Antonio Failoni, originario di Gallarate e innamorato delle Marche, Jesi (Ancona)

Nel mondo di Antonio Failoni, che ha creato la sua azienda partendo da un’avventura improvvisata quando aveva poco più di vent’anni

04 Marzo 2023

L’incontro con Antonio Failoni, titolare e fondatore dell’azienda battezzata con il suo nome e cognome, mi porta in Contrada Castellaretta, nel paese di Staffolo, situato ad una quindicina di chilometri da Jesi. Ci immergiamo fin da subito nella storia di Antonio che, originario di Gallarate (Varese), nel 1986, dopo l’anno di leva allora obbligatoria, decise a ventuno anni di recarsi assieme alla ragazza dell’epoca nelle Marche, dove i genitori di lei avevano alcuni ettari di campagna. “Senza programmi o troppi pensieri, ma semplicemente per stare un po’ assieme, dopo un anno passato via da casa”.

Fin da subito è emerso un amore verso questo modo di vivere, che ha dettato l’inizio dell’avventura di Antonio Failoni come contadino, dedicandosi alla coltivazione di grano, barbabietole e girasoli, tra i quaranta ettari della proprietà. Successivamente si è deciso di sfruttare un ettaro e mezzo piantando un vigneto di Verdicchio e, grazie a qualche amicizia del posto, nel settore vitivinicolo (“come non ricordare Lucio Canestrari”), si è cominciata ad allevare la vigna e produrre i primi vini.

La compagna dell’epoca non aveva la stessa visione di Antonio e il progetto, sia lavorativo sia di vita, terminò qualche anno più tardi. La passione non era ovviamente svanita, tanto che lo portò ad acquistare un primo terreno, in una zona limitrofa, nel quale vennero piantati mille ulivi, meno impegnativi da gestire, rispetto alla vigne. Per dodici anni Antonio Failoni lavorò tra i vigneti e come cantiniere in altre aziende del territorio, potendosi così permettere di acquistare altri appezzamenti attorno alla casa in cui ci troviamo oggi che, oltre ad essere trasformata parzialmente in cantina, è la residenza di famiglia.

Il primo ettaro è stato piantato nel 2001 con uve Sangiovese e Montepulciano, in un luogo dove a farla da padrone era ed è il Verdicchio. Una decisione in controtendenza per poter approfondire l’espressione di queste uve rosse in terra bianchista. Nel 2004 la prima vinificazione in una cantina di un amico, che portò come risultato la prima bottiglia di “Esino Rosso”.

Nello stesso periodo è stato conosciuto un commerciale di vino, né ad una fiera né ad una degustazione, ma grazie alla fondazione di una band per il quale questa persona suonava la batteria. L’espansione commerciale ha aiutato per qualche anno la crescita dell’azienda, che ha aumentato i vigneti, con altri tre ettari a bacca rossa e un ettaro di Verdicchio. Con il passare del tempo è stata creata la cantina, all’interno della parte più storica della struttura, risalente al diciannovesimo secolo, oltre alla sala degustazioni ricavata dalla ex stalla, fresca di restauro e inaugurata ufficiosamente proprio nel giorno della visita.

Nella cantina adiacente si trovano vasche in cemento, acciaio, alcune botti grandi e qualche tonneau da settecento litri. Fino allo scorso anno le fermentazioni, principalmente sui vini rossi erano spontanee, mentre dal 2022, con l’ingresso del figlio Rocco in azienda sommato all’eccesso di caldo di questa annata, si è deciso di avere una sicurezza maggiore con l’uso di lieviti neutri selezionati.

Oggi le bottiglie prodotte sono ventiduemila, divise in sei etichette e la gestione è in capo ad Antonio Failoni, oltre al figlio Rocco, che si sta formando per inseguire le orme del padre, sia in vigna sia in cantina, ma anche nelle consegne, eventi e parte commerciale. L’obiettivo è quello di consolidare il team, per poi ampliare gli ettari vitati, puntando sulle carenti uve a bacca bianca.

Le sei etichette contano un Metodo Classico a base di Sangiovese, che sosta un minimo di ventiquattro mesi sui lieviti; un Rosato Ancestrale di Montepulciano, un Bianco a base di Verdicchio (che dipendentemente dalla commissione della DOC viene chiamato Verdicchio o meno); un Rosato di Syrah; “Esino Rosso”, 100% Montepulciano e Rosso Piceno, con uve Sangiovese e Montepulciano in eguali parti, oltre ad un 10% di Merlot (avendo circa cinquecento piante di questa varietà).

A volte è la vigna che ti chiede di produrre una nuova etichetta, come nel caso dello spumante di Sangiovese; una decina di file le cui uve non soddisfavano mai la maturazione per i vini rossi, mi hanno portato ad eliminare il 60% dei grappoli per ottenere più concentrazione. Un’operazione che snaturava quello che tale piccola parcella aveva da offrire, così si è deciso di vinificare quest’uva in bianco e, grazie alle sue caratteristiche dedicarla alla produzione di spumate”.

