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domenica, 25 settembre, 2022

Con Albino Armani alla scoperta delle eccellenze di più territori, Dolcè (Verona)

Albino Armani, una mattinata passata nell’azienda in compagnia di Albino, la moglie Egle e degustazione assieme all’enologo Manuel

25 Marzo 2022

Albino ArmaniUn weekend in Vallagarina che si apre incontrando Albino Armani, nell’omonima cantina di Dolcè, paese in provincia di Verona, a pochi chilometri dal confine con il Trentino.

Visto il poco tempo di Albino e i suoi mille impegni ci sediamo subito nel suo ufficio a chiacchierare, approfondendo la sua figura e le diverse sfaccettature della sua realtà vitivinicola.

L’inizio della storia della sua famiglia si fa risalire simbolicamente al 1607 quando gli avi di Albino Armani coltivavano le terre trentine per produrre i beni di prima necessità al fine di autosostentarsi.

Precisamente il 7 dicembre 1607, Domenico Armani firmò un documento notarile (oggi custodito presso l’Archivio Storico di Trento) che gli consegnava i terreni con “arbori e vigne” appartenuti al padre Simone.

Il cambio di paradigma, dopo un susseguirsi di quasi una ventina di generazioni, è stato dettato dal nonno Albino prima e dal padre Antonio poi, che ebbero l’intuizione di commerciare il vino, in anni in cui questa materia, da alimento e fonte di sostentamento, diventò pin piano un prodotto di commercio.

Albino ArmaniUna storia che Albino Armani tiene a sottolineare più volte è nata da una tradizione contadina, senza alcun blasone o dinastia nobile “contadini eravamo e contadini siamo rimasti; bisogna tenere le orecchie basse per raccontare certe storie”.

Tutto parte dalla coltivazione della terra, cerco, scopro, intuisco e sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed avventure, percependo un prodotto e costruendone tutta la filiera”.

Il filo rosso filosofico di Albino Armani è legato alla terra, sia come materia da coltivare, sia come simbolo delle radici e della cultura, di cui il vino può essere una semplice bevanda, ma soprattutto un messaggio da utilizzare per creare coesione tra le famiglie, i paesi, le popolazioni. Il vino viene concepito come un elemento sociale che possa essere un collante per dare adito a dei territori e non pensare solo al proprio orticello; “se guardi solo te stesso e elogi la bontà del tuo vino e non hai costruito nulla, qual è il lascito?”. Un lascito che per Albino Armani vuole essere la costruzione di un ecosistema attorno al mondo vino, di cui questo è interpretato come una scusa per parlare di altro, come se fosse l’ultimo tassello di un puzzle che si compone di territorio, gastronomia, turismo, associazioni, cultura, sport, e molto altro.

La paura più grande è quella che le aziende che crescono molto e vantano anche una grandissima qualità, non si interessino del contesto, focalizzandosi a dare sempre più luce a sé stessi”.

Dietro al bicchiere ci sta la filiera ed è questa che porta il benessere ad un territorio!”.

E’ su questo filone che è stata creata la realtà Armani, con diversi volti rappresentativi delle tre regioni “delle Venezie”: Trentino, Veneto e Friuli.

Albino ArmaniA Dolcè un tempo c’era poco o nulla, si viveva di miseria e, in quella che ora è la Terra dei Forti DOC, una delle poche fonti di reddito erano le cave di sassi e pietre. Il processo di sostenibilità, invece di prendere la direzione delle fabbriche o dell’industria di massa è stato legato principalmente al vino, il quale ha trasformato questo territorio anche in ottica tridimensionale, riprendendo i temi precedenti e costruendo negli anni tutta una serie di attività per attrarre turisti e appassionati in questa valle scortata dal corso del fiume Adige.

Uno dei protagonisti di questa operazione di rinascita territoriale è stato proprio Albino Armani, che ha voluto investire sul territorio dando seguito anche a numerose ricerche sulle varietà autoctone del luogo, come Casetta, Negrara, Peverella, Turca, Nera dei Baisi.

Oggi, oltre alla cantina di Dolcè, e quella di Chizzola di Aia, da cui ha origine la famiglia, troviamo altre tre realtà vitivinicole: in Valpolicella Classica a Marano, in località Camporal di Marano (ultimo progetto che trova sede in una cantina a cinquecento metri di altitudine, scavata nella roccia vulcanica), a San Polo di Piave, nel biodinamico progetto Casa Belfi assieme a Maurizio Donadi e a Sequals, nella Grave Friulana, ai piedi delle Alpi Carniche.

Una delle attività più stimolanti per Albino Armani è quella di partire da un ideale, dopo un attento studio di fattibilità, per valorizzare il territorio, ovviamente in meglio, senza però denigrarlo, ma investendo principalmente sulle varietà autoctone di quel luogo. L’aspirazione di recuperare, salvaguardare e conservare delle varietà investendo anni di studi e micro-vinificazioni, ritenendo che la produzione del vino possa essere il fattore migliorativo di zone che magari si presentano in stato di abbandono.

