Musto Carmelitano, un’azienda del Vulture gestita da Elisabetta e Luigi, Maschito (Potenza)

Musto Carmelitano, tra cantina, vigne e degustazione nel paese di Maschito, in compagnia di uno dei due protagonisti dell’azienda, Luigi

10 Agosto 2024

Dopo una notte passata a Barile ci spostiamo un po’ più ad est della Regione Basilicata, precisamente in località Maschito, a circa una decina di minuti da Venosa, per incontrare Luigi, al timone dell’azienda Musto Carmelitano, assieme alla sorella Elisabetta.
Ci troviamo in una realtà famigliare, giunta alla terza generazione di vignaioli, anche se quella dei nonni e di papà Francesco si occupava di produzione di uve e di vino destinate sia al consumo personale, ma soprattutto alla vendita a terzi, con qualche imbottigliamento casalingo. C’è da dire che molta della produzione veniva caricata nei primi camion per essere destinata nel nord Italia, come testimoniano alcune foto di epoca pre-fascista, recuperate da un abitante del posto.

Nel 2007 Elisabetta e Luigi, assieme a papà Francesco fino al 2018, hanno iniziato ufficialmente la produzione di vino in bottiglia, avviando anche l’opera di costruzione della cantina, per come la possiamo vedere oggi, battezzando questa nuova realtà sotto il nome Musto Carmelitano. Precedentemente i vari processi e alcune vinificazioni venivano effettuati all’interno dei garage e piccoli magazzini sotto all’abitazione di famiglia, limitrofa all’azienda.
Pur non avendo fatto studi specifici, i due fratelli sono nati dentro a questo settore e, mossi dalla passione, si sono lanciati nella produzione di vino in bottiglia.

Oggi troviamo una cantina moderna, dove vengono portate le uve raccolte a mano, per essere fatte fermentare in acciaio a temperatura controllata, con un pied de cuve, nel caso delle prime masse. La filosofia di Musto Carmelitano è quella di produrre vini il più sostenibili possibile, utilizzando la tecnologia, quale il controllo della temperatura e un pizzico di metabisolfito di zolfo, al fine di evitare di impattare sul prodotto finale. Nel corso degli anni si sono provate anche alcune vinificazioni più “libere”, che non hanno sortito i risultati sperati. “Se il vino non è pulito e ha difetti non viene venduto. Ci è successo che nell’Aglianico rifermentato in bottiglia la volatile si è avvicinata a uno e abbiamo evitato la vendita di quel vino”.
Per capire la filosofia dell’azienda, Luigi sottolinea che solo ed esclusivamente se la natura lo consente e la qualità delle uve è ottima, si produce un Aglianico senza aggiunta di solfiti. Un vino che si è verificato essere stabile nei viaggi, anche oltre oceano, grazie alle naturali caratteristiche dell’Aglianico, quali: i tannini, l’alcol, gli antociani e la spalla acida, tutti alleati per il mantenimento del prodotto. A proposito di acidità, Musto Carmelitano ha lo scopo di ottenere vini più freschi e con meno estrazione, puntando sull’eleganza e la beva, tendenzialmente raccogliendo le uve a maturazione completa, ma non lasciandole a contatto tra di loro per tempi estremamente prolungati.

Riprendendo il processo di vinificazione, le uve si raccolgono e vinificano in base all’età dei vigneti, acquisiti o piantati in diversi periodi, con piante che superano gli ottantacinque anni.
Gli affinamenti (a malolattica compiuta, nel caso dei vini rossi) si svolgono sia in acciaio sia in cemento (nel caso dei bianchi e del Serra del Prete), ma anche in legno, pur non essendo troppo amanti di questo vaso vinario. Le botti, da cinquecento, mille e millecinquecento litri, riposano in una piccola barricaia e vengono acquistate nuove solo sporadicamente, avendo ancora legni in opera dal 2007.

Parlando di vigna, troviamo sette ettari vitati, non tutti ancora in produzione e con alcuni nuovi impianti che purtroppo non hanno avuto una buona sorte a causa dell’ultimo paio d’anni che hanno alternato peronospora e siccità. Vigenti che sono condotti secondo il disciplinare BIO, fin da subito, ottenendo, dopo i tre anni canonici, la certificazione. I filari sono inerbiti, per quanto possibile, con lo scopo ultimo di trattenere l’umidità in un terreno che tende ad indurirsi facilmente e creare crepe che disperdono le poche riserve di acqua. L’irrigazione non è consentita dal disciplinare dell’Aglianico e l’acqua non viene utilizzata.

