Fresca mattinata di gennaio con Maurizio Favrel nella sua Malibran, Susegana (Treviso)

Una fresca mattinata di gennaio in compagnia di Maurizio Favrel per approfondire l’azienda che prende il nome dal soprannome di famiglia: Malibran

11 Gennaio 2025

Una fresca mattinata di gennaio ci porta a Susegana, nell’area più bassa della DOCG Conegliano Valdobbiadene, per incontrare Maurizio Favrel, nell’azienda che prende il nome dal soprannome di famiglia: Malibran.
In compagnia di Maurizio ripercorriamo le tappe salienti della sua realtà, di cui si possono identificare le radici in nonno Gregorio, originario di Col San Martino. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la famiglia acquistò dai Conti Collalto alcuni terreni a Susegana, mettendo fine all’attività di mezzadria e diventando a tutti gli effetti possessori terrieri. Ufficialmente nel 1958 la casa Sottoriva e quattro ettari di campagne circostanti sono diventate dei Favrel, iniziando anche a destreggiarsi nella produzione di vino.

A quei tempi queste terre erano caratterizzate anche dalla presenza di uve a bacca rossa, tra cui i bordolesi Merlot e Cabernet, ma si iniziò a portare anche la produzione di Prosecco rifermentato in bottiglia, una tecnica più legata all’area di Valdobbiadene. Il Colfondo divenne la prima bottiglia prodotta da papà Girolamo, che, dagli anni ‘60 agli anni 2000, era il protagonista di un’azienda agricola che possiamo definire mista. Oltre alla produzione di vino, che per lo più veniva venduto in damigiana e in bottiglia Colfondo, si allevavano dei tori e molti animali da cortile, con oltre un migliaio di capi, destinati alla vendita. La già citata casa colonica Sottoriva, che oggi è diventata in parte il magazzino dell’azienda e in parte abitazione, a quei tempi era adibita a stalla, cantina e fienile.

Agli inizi del nuovo millennio, finiti gli studi in enologia, è entrato in azienda anche Maurizio e, a partire dal 2003, c’è stata una prima opera di restauro dei vari stabili, ricavando una moderna cantina per le vinificazioni e spumantizzazioni, oltre all’area di imbottigliamento, etichettatura e stoccaggio.
Fin dagli inizi dell’attività di Maurizio si è puntato ad effettuare la vendemmia in soli bins, così da scaricare l’uva dall’alto direttamente in pressa, senza tramogge o pompe, in un ambiente di atmosfera inerte, per poi trasferire il pigiato nelle vasche in cantina.
La parte più vecchia della cantina precedente, invece, è stata adibita a sala degustazioni.

Anche i vigneti hanno subito una trasformazione, convertendo alcuni impianti a Bellussera, tipici del passato, a Sylvoz stretto, con vigne che oggi contano una media di quarant’anni. Dai quattro ettari iniziali, oggi si trovano quindici ettari, di cui metà sono a corpo, nell’area di Susegana, in un terreno prettamente argilloso, mentre gli altri sono sparsi in altri territori. Tre ettari, in affitto, sono presenti a Sarmede, un altro paio in una seconda area di Susegana, un ettaro e mezzo a Santa Maria di Feletto e un campo sperimentale, dove si trova il Raboso e i vari Incroci Manzoni nella zona della Grave del fiume Piave. Ad eccezione dell’ultimo vigneto, dove è presente una maggior quantità di terra da riporto e scheletro, la tendenza generale è quelle di avere vigne basate su terreni composti da argille pesanti.

L’azienda Malibran è certificata Biodiversity Friend, ritenendo che la certificazione Bio sia limitante per combattere gli insetti vettori della flavescenza. Non ci si vuole limitare a combattere tali insetti vettori di malattie, in caso in necessità, ma questo non vuol dire che si utilizzano più trattamenti. Si cerca di essere il più presenti possibile in vigna per capire come poter salvaguardare la pianta nel minor tempo possibile. Per prevenire problematiche come la flavescenza dorata, fin dagli anni Novanta quando papà Girolamo ha assistito ai primi importanti focolari, si utilizza la tecnica della capitozzatura, lasciando un tralcio non potato nella vite, così da poterlo utilizzare come nuova pianta se quella madre si ammala, sfruttando l’apparato radicale originario. Questa tecnica fa ovviamente “perdere” un anno di produzione, ma evita di estirpare tutta la pianta e mantiene più alto il numero di viti con un apparato radicale maturo per la qualità.

In ottica generale i trattamenti sono a base di rame e zolfo, il sottofila viene lavorato e si utilizza un compost creato in maniera autonoma, a base di tralci di potatura, vinaccia, letame e un preparato batterico, facendo maturare il tutto almeno un anno. Si presta molta attenzione a quanto avviene nel sottosuolo in ottica di biodiversità (indice calcolato nei controlli della certificazione Biodiversity Friend), ma anche a ciò che circonda i vigneti, tra i vari corsi d’acqua e i numerosi boschi. Da qualche anno sono state portate in vigna sei arnie, sia per la produzione di miele, quando possibile, sia per monitorare la vita e il comportamento di questi insetti a favore dell’ecosistema.

