Aquila del Torre, dopo alcuni anni di conoscenza con Michele, andiamo a scoprire la sua realtà in una splendida giornata di sole
02 Ottobre 2025
Un pomeriggio di appuntamenti friulani ci porta a Savorgnano del Torre, frazione di Povoletto, per scoprire da vicino l’azienda di famiglia di Michele Ciani: Aquila del Torre.
Vista la splendida giornata di sole, a bordo di un quad, ci dirigiamo tra i vigneti per approfondire il patrimonio da cui ha preso vita questa realtà.
L’area vitata di Aquila del Torre si estende per circa diciotto ettari, compresi tra i duecento e i trecento metri sul livello del mare, la maggior parte compresa all’interno di un grande anfiteatro terrazzato, protetto, a nord dalle Prealpi Giulie, mentre dall’altro si può godere di una vista che arriva fino allo skyline di Lignano.
Raggiungendo uno dei punti più alti della proprietà, possiamo toccare con mano nel dettaglio ciò che ci circonda. Davanti a noi si possono scorgere il paese di Savorgnano e la strada di via Attimis, che segna il confine tra la denominazione Friuli Colli Orientali e la Grave del Friuli, oltre a qualche scorcio di Udine e del suo castello. Spostando lo sguardo verso nord troviamo Ramandolo e la catena montuosa dei Musi, arrivando alla Alta Val Torre, una delle zone più piovose d’Italia, dove si forma il torrente Torre (un corso d’acqua sviluppato sotto sassi e ghiaia che prende vita nei periodi più piovosi o con lo scioglimento delle nevi. Arriviamo successivamente al paese di Tricesimo e ad est al Monte Canin per poi continuare con i boschi della Slovenia e tornare nelle colline friulane che portano al Mar Adriatico.
Le varietà coltivate sono Sauvignon, Friulano, che rappresentano metà delle vigne aziendali, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso nel cuore dell’anfiteatro, Riesling Renano nei punti più alti, Picolit a macchia di leopardo nelle zone di maggior ventilazione, contando sia impianti risalenti a fine anni Novanta, sia vigne vecchie di oltre sessant’anni d’età.
Piccola parentesi sul Picolit, una varietà che non vede una contemporanea maturazione dell’ovario e degli stami in fioritura, la quale comporta difficoltà ad avere la creazione degli acini, producendo grappoli spargoli. Per questo motivo vengono piantati nello stesso vigneto anche Verduzzo e Friulano, così da agevolare il processo di impollinazione.
Oggi si trovano a Savorgnano le vecchie vigne di Picolit miste con altre varietà, che testimoniano questa buona pratica viticola.
Nel corso degli anni si sono ripristinate e ottimizzate le varie terrazze, creando sesti d’impianto più stretti, gestendo le pendenze e rafforzando le banchine, che oggi sono lavorate con piccoli mezzi meccanici, quali trattori leggeri, larghi un metro/un metro e venti.
All’inizio di questa avventura da parte della famiglia Ciani non c’erano nemmeno le stradine di sassi che collegano una vigna ad un’altra, le quali oggi permettono di raggiungerle e lavorarle al meglio. I vigneti erano collegati da un’unica strada principale, che porta all’azienda, lasciando poi spazio a piccoli sentieri percorribili esclusivamente a piedi. Il ripristino di questa rete di strade sterrate carrabili è stato effettuato dal padre di Michele nel corso degli anni.
Scavando nella storia di questo territorio, scopriamo che colui che è stato il capostipite dell’agricoltura all’inizio del secolo scorso si può individuare in un certo Sbuelz di Tricesimo, il quale ha cominciato a bonificare le zone boschive, dedicandosi all’allevamento di bestiame al pascolo, coltivazioni agricole e frutticole, compresi i vigneti. Nel dopo guerra questa zona era segnata nelle mappe topografiche come “Bonifica Sbuelz” o “Stallone Buelz”, trovando, ancora oggi, numerose case dei mezzadri che lavoravano queste terre, talvolta costruite con le pietre di scarto estratte durante la bonifica dei terreni, necessaria per poter essere coltivati.
