Travaglini, una tappa obbligatoria per immergersi nella storia di Gattinara, grazie al racconto di Massimo e di Cinzia Travaglini
23 Gennaio 2026
Ci troviamo poco fuori dal centro di Gattinara, per approfondire una delle aziende più storiche e conosciute di questa zona, Travaglini.
Ad accoglierci Massimo, che porta avanti assieme alla moglie Cinzia Travaglini la quarta generazione dell’azienda, fondata, per come la possiamo vedere oggi dal suocero Giancarlo Travaglini.
Facendo un tuffo nella storia di questa realtà, è necessario tornare all’inizio degli anni ’50, attorno al 1953/1954, quando Giancarlo ha ereditato un paio di ettari di vigna posseduti dal nonno Clemente prima e dal padre Arturo successivamente. Un tempo tutte le famiglie erano solite avere dei vigneti dedicati ad una produzione di uva e successivamente di vino per l’autoconsumo, che puntavano più che altro su una produzione abbondante piuttosto che qualitativa.
Il protagonista di questa storia ha da subito visto le potenzialità del territorio, orientandosi su una metodologia di allevamento della pianta che potesse regalare frutti di estrema qualità, più che un copioso raccolto.
Passo dopo passo iniziò ad esplorare nuovi territori, dal vicino Barolo, alla Toscana, fino a Bordeaux, di cui si innamorò, portando in azienda alcuni dei concetti vitivinicoli esplorati oltralpe. Il numero degli ettari vitati è cominciato a salire, raddoppiando quelli acquisiti dalla famiglia, dedicandosi ad una produzione di vino da uve selezionate, talvolta lasciando a terra dei grappoli prima della vendemmia, facendolo considerare “pazzo” dai concittadini.
Per imbottigliare i propri vini, nel 1958, Giancarlo si staccò dalle classiche bottiglie bordolesi, utilizzate principalmente per lo “Spanna di Gattinara” (vino austero, prodotto per l’autoconsumo, ottenuto da grappoli lunghi una spanna, da cui deriva il nome, spargoli e con acini molto piccoli). La scelta è ricaduta su una bottiglia che potesse permettere di versare il vino senza la perdita di alcun sedimento, grazie alla pancia che era stata creata, utile come deposito, ma anche per il controllo del processo di ingresso dell’aria mentre si versava il vino, aria che non raggiungeva il fondo, così da non smuovere il sedimento stesso. Due anni più tardi, nel 1960, si è deciso di dedicare la stessa forma di bottiglia per la Riserva, ma con un vetro satinato, così da renderla ben riconoscibile a scaffale. Vetri che sono stati brevettati e ancora oggi utilizzati, diventando uno dei simboli dell’azienda.
Piccola curiosità è che nel 1982 si sono immesse nel mercato duemila bottiglie di Gattinara in una bottiglia bordolese, non apprezzata dal pubblico, che ormai si era già abituato alla forma panciuta come sinonimo dei vini di Travaglini.
Già negli anni ’60 la filosofia era quella di prendere la valigia e girare il mondo per proporre i propri vini, sbarcando sia negli Stati Uniti, che in Canada e in Giappone, colonizzando pian piano anche l’Europa.
Grazie ai ricavi economici, gli ambienti utilizzati, tra cui la vecchia cantina situata nel cortile dell’abitazione del padre, imbottigliatrice a casa della suocera e magazzino per le etichettature nel garage di un’amica della madre, vennero dismessi e si iniziò la costruzione di una parte di quella che è la struttura che possiamo vedere oggi, terminata nel 1971.
Dando uno sguardo ai principali ambienti di cantina, Massimo ci racconta che da subito si sono adottate le vasche in acciaio, oltre a due contenitori di cemento, oggi smantellati per far posto allo stesso acciaio, termoregolato. Sono ancora presenti alcuni acciai che non hanno il controllo della temperatura, utilizzati per estrarre le note aromatiche regalate dalle uve. Il vino resta in acciaio fino a compimento della fermentazione malolattica e viene trasferito in legno, dopo un paio di travasi, nell’aprile successivo alla vendemmia. Solitamente i vini vengono affinati in botte grande e una percentuale minore anche in barrique, per non estrarre eccessivamente i sentori del legno.
