Antica Valpolicella, assieme a Niccolò e il fedele cane Ragù, alla scoperta di questa piccolissima realtà che prende il nome dall’omonima vallata
22 Gennaio 2022
Dopo una mattina segnata dalla fitta nebbia fino a Padova, la Valpolicella mi ha accolto con una splendida giornata di sole, in una prima tappa nell’azienda Antica Valpolicella.
A fare gli onori di casa, oltre al cane Ragù, Niccolò, che da solo conduce questa minuscola realtà vitivinicola.
Ci troviamo in una piccola valle attorniata dal Monte Pastello, una montagna di circa milleduecento metri che favorisce l’ecosistema grazie alla creazione di venti termici da nord a sud e viceversa, e il torrente Lena, presente nel sotto valle.
Sfidando la brezza andiamo a curiosare uno dei due vigneti principali, un impianto a pergola veronese, risalente al 1951, che con un secondo impianto datato 1981 e qualche filare piantato tra il 2018 e 2019, completa l’estensione dell’azienda. Antica Valpolicella si estende per tre ettari, di cui un ettaro è vitato, uno è dedicato agli ulivi e agli alberi da frutto, mentre il terzo è di bosco. Un mix di alberi da frutto tra cui: albicocche, fichi, sei tipi di prugne, ciliegi, cachi, noci, nocciole, mandorle, melograni, mele e pere.
Tra le vigne si vedono i lavori di potatura, quasi completati, visto il periodo di luna favorevole, contrariamente allo stralcio e le legature che avvengono “a sfavor di luna”. Si possono notare anche alcune piante di carciofi all’inizio dei filari, sia per l’apprezzamento di questa verdura da parte di Niccolò, sia per la sua buona consociazione con la vite.
Nell’ettaro vitato si possono trovare diverse varietà d’uva, sia a bacca bianca sia a bacca rossa: nel primo caso, oltre alla Garganega, Bigolona, Cortese, Malvasia Istriana, Trebbiano di Soave; mentre per quanto riguarda le uve a bacca rossa: Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, Croatina.
Ci troviamo in un terreno composto da una matrice calcarea, con una marna argillosa, la quale consente alte acidità e ph bassi; nel corso degli anni il suolo si è arricchito di sostanza organica ed ha acquistato qualche centimetro in superficie, grazie alle pratiche di conduzione dei vigneti.
In vigna si cerca di essere il più sostenibili possibile, con i trattamenti a base di rame e zolfo e, per ridurne le quantità, supportati da tisane a base di equiseto o preparati di ortica. I filari sono inerbiti e, come si nota passeggiando, vengono ridate alla vigna le vinacce. C’è da sottolineare come il sistema a pergola mantenga la vigna più alta dal suolo, diminuendo l’impatto dell’umidità. Per quanto riguarda gli ulivi, invece, non viene effettuato alcun trattamento, vengono solamente applicate delle trappole per attirare le mosche bianche, dannose per le piante.
La storia di Antica Valpolicella è cominciata nei primi anni del ‘900 quando il bisnonno di Niccolò, padre di sua nonna, ha cominciato la sua carriera lavorativa, prima come lustra scarpe davanti alla stazione, per poi passare a fare l’autista di una famiglia molto agiata ed imparare preziose nozioni dai titolari e dai loro clienti (“mia nonna mi raccontava sempre che per lui quella è stata la sua università”).
Negli anni ’20 la possibilità di acquistare dei campi di frumento e grano, creando di anno in anno la sua fama e credibilità, imponendosi sul mercato e arrivando a possedere circa cento ettari tra seminativi, allevamento e vigneto, dedicandosi nell’ultima fase della sua vita all’imprenditoria immobiliare.
Una passione per la viticoltura nel DNA di Niccolò, che, però, ha sviluppato l’azienda ereditando quelli che erano i vigneti del nonno paterno, un farmacista che aveva acquistato alcuni appezzamenti vitati per hobby.
Quando il contadino che gestiva i campi, Tano, diventò troppo anziano, il destino più naturale era la vendita delle proprietà, ma nel 2012 Niccolò, che proveniva da altro settore e con una laurea in Pianificazione del Territorio, decise di cambiare vita e dedicarsi alla viticoltura.