Nel 2016 è stata effettuata la prima prova, circa quattrocento bottiglie, bevute tra amici, che però hanno convinto Antonio, così tanto da intraprendere questa strada ufficialmente nel 2019, con sboccature che vanno dai ventiquattro ai trenta ai trentasei mesi, dipendentemente dai trend di mercato.

Curioso scoprire una piccola saletta, dove si accede da una porta bassa e stretta (probabilmente per le altezze non molto elevate dei marchigiani dell’epoca), all’interno della quale si trovano diverse centinaia di bottiglie di vecchie annate, conservate per capire l’evoluzione dei vini, sia bianchi sia rossi.

Un veloce sguardo alla campagna, assieme al cane Borr (dal nome del padre di Odino), ci porta a toccare con mano i vigneti a corpo dove il terreno è a medio impasto, tendente all’argilla, con qualche traccia di calcare, dovuta alla filtrazione dell’acqua nel sottosuolo.

Le lavorazioni sono da sempre in biologico, con l’utilizzo di rame, zolfo ed alcuni induttori di resistenza, senza abusarne le quantità, ma per rendere sempre più resistenti le piante. Non vengono fatte da qualche anno lavorazioni al terreno, poiché non necessarie in questa zona, nella quale si rischia di rendere sterile un substrato ricco di erbe spontanee, che trovano il loro equilibrio di anno in anno.

Precedentemente la proprietà era di un vecchio contadino il quale coltivava grano, in un terreno sfruttato al massimo, con una terra praticamente morta, rigenerata nel corso degli anni, con piccoli interventi e qualche concimazione organica, facendo così ripopolare la zona di insetti e vermi vari.

Si possono notare anche alcuni ulivi secolari, che spaziano dai trecento ai cinquecento anni e si sommano a quelli piantati trent’anni fa, oltre a qualche nuovo impianto, così da avere circa milleduecento piante, di varietà quali Leccino, Raggia e Frantoio, che vanno a comporre un unico olio.

Tornati nella neonata sala degustazioni stappiamo il Bianco 2021, a base di uve Verdicchio, che vengono pressate a grappolo intero, per ottenere un vino che riposa in acciaio. Al naso emergono sentori di mela, pesca bianca, tiglio, spunti di erba appena tagliata, salvia, per un palato “tondo”, dalla moderata acidità, buona mineralità, fresco e ben equilibrato.

Antonio Failoni apre anche un 2017, annata parecchio siccitosa, durante la quale i titolari delle aziende limitrofe hanno cominciato a vendemmiare nelle prime settimane di agosto, mentre lui ha aspettato la fine del mese, nella speranza di una pioggia salvatrice. Uve praticamente “cotte dal caldo”, vinificate allo stesso modo, che oggi si esprimono in un vino dai sentori di frutta cotta, gocce d’oro mature, macchia mediterranea, erba umida, con spunti di miele ed una nota ammandorlata. In bocca si percepisce un maggiore corpo, struttura, emerge il miele e rimane la frutta secca anche al palato. “Un vino nato da un errore di valutazione dell’annata”. In una piccola azienda come questa si vende sicuramente il vino, ma anche la personalità del suo produttore, il territorio e quanto offre una specifica annata, talvolta con qualche errore.

Dalle due bottiglie si può notare anche l’evoluzione delle etichette, che prima rappresentavano scene di campagna ricavate da alcune foto, modificate ed ora si sono semplificate, facendo emergere i colori rappresentativi dei vini, i quali incontrano le foglie della vite, anche in questo caso modificate con alcuni effetti grafici.

Passiamo ad un Montepulciano in purezza “Esino Rosso” 2018, il quale svolge una fermentazione in cemento, con tanto di malolattica, affinamento in tonneau da settecento litri, per poi ritornare nel precedente vaso vinario al fine di effettuare una stabilità proteica e tartarica, prima di essere messo in bottiglia.

Vino giovane, fresco al naso, con spunti di frutti rossi, rosa rossa, note speziate, sentori ematici e ferrose; la stessa freschezza si percepisce in bocca, con una discreta acidità, abbastanza minerale, un tannino ancora verde e una discreta persistenza.

Dello stesso vino apriamo anche la 2012, all’interno della quale troviamo anche un 20% di Sangiovese e un 20% di Syrah, oltre al 60% Montepulciano. Vino dal tocco internazionale, con note di amarena, marasca, confettura, spunti ematici ed un leggero sottobosco. Anche se il grado alcolico è inferiore si percepisce un maggior corpo e struttura, vino più tondo e morbido del precedente, con discreta mineralità e acidità, ma buona persistenza e un tannino più setoso.

Son venuto qui senza sapere niente di niente di niente e ho cercato di adattarmi al territorio, anche se, dopo più di trent’anni per qualcuno rimarrò sempre un foresto”. Ad Antonio Failoni, con la promessa di qualche giorno di relax nel suo ecosistema nella prossima puntata, va la maglietta numero 230!

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