Portare “il modello Foja Tonda” anche in altri territori, lavorando decine di anni per trovare quel simbolo che sia solo l’inizio dell’effetto domino che possa dare adito ad una zona di potenziale. Il percorso del Foja Tonda, il cui nome della varietà è Casetta, è cominciato negli anni ’90, sostenendo che questo vitigno, quasi abbandonato e messo in disparte, potesse essere uno dei simboli del territorio. Dal 2002 il Foja Tonda è stato reinserito tra le varietà ammesse alla coltivazione (con iscrizione al catalogo nazionale delle viti) e dal 2007 riconosciuto DOC Terra dei Forti.

Albino ArmaniUn lavoro di trent’anni che si sta ripetendo anche per un’altra varietà, la Nera dei Baisi, una varietà a bacca rossa la cui unica antica vigna rimasta è stata ritrovata nella piccola contrada Baisi di Terragnolo, in Trentino, inerpicata sul terrazzino di una vecchia abitazione. Le ricerche su questo particolarissimo vitigno hanno fatto luce sulle sue origini: si tratta di un ibrido tra vite europea e americana, creato dal francese Albert Seibel per essere immune da malattie. Questo vino finisce in bottiglia in purezza e senza aver fatto alcun passaggio in contenitori che non siano l’acciaio, al fine di ottenere un prodotto integro, non dettato dalla pressione commerciale, ma dalla divulgazione della vera natura della varietà.

Lo scopo di questi investimenti, dettati principalmente dalla passione, è quello di poter mettere a fattor comune la ricerca e renderne disponibili i risultati a chi vuole far parte di questa corrente di rinascita territoriale.

Il lavoro di Albino Armani non si ferma in Vallagarina, ma si è spostato anche in Friuli con gli studi su varietà quali Piculit Neri, Ucelut, Sciaglin; o ancora sperimentazioni su vitigni resistenti quali Solaris o Cabernet Volos tra la Valbelluna e la Valpolicella.

Gli ettari complessivi, sommando tutte le realtà sotto al cappello Albino Armani, sono circa trecentonovanta, tutti certificati SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata), fino a passare al disciplinare biologico e biodinamico nel progetto in collaborazione con Maurizio Donadi.

Albino ArmaniUna chiacchierata quella con Albino Armani che potrebbe tendere all’infinito, se non fosse per i suoi innumerevoli impegni, tra i quali quello di presidente del Consorzio del Pinot Grigio DOC delle Venezie, con cui in mattinata ha una riunione. Nella speranza ci sia la possibilità di un secondo incontro, per lui maglietta numero 152 di Winetelling.

La chiacchierata prosegue con la moglie Egle, braccio destro di Albino, la quale è stata “contagiata” dalla passione del marito per questo settore ed anche lei è in prima linea nelle attività delle aziende.

Prima però, a sorpresa, ci colleghiamo in videochiamata con San Polo di Piave, per conoscere virtualmente Maurizio Donadi e approfondire il progetto Casa Belfi.

Un’azienda che si estende tra la provincia di Treviso e quella di Venezia con vigneti a San Polo di Piave e Romanziol, primo comune nella provincia di Venezia, accomunati dalla presenza del fiume Piave. Il fiume è un punto in comune anche con l’ultimo progetto che ha preso vita a Trichiana, Casera Frontin, in Valbelluna con la produzione di uno spumante non sboccato, da uve Pinot Grigio ed altre varietà resistenti, pronto da bere o da conservare negli anni sui propri lieviti, che ne mantengono la longevità.

Albino ArmaniRitornando a Casa Belfi, dopo un inizio di attività applicando quanto studiato alla scuola di enologia, Maurizio ha iniziato a mettere in discussione il suo operato, cambiando la direzione sia nei lavori di vigna sia in quelli di cantina, eliminando ciò che poteva essere dannoso per la terra e l’ecosistema oltre a processi come chiarifiche e filtrazioni. Un processo lungo e ancora in corso d’opera, che ha visto l’incontro con Albino Armani, instaurando dapprima un rapporto di amicizia e poi di collaborazione nella messa a punto dei vini e nella commercializzazione. La filosofia di Casa Belfi si basa sul benessere della pianta, che da sola produce sostanze antiossidanti e, se questa viene tutelata nel suo ciclo vitale, non servono aggiunte per ottenere il giusto rapporto tra ossidazione e riduzione; tutto ciò grazie anche al tempo e al giusto presidio in cantina.

Sarà d’obbligo andare a trovare Maurizio per approfondire al meglio Casa Belfi e Casera Frontin!

Albino ArmaniCon Egle ci spostiamo nella parte esterna dell’azienda e mi racconta che la proprietà dove ci troviamo è stata comprata dal papà di Albino Armani negli anni ’60, che si spostò da Chizzola di Ala, in cui si trova ancora oggi la prima cantina di famiglia.

Di fronte alla sede di imbottigliamento, la cui parte superiore è dedicata alle degustazioni, è presente una sorta di biblioteca, chiamata “Conservatoria delle viti autoctone in via di estinzione in Vallagarina”, dove sono presenti alcuni filari per tipologia, tra cui troviamo: Casetta, Negrara, Turca, Nera dei Baisi, Corbera, Valdebara, Vernazza, Vernazzola, Montagna, Peverella, Corbina, Corbinella; piantate tutte tra il 2003 e il 2004.