Dopo aver venduto l’uva per qualche vendemmia, nel 2015, visti anche i ribassi dei prezzi, l’inizio delle vinificazioni, prima in una cantina terza per poi creare il proprio spazio, recuperando gli ambienti della cantina personale del nonno. Uno sguardo alla piccola cantina di quarantatrè metri quadri, in un ambiente sotterraneo ristrutturato nel 1994, dove si possono trovare alcune vasche in cemento e qualche botte di legno (tre tonneau, tre barrique, una botte da mille litri) per un totale di circa tremila litri di vino che può affinarvi.
Qui viene fatto tutto in maniera artigianale, con fermentazioni che vengono innescate da un pied de cuv da uve bianche e senza alcun aiuto tecnologico, neanche per l’etichettatura, manuale ed aiutata da un tavolo, che decreta i limiti superiore ed inferiore dell’etichetta. Il lavoro si sta pian piano affinando ed è stato imparato sul campo, anche grazie all’aiuto di un vicino di casa, Antonio, nipote del mezzadro che gestiva e coltivava questa vallata di cui c’è il ricordo avesse prodotto negli anni il Recioto più buono di tutta la vallata.
La cantina sorge al piano inferiore della casa rurale di famiglia, nella quale all’inizio di questa avventura era stato creato un bed and breakfast, dal nome Antica Valpolicella e proprio da questo ha preso il nome l’azienda.
Godendo della bella giornata di sole ci sediamo all’aperto ed iniziamo ad assaggiare i vini partendo da “Le Quarette” 2019, il cui nome riprende i terrazzamenti fatti di muri a secco, presenti in Valpolicella. Un vino che racchiude le uve dei due appezzamenti principali che non vengono dedicate al Valpolicella; una base in cui a farla da padrone è il Corvinone, oltre a Corvina e Rondinella. Affinamento in acciaio e una parte di legno dai sentori di piccoli frutti rossi, note erbacee, erbe aromatiche, spezie, ginepro; dalla beva “semplice” e fresca, una buona mineralità, leggero tannino e discreta persistenza. In etichetta una foto modificata di Niccolò intento a lavorare la vigna, con la zappa a tracolla e lo sfondo verde, a ricordare i sentori erbacei insiti nel vino.
Il secondo vino è il “Vin del Leo” 2018, dal nome dedicato al nonno, le cui uve, provenienti dalle vigne più vecchie, dopo essere state vendemmiate sono state lasciate per un mese in appassimento. Vino affinato in legno, più opulente e concentrato che non vuole essere un Amarone, ma deve essere caratterizzato “dalla beva”. Al naso sentori di frutti di bosco, frutta rossa più concentrata, fiori rossi, spezia dolce, rabarbaro; con una spinta acida più marcata, ma una buona beva ed equilibrio, oltre ad una maggior persistenza.
Nel 2018 sono state prodotte milleduecento bottiglie, mentre nel 2019 zero, nel 2020 trecento e nel 2021 circa un migliaio.
Concludiamo con il Valpolicella 2018, dal nome “Valpo.”, con un punto che vuole determinare un confine nelle tecniche di vinificazione di questo vino nell’immaginario soggettivo di Niccolò. Blend di Corvina, Rondinella e Molinara, che affina tre anni, di cui diciotto mesi in barrique e il restante tempo in bottiglia.
Al naso i piccoli frutti rossi, note di violetta, spezie, leggera erba aromatica, noce moscata, sentori erbacei e spunti ematici. In bocca è fresco, con una buona beva, minerale, abbastanza sapido, con una buona acidità e un tannino finale.
Parlando di futuro Antica Valpolicella vuole continuare a sperimentare e crescere in base alle possibilità che offre il terreno il cui sorge l’azienda, lanciando inoltre una nuova etichetta, creata in collaborazione con un amico.
Antica Valpolicella, inoltre, non punta sull’Amarone come vino simbolo dell’azienda, ma quando le condizioni lo consentono viene prodotto, lo stesso vale per il Recioto, di cui ne è stato prodotto qualche litro, ad uso personale.
Interessante scoprire il progetto ReValpo che racchiude otto produttori delle diverse zone della Valpolicella, accomunati dalla stessa filosofia; sarebbe interessante andare a scoprirli tutti prima o poi!
In attesa di scoprire le novità più prossime, maglietta numero 132 per Niccolò!