I sette ettari di Musto Carmelitano si estendono in quattro macro-zone, comprese tra i cinquecento e i seicento metri sul livello del mare, tutte nel comune di Maschito (a circa cinque/sei chilometri di distanza complessiva): Pian del Moro, Serra del Prete, Vernavà e Cerentino. Anche se non limitrofi alla montagna del Vulture i terreni sono di matrice vulcanica, incontrando diverse tipologie di substrato, tra cui terre più bianche e ricche di calcare, terre rosse caratterizzate dal ferro, substrati ricchi di ciottoli e alcuni appezzamenti dove la terra è più scura, quasi nera. Spostandoci dalla cantina andiamo a toccare con mano la zona di Pian del Moro, dove ci sono piante che superano gli ottantacinque anni d’età, che un tempo erano di varietà miste tra Aglianico e Moscato, quest’ultima sostituita con nuove piante della prima. Percorrendo tutto il vigneto si arriva ad un piccolo appezzamento dove le viti sono ad alberello e molte a piede franco, ottenute per propagazione.

Spostandoci nel vigneto di Serra del Prete possiamo vedere il corpo più grande dell’azienda, composto da circa tre ettari e mezzo/quattro, dove le vigne contano età diverse e si è piantata una nuova parte che, come anticipato, ha avuto la sfortuna di incontrare peronospora e siccità. Qui è presente anche un casolare, dove è in corso un restauro, così da essere aperto al pubblico, dedicandolo a svolgere le degustazioni direttamente in vigna.

Luigi ed Elisabetta si occupano di tutti i processi, alternandosi nelle diverse attività, avendo un supporto di due persone stagionali in vigna, al fine di arrivare ad una produzione di circa venticinque/trentamila bottiglie per anno, divise in sette referenze. Troviamo i Maschitano Rosso, Rosè e Bianco, rispettivamente a base Aglianico, per i primi due e Moscato per il terzo vino; il Cru di Aglianico del Vulture DOCSerra del Prete”; il secondo Cru, che con l’annata 2020 diventerà DOCG, “Pian del Moro”; il già citato Aglianico senza solfiti, con uve provenienti da entrambi i Cru e un rifermentato in bottiglia a base Moscato, dal nome “Dhjete”, che in albanese significa “dieci”. Un vino che vuole riprendere le origini di questo paese e dei suoi abitanti, prodotto per la prima volta nell’anno dell’anniversario dei dieci anni di attività dell’azienda.

C’è anche da sottolineare che l’azienda fa parte della grande famiglia FiVi, Vignaioli Indipendenti, fin dall’inizio di questa attività, essendo una delle poche della Regione Basilicata.

Per degustare i vini Musto Carmelitano raggiungiamo il centro del paese di Maschito, accomodandoci all’interno del locale di proprietà di famiglia, La Chiazza (in dialetto la Piazza ed in italiano come la macchia, ovviamente di vino), proprio durante i giorni della festa del patrono Sant’Elia, che convenzionalmente si celebra il secondo weekend di agosto.

Cominciamo con la BollicinaDhjete” 2022, il Moscato rifermentato in bottiglia con il mosto congelato dell’anno precedente. Un vino che si esprime con note agrumate, di pompelmo, litchi, spunto di zagara, note di erba aromatica, basilico, origano, per un palato molto fresco, secco e verticale, con una discreta mineralità e sapidità e moderata lunghezza.

Per approfondire ulteriormente il mondo del Moscato passiamo a quello vinificato in bianco “Maschitano Bianco” 2023, che al naso punta sempre su note agrumate, ma anche di pesca bianca, mela croccante, ritrovando le erbe aromatiche percepite nel precedente vino e anche un tocco mentolato. In bocca si presenta con una buona spalla acida, per un sorso che riempie il palato, sempre discreta la mineralità e sapidità, con una maggiore persistenza.

Il mondo dei rossi si apre con il “Serra del Prete” 2020, il quale fermenta in acciaio e riposa per almeno un anno in cemento e un altro in bottiglia. Al naso punta su un’alternanza di frutti rossi e neri, tra cui il gelso, la lavanda, che lasciano poi spazio a note che tendono all’incenso e al fumè, con un tocco ferroso, ematico e un sottofondo balsamico, di pino mugo, per un sorso verticale, con una buona acidità, discreta mineralità, tannino che si fa sentire, ma inizia ad integrarsi al meglio, oltre ad avere una buona persistenza.

Concludiamo con il “Pian del Moro”, frutto della calda annata 2017, che fermenta in acciaio, dove resta un anno, per poi essere spostato un secondo anno in legno usato (tra tonneau e botte più grande) e un terzo anno di riposo in bottiglia. Al naso si presenta molto più intenso e caldo, con note di frutta sotto spirito, prugna, una spezia dolce di noce moscata e pepe rosa, cacao, tabacco e bastone di liquirizia. In bocca presenta un buon corpo, pur mantenendo mineralità, spalla acida, una maggiore mineralità e discreta sapidità, tannino ben deciso e buona persistenza.

All’uscita del locale incontriamo anche Elisabetta, giusto il tempo delle presentazioni e di una veloce chiacchiera, poiché impegnata con un altro gruppo di visitatori!
In attesa di rivederci in occasione di FiVi a Bologna un caro saluto a Musto Carmelitato e ai suoi protagonisti.

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