Dopo il magazzino e la zona dedicata agli acciai, è presente la cantina dove sono stoccate diverse decine di botti grandi, tutte di rovere di Slavonia, di diverso formato con botti molto vecchie ed altre di recente acquisto., provenienti da fornitori italiani, austriaci e svizzeri.
La barricaia è stata creata in un’ampia stanza al livello della strada, con mura spesse e la protezione di una parte di terra, che permette di avere una temperatura costante senza particolari regolazioni della temperatura.
In quest’area sono presenti più di seicento barrique di quattordici diversi fornitori, oltre a qualche botte grande, le bottiglie di Metodo Classico disposte sulle pupitre e due tulipe in cemento, utilizzate per gli assemblaggi della Riserva “Vigna Ronchi” prima di essere messa in bottiglia.

Curiosità è che l’utilizzo delle barrique è stato introdotto da Giancarlo nel 1982, acquistando sessanta botti, per il solo uso sperimentale, volendo trovare il giusto appezzamento che potesse produrre le uve più idonee all’ottenimento di un vino da affinare in questo contenitore. Il suo primo vino frutto di un affinamento in barrique è uscito nel 1997.
Tra i vari ambienti si può vedere anche la prima imbottigliatrice, di manifattura francese, acquistata nel 1971 e diventata oggi un pezzo da museo.
La storia di Giancarlo si è purtroppo interrotta nel 2004 e a raccogliere l’eredità dell’azienda è stata la figlia Cinzia, presente in azienda già dal 1987 grazie alla passione trasmessa dal padre, e dal marito Massimo, che aveva potuto parzialmente affiancare il suocero per un decennio, pur occupandosi di tutt’altra professione. Un lavoro imparato come si suol dire “rubando con l’occhio”, cercando di capire quel poco che traspariva dalla personalità integra e tutta d’un pezzo di Giancarlo, il quale era solito proferire poche parole, analizzando meticolosamente i suoi vigneti e la trasformazione di uve selezionate.
Assieme a Cinzia e Massimo, la quinta generazione è rappresentata dalle loro figlie, Alessia che si dedica più alla parte commerciale, di marketing, comunicazione ed accoglienza, mentre Carolina segue le orme del padre, avendo studiato enologia e curando gli aspetti di vigna e parte di cantina.
Oggi Travaglini conta cinquantasei ettari di vigna in Gattinara, sui centoquattro totali della Denominazione, tutti disposti nelle fasce collinari. Essendo ormai giunta la sera, riusciamo ad approfondire la conformazione di alcuni appezzamenti grazie a qualche video, principalmente uno dove racconta la nascita di una nuova vigna presso Ronchi-Valferana, in seguito al disboscamento di un bosco che aveva preso il sopravvento. Un percorso dal taglio del primo albero, lo scasso del terreno, la costruzione di muri a secco con enormi massi, fino alla messa a dimora dell’ultima barbatella in questi terreni porfirici, di origine vulcanica, riconducibile al “complesso dei porfidi quarziferi del biellese”. Questi sono caratterizzati da uno strato roccioso molto consistente e spesso superficiale, in particolare nelle zone di alta collina. Da esso si è successivamente formato, per disgregazione, lo strato fertile, raramente più profondo di quaranta centimetri, il quale permette la coltivazione della vite.
Gli impianti erano già stati ridotti da Giancarlo, il quale aveva adottato il sistema a guyot, che sostituiva le vecchie Maggiorine o Tramaset, utilizzate per produzione in quantità. I sesti sono passati dai due metri e cinquanta per uno e ottanta ai due metri per uno, così da concentrare la produzione, adottando tecniche più moderne e più facilmente lavorabili.
Così si sono potuti ereditare vigneti che oggi contano sessanta, settant’anni, condotte in maniera convenzionale, capendo il fabbisogno dei vari appezzamenti. In una zona dove la piovosità è molto alta e il rischio di grandine non è elevato essendo coperti dal Monte Rosa (solo nel 2021 si è persa il 40% della produzione, proprio a causa della grandine). Parlando di conduzione della vigna, i trattamenti di sola copertura sarebbero inefficaci, specialmente prima, durante e dopo la fase di fioritura, da aprile a giugno, dove si riscontrano i picchi delle piogge.
