda metà del secolo scorso. Non si è mai abusato di chimica né tantomeno mai utilizzato diserbanti, cercando di seguire ed interpretare al meglio le varie annate.

Tra le varietà allevate troviamo quelle più tipiche della zona: DolcettoFreisaBarbera e Nebbiolo, da cui derivano due etichette di Dolcetto, “Bricco Mirasole” e “Vigna Santo Stefano di Perno”; una di Freisa “Toetto”; due Barbera, “Scudetto” e “Vigna Santo Stefano di Perno”; un Langhe Nebbiolo e tre Barolo. I Barolo prodotti sono tre CruMonprivatoVillero e Perno; i primi due ottenuti da uve situate a Castiglione Falletto, mentre Perno a Monforte d’Aba. La prima zona è ben nota per regalare vini fini ed eleganti, mentre la seconda mostra più muscolosità nel prodotto finale. Nelle migliori annate viene prodotto anche il Barolo Monprivato Riserva Cà d’Morissio” dedicato al bisnonno Maurizio (nome che in piemontese si traduce appunto con “Morissio”).
Elena sottolinea il fatto che la sua famiglia si è sempre concentrata sul Barolo, anche se, sia il nonno, che il padre producevano ulteriori vini da altre varietà, esclusivamente autoctone piemontesi, con uve acquistate “solo da fidati contadini”. Negli anni ‘80 sono stati successivamente acquistati dall’azienda diversi vigneti tutti situati a Monforte d’Alba ed a Castiglione Falletto per arrivare così a poter produrre vini, negli anni ’90, completamente con uve di proprietà.

Le vinificazioni avvengono nella storica cantina, in cui sembra di entrare in un tempo passato, con le volte settecentesche costruite di mattoni faccia a vista, le quali riparano le vasche in acciaio e cemento, oltre alle storiche botti in legno di diverso formato. L’uva arriva in cassetta nella parte esterna alla struttura, dove viene pigiata, diraspata e trasferita in acciaio o cemento per le fermentazioni, che possono avvenire sia con lieviti indigeni che selezionati. Ogni varietà effettua il proprio percorso di vinificazione ed affinamento, per poi essere messa in bottiglia ed immessa sul mercato, senza lunghi periodi di affinamento in bottiglia, tranne per il Monprivato RiservaCà d’Morissio” che attraversa, invece, un ulteriore affinamento in vetro di due anni e mezzo e oltre, prima di andare in commercio. Le bottiglie prodotte dall’azienda Giuseppe Mascarello e Figlio sono mediamente tra le cinquantamila e le sessantamila. Le oscillazioni possono essere anche notevoli a seconda dell’annata, come si è verificato nelle immediate scorse stagioni, caratterizzate dall’essere estremamente calde e secche, dovendo ahimè affrontare diversi cali nelle rese e nei volumi di produzione.

Parlando del posizionamento sul mercato dei vini Mascarello e chiedendo ad Elena la chiave del successo dell’azienda di famiglia ripercorriamo quelli che sono stati i momenti cardine di questa realtà, che, grazie alla storia cominciata dal bisnonno Maurizio si è creata una fama a livello mondiale. Questo viene spiegato come risultato del duro lavoro, senza prendere scorciatoie o seguire mode, mettendo sempre serietà davanti a tutto, puntando sull’unicità e tipicità dei prodotti. Ingredienti che nel corso degli anni, grazie anche alla ricercatezza in ambito eno-gastronomico, hanno creato una grande riconoscibilità nei vini Mascarello. Il riassunto di questo mix di peculiarità, secondo Elena, si può trovare nel termine “abnegazione”, sottolineando l’integrità che ha caratterizzato la sua famiglia, fin dall’inizio di questo lavoro.

Tra le chiacchiere e la scoperta di storia e filosofia dell’azienda Giuseppe Mascarello e Figlio e assaggiamo due vini annata 2022, Dolcetto e Freisa, quest’ultima in anteprima in quanto annata recentemente messa in bottiglia e non ancora sul mercato.
Il primo vino, proveniente dalla vigna di Santo Stefano di Perno viene vinificato ed affinato in cemento e si presenta al naso con sentori di frutti rossi, fragola, petali di rosa, un tocco di cipria e rossetto, ma anche con spunti terrosi e di grafite. In bocca entra fresco, con un buon corpo, ben bilanciato, con discreta acidità, buona sapidità, mineralità, un finale amarognolo e buona persistenza.

Passiamo alla Freisa, forse la bottiglia più rara dell’azienda Giuseppe Mascarello e Figlio, vista la produzione che si attesta intorno alle millecinquecento/duemila bottiglie per anno. La vigna, in zona “Toetto” si trova a Castiglione Falletto, non lontana dal vigneto Monprivato. Anche la sua vinificazione avviene in cemento, con un possibile e variabile affinamento in botti di rovere di Slavonia (da dieci o quindici ettolitri). Un vino che al naso si presenta con sentori di frutti rossi, frutti di bosco, fragola, ciliegia fresca, ma anche cioccolato e un tocco di sottobosco. Vino dalla diversa spina dorsale, rispetto al precedente, dove emerge una grande trama tannica, ma anche discreta spalla acida, discreta sapidità e mineralità e una buona persistenza.

È il momento del protagonista principale dell’azienda, il Barolo Monprivato, oggi sul mercato nell’annata 2019. Nel corso degli anni è stata acquistata quasi tutta la proprietà di questa sottozona, sei ettari e mezzo sui sette totali, con vigne che contano anche settanta/ottant’anni e piante più giovani, frutto di una selezione massale di quelle vecchie. Il terreno di questa zona è limoso, ricco di calcare e carbonato di calcio, il segreto dell’eleganza dei vini ottenuti da tali appezzamenti.
Barolo che al naso regala sentori di ciliegia, ribes, una leggera nota ematica, ma anche un tocco di spezia, cannella, noce moscata, note di sottobosco e tabacco dolce, con un sottofondo balsamico. In bocca il sorso è delicato con una buona sapidità e mineralità, un’ottima piacevolezza di beva, tannino setoso e buona persistenza.

La fortuna di trovare due vecchie annate, aperte qualche giorno prima per una degustazione, ci porta ad assaggiare anche la prima annata di Moprivato, 1970 e un’altra grande annata, 1985.

Il primo vino si presenta con una leggera ossidazione, che però lascia spazio a note di frutta surmatura, fiori secchi, sanguinella, sottobosco, note ematiche, spunto di rabarbaro e una ritrovata e costante balsamicità. In bocca presenta ancora un’ottima spalla acida, discreta mineralità e sapidità, un tannino delicato e una buona persistenza, per un sorso fine ed elegante.

Concludiamo con il Barolo Monprivato del 1985 che esprime note meno ossidate al naso, ancora fresche e più muscolose dei precedenti. Troviamo una frutta sotto spirito, arancia essiccata, note di fungo e sottobosco, tabacco dolce e liquirizia. In bocca entra con un maggiore corpo, più acidità, grande struttura, buona mineralità e discreta sapidità, un tannino presente ma ben integrato e una maggiore persistenza.

Un’esperienza a tutto tondo nella storia dell’azienda Giuseppe Mascarello, avendo realizzato il sogno di toccare con mano questa icona del mondo del vino, che ha creato la sua storia grazie a serietà, integrità e costanza nella produzione di grandi Barolo, oltre alle altre referenze. Grazie di cuore ad Elena, che merita la maglietta numero 347 di Winetelling.

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