Albino ArmaniAmmirando la vista sui vigneti, si può notare anche la ventilazione naturale che proviene dalla parte più a nord del Lago di Garda e il territorio circostante che fa intravedere una prima parte di Vallagarina, che segue il corso del fiume Adige.

Albino ArmaniEntrando nello stabile di fronte alla Conservatoria si può toccare con mano la linea di imbottigliamento, dove si imbottigliano tutti i vini ad eccezione di quelli di Casa Belfi e del Metodo Classico, oltre al laboratorio di analisi. In azienda sono impegnati un consulente e tre enologi ed è proprio scortati da uno di loro, Manuel, che ci spostiamo al piano superiore per qualche assaggio.

Albino ArmaniVista la prevalenza di questa varietà nel territorio della Vallagarina il primo vino non poteva che essere un Pinot Grigio, “Colle Ara” 2020, le cui uve effettuano circa dodici ore di macerazione e circa il 30% affina in tonneau. I principali sentori sono di frutta matura, note di arancia, albicocca, ginestra, mango, salvia, leggero pepe bianco, curry; per un gusto pieno in bocca, ma allo stesso tempo verticale, con una buona spalla acida, persistente. Il suo nome si riferisce ai resti di un’antica ara romana trovata dove oggi sorge il vigneto.

Negli anni, Manuel mi racconta che è stata fatta una ricerca concentrandosi su cinque tipi di lieviti, da cui se ne sono ricavati due, utilizzati per innescare il processo di fermentazione delle uve.

Albino ArmaniAvendolo citato più volte, il secondo vino assaggiato è di una delle circa ottomila bottiglie (dai dodici ettari complessivi) di Foja Tonda 2017, ottenuto da uve che restano a contatto con le bucce per dieci/dodici giorni, un affinamento per due anni in botti grandi e minimo un altro anno di riposo in bottiglia.

Quest’uva è la penultima uva raccolta in valle e la sua caratteristica principale è il grappolo piccolo e compatto che inizia a gocciolare non appena è matura, a differenza del forse più conosciuto Enantio che presenta un grappolo molto più grande ed una foglia più frastagliata. Il Casetta era la varietà che un tempo i contadini vinificavano per sé stessi e i vini ottenuti venivano conservati per le occasioni speciali come battesimi, matrimoni, compleanni.

Un vino dai sentori di frutti di bosco, fragoline, note vegetali, muschio, sottobosco, erba bagnata, liquirizia, cacao, note balsamiche e terrose, pepe nero. In bocca è fresco, con un’ottima spalla acida, buona mineralità, tannino vivo, che si fa sentire ma non invade e una buona persistenza.

Albino ArmaniCurioso anche del progetto Nera dei Baisi, apriamo una delle circa duemila bottiglie (ottenute dai duemila metri di questa varietà) prodotte nel 2018 con un affinamento tutto in acciaio e un riposo di almeno un anno in bottiglia.

Fin da subito al naso si presentano note di fragola, fragoline di bosco, frutti rossi, rose rosse, ciclamino e una dolcezza che sembra quella dello zucchero filato. In bocca è pieno, fragrante, con un’ottima acidità, tannino moderato e setoso, minerale, vino di spessore, morbido, delicato, con una buona persistenza.

Albino ArmaniGli assaggi si spostano e si concludono in Friuli, con un vino in anteprima, il “Piligrin”, Terre di Plovia, territorio un tempo cammino dei pellegrini che, dal XII secolo, scendevano da nord, per guadare il fiume Tagliamento e proseguire verso Venezia dove si imbarcavano per la Terra Santa. Un 2019 ottenuto da Merlot e l’autoctona Piculit Neri vinificate separatamente ed affinate parte in acciaio e parte in botte grande, da trenta ettolitri, per poi ottenere il blend da imbottigliare.

Un giovanotto che presenta al naso sentori di frutti di bosco, marasca, cacao, sottobosco, rosa canina, spezie dolci, note ematiche, liquirizia. L’ingresso in bocca è fresco, con una buona acidità, tannino presente ma non invadente, buona mineralità e sapidità, lungo e di ottime prospettive.

Per il futuro i progetti sono ancora molti e in una gamma di etichette che ne comprende più di trenta si sta lavorando anche alla produzione di un Sauvignon Superiore, un vino Pet Nat e un Orange, ma ancora non vi anticipo nulla.

L’incontro nell’azienda Albino Armani non poteva concludersi senza aver visitato il luogo più suggestivo di questa realtà, l’archivio storico con alcune delle bottiglie tra cui quelle di Foja Tonda, fin dagli inizi della sua produzione nel 1992. Da qui preleviamo un 2007 che porto a casa in attesa di poter trovare l’occasione per assaporarne le caratteristiche, dopo più di dieci anni di bottiglia.

Albino ArmaniUn ringraziamento speciale a tutti i protagonisti della Albino Armani per la mattinata passata assieme.

 

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