“È sempre meglio prevenire, quando sei coperto sei a posto!”.
Prima degli assaggi, scopriamo le zone più recenti della cantina, rappresentate dal magazzino termocondizionato costruito nel 2018, la libreria delle vecchie annate, terminata nel 2022, dove si può trovare anche un tavolo per le degustazioni più riservate, con clienti o professionisti del settore e una nuova area dedicata alle degustazioni con tavoli più ampi, utili anche per meeting o incontri aziendali, ultimata a fine 2025.
Con le sue duecentocinquanta mila bottiglie, di media, Travaglini si può definire un’azienda grande per il territorio della Denominazione, ma comunque medio-piccola considerando i giganti del mondo del vino, essendo ovviamente la produzione di Gattinara esclusivamente nella zona di Gattinara.
Le etichette prodotte sono otto, dal Gattinara DOCG, al Gattinara DOCG “Trevigne”; Gattinara Riserva DOCG; Gattinara Riserva DOCG “Vigna Ronchi”; il “Coste della Sesia” DOC Nebbiolo; il vino rosso “Cinzia”; “il Sogno”, vino da uve stramature e “Nebolè”, un Metodo Classico a base di uve Nebbiolo, proposto sul mercato dopo differenti periodi di riposo sui lieviti.
Tornati al punto di partenza, al bancone di una delle sale degustazione cominciamo ad assaggiare i vini Travaglini, partendo da quello dedicato a Cinzia, un 95% Nebbiolo e 5% di Vespolina e Bonarda, che affina principalmente in acciaio, oltre ad un breve periodo in botte. Ottenuto dalle vigne più giovani, nella sua annata 2023, si presenta con sentori molto freschi e fruttati, di fragola, lampone, note erbacee e vegetali, per un sorso dritto, fresco, dal tannino integrato, con una discreta acidità, abbastanza sapido e minerale e con una discreta persistenza.
Il mondo dei Gattinara DOCG si apre con quello più rappresentativo e di maggiore produzione (circa centoquaranta mila bottiglie per anno) per l’azienda Travaglini, ottenuto da uve Nebbiolo di quasi la totalità delle vigne possedute, con affinamento di trenta mesi in legno, tra botte grande e un 10/12% di barrique, di cui un 2/3% nuova. Annata 2022, regala note di frutta più matura, sentori di sottobosco, tocco ematico, di rabarbaro, spezia, note balsamiche e ferrose. Il sorso è sempre fresco, persistente, di beva, anche se ha un tannino più marcato, sicuramente ha bisogno del suo tempo di affinamento in bottiglia, che a volte è in controtendenza con le richieste del mercato.
Continuiamo con la Riserva 2020, Nebbiolo che affina quaranta/quarantadue mesi in botte grande, di cui solo un 10% riposa in barrique, per poi sostare un altro anno in bottiglia. I sentori si concentrano, con note di confettura di frutti rossi e neri, fiori appassiti, tocco di sottobosco e fungo, una costante balsamicità, ma anche spezia, noce moscata e ginepro. Tannino più setoso, un corpo presente ma ben equilibrato da una buona acidità, abbastanza sapido, minerale e con una buona lunghezza.
Concludiamo con la prima annata del “Vigna Ronchi”, 2019, Nebbiolo di una vigna di oltre sessant’anni, di cui si utilizza solo la parte migliore della produzione d’uva. In questo caso il riposo è di circa quarantotto mesi in legno grande, con un affinamento di circa sei mesi nei tulipe di cemento. Vino che regala note di frutta sotto spirito, una leggera sanguinella, tocco di cioccolato, foglia bagnata, spezia, sentori ferrosi ed ematici, grafite e un leggero fumè. Al palato una buona spalla acida, sorso diretto, tannino integrato, le parti dure equilibrano il suo corpo, per una lunga persistenza.
Un ringraziamento a tutta la famiglia Travaglini e a Massimo che merita la maglia numero 437!