La produzione di bottiglie è oggi arrivata a centocinquantamila per anno, incrementando le varie etichette un passo alla volta, iniziando a produrre i primi Spumanti in versione Extra DryGorio” (dedicato al nonno) e BrutRuio” (“ruscello-corso d’acqua”), in aggiunta allo storico Colfondo, ribattezzato nel 2009 “Sottoriva”. Il 2009 è stato anche il primo anno di produzione di un Conegliano Valdobbiadene Extra Brut, non previsto dai vari disciplinari e molto insolito per quel periodo, così da valorizzarne il basso dosaggio battezzandolo “5 Grammi”. A questo si è sempre dedicata la vasca migliore di tutte le vendemmie e, da quattro anni, viene prodotto con le uve di Rive di Santa Maria di Feletto. Il 2012 ha visto l’inserimento in un altro Colfondo, il “Credamora” con uve provenienti dai vigneti di questa zona; un vino ottenuto da una vinificazione in stile maggiormente ossidativo, senza aggiunta di solfiti e con un affinamento di un anno in più in bottiglia. Il primo Rosè Spumante prodotto è stato a base di Incrocio Manzoni 13.0.25 e Raboso Piave, in percentuale quaranta/sessanta, ad oggi in versione Extra Brut.

Dal 2014, quasi per gioco e per un innamoramento di tale vitigno, si è cominciata la produzione di Boschera Metodo Classico, con l’idea iniziale di poterlo sboccare dopo un medio affinamento, di circa trentasei mesi. Si è notato che questa varietà aveva bisogno di tempo per maturare in bottiglia sui propri lieviti e ulteriore tempo dopo la sboccatura. Così il 2015 è stato sboccato dopo ottantaquattro mesi e proposto sul mercato un anno dopo questa operazione. In seguito, per valorizzare questo, ormai raro, vitigno si è passati alla produzione della sua versione in bianco fermo, ottenuto oggi da una macerazione a freddo per alcune ore e una vinificazione e affinamento in solo acciaio, per poi essere imbottigliato e tappato con tappo a vite.

Infine, troviamo il “Teatrale”, un vino rosso “scarico”, dai sentori aromatici che si avvicinano ad un vino bianco, visti i protagonisti di questo teatro, che sono sei varietà in un unico filare di Incrocio Manzoni in uvaggio: 13.0.25 (Raboso Piave e Moscato d’Amburgo), 6.0.13 (Pinot Bianco e Riesling Renano), 2.14, (Glera e Marzemino), 2.15 (Glera e Cabernet Sauvignon), 1.50 (Trebbiano di Romagna e Traminer Aromatico), 2.30 (Trebbiano Toscano e Traminer Aromatico). La vinificazione in questo caso prevede quattro/cinque giorni di contatto tra le bucce in acciaio e affinamento nello stesso vaso vinario, viene tappato con tappo a vite e proposto talvolta refrigerato.

Dopo una panoramica sulla storia, gli appezzamenti e i vini Malibran, continuiamo le chiacchiere in compagnia di qualche assaggio, cominciando proprio dall’ultimo vino presentato, il “Teatrale”, nelle sue annate 2022 e 2023. Il primo vino si presenta con una buona aromaticità, ma anche sentori verdi, di foglia bagnata, erba appena tagliata, leggermente più ossidato, per un sorso fresco, dalla discreta mineralità e sapidità, buona spalla acida, un’estrazione di leggero tanno e discreta persistenza. Il 2023 è nettamente più floreale, con note aromatiche che spiccano in un potpourrì di fiori bianchi, tra cui emerge un forte sentore di rosa bianca, che alterna anche una zagara. In bocca ritorna la rosa bianca, emerge più sapidità, sparisce la nota tannica, valorizzando acidità e una discreta persistenza.
Sicuramente un vino di grande beva, che, assaggiato anche ad una temperatura refrigerata, risulta molto piacevole. L’etichetta riporta una farfalla con sei ocelli, sei come le varietà che compongono questo vino.

Passiamo alla Boschera che nell’annata 2022 si presenta già con alcune note evolutive, che lasciano una pesca bianca in sottofondo, per far emergere un leggero idrocarburo e note erbacee, per un sorso dritto, fresco, con una buona acidità, un tocco amarotico, con discreta mineralità e sapidità e una buona persistenza. Nell’annata successiva la frutta è ben presente, con note di albicocca, ma anche fiori d’acacia e miele, aumentando in freschezza anche nel sorso. Il suo nome è “Centogufi” e l’etichetta riporta il viso di un gufo, poiché tra gli alberi circostanti ai vigneti dov’è piantata, un giorno, mossi dal vento si sono alzati in volo “una marea di gufi”.

È il turno dello stesso vitigno, Boschera, in versione Metodo Classico, annata calda 2015, sboccata dopo ottantaquattro mesi di riposo sui lieviti, che arriva ai giorni nostri con un forte sentore di zafferano, ma anche mallo di noce e un tocco salmastro. In bocca torna lo zafferano, per un sorso dalla bolla pungente, una buona spalla acida, mineralità, sapidità e discreta persistenza.

Concludiamo gli assaggi con i due Colfondo Agricolo, il “Sottoriva” 2022, a base Glera, con una piccolissima percentuale di Boschera, che si esprime con note agrumate, di buccia di cedro e limone, una leggera crosta di pane, gesso e pietra bagnata, per un sorso pieno, ricco, minerale, con una buona sapidità, di beva e abbastanza persistenza.
Il fratello maggiore “Credamora” 2021, fa emergere note più piene al naso, con un tocco maggiore di lievito e pasticceria, note di miele, leggera frutta secca e uno spunto ossidativo, per un sorso più pieno, ma anche dalla maggiore spalla acida, una buona mineralità, sapidità e persistenza.

Un ringraziamento a Maurizio Favrel che merita la maglia numero 381!

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