Durante gli anni Settanta, prese piede principalmente la viticoltura, con diverse gestioni, fino all’acquisto da parte di papà Claudio di queste terre, che ormai vedevano qualche vigna sparsa qua e là, caratterizzata da impianti misti di diverse varietà, tra cui si sono trovate anche Gewürtztraminer, Gamay, e varietà di uve tintorie.
Dopo il grande lavoro di ripristino, la prima produzione è stata di un vino bianco, un rosso e un Picolit, per poi evolvere negli anni grazie all’arrivo della seconda generazione rappresentata da Michele. Michele, dopo gli studi in agronomia, si è tuffato in questa realtà, con passione e dedizione, non facendosi mancare anche un’esperienza di vendemmia in Alsazia, dove è stato contaminato dal mondo del Riesling Renano, che ha successivamente piantato anche tra le sue terre friulane.
Il nome scelto è un chiaro riferimento al già citato torrente Torre, che si forma tra le vicine montagne, mentre Aquila da un senso di altitudine, un simbolo che ben identifica l’azienda e l’imponenza dei suoi vigneti terrazzati che svettano su una gran parte del Friuli.
Tornando a parlare di vigna, c’è la fortuna di godere di una posizione ottimale tra mare e monti, con una grande influenza di entrambi i climi e una costante ventilazione, che giova alla sanità delle uve. Anche il substrato ha un grande impatto, poiché tutte le radici affondano sulla ponca, che può cambiare leggermente per la presenza di ossidi di metallo e ferro, con zone dove c’è una piccola quantità di calcare attivo.
Gli interventi in vigna sono limitati, avendo certificato tutta l’azienda Bio nel 2013, sia per le peculiarità già citate, ma anche grazie al vicino bosco, che la rende un’oasi felice ed incontaminata. Il bosco circostante è una barriera naturale che protegge le vigne, mentre quello situato nella parte più bassa funge da catino di raccolta delle acque, ricevendo tutte quelle in eccesso, grazie al terreno drenato e alle ripristinate pendenze che convergono in quell’area.
Dal 2016 si utilizzano anche alcuni preparati biodinamici, quali il 500 in autunno e primavera e, se necessario il 501.
Aquila del Torre vinifica solo le uve di proprietà, avendo rese medie sono di cinquanta/sessanta quintali per ettaro, regolate solo con i sistemi di potatura attenta, evitando vendemmie verdi e focalizzando l’attenzione sull’equilibrio della pianta.
Ad oggi la produzione si attesta sulle sessantamila bottiglie, divise in nove etichette più, da quest’anno, un Vermouth. Tra la gamma dei vini dell’azienda troviamo: Friulano vinificato ed affinato in cemento; Sauvignon e Riesling che vedono solo l’acciaio; Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso, con affinamenti in cemento legno; e nelle annate migliori alcune selezioni quali: un Sauvignon “Primaluce” da singola vigna che fermenta ed affina in barrique; un Refosco Riserva; ma anche il Picolit DOCG e “Oasi”, un Picolit secco.
Infine, da due anni viene prodotto anche il “Torre Bianco”, blend di Sauvignon e Friulano che affinano tra acciaio e cemento. Il Vermouth è il nuovo nato, con una base di Verduzzo.
Dalla vendemmia 2025 si produrrà anche un nuovo vino, frutto della creazione di una nuova sottozona della DOC Friuli Colli Orientali: “Savorgnano”. Grazie all’accordo tra i sette produttori di quest’area è stata approvata una nuova sottozona che si identifica nella produzione di un vino a base 80% Friulano e 20% Picolit, uve raccolte e vinificate assieme, senza alcuna macerazione, raccontando il territorio con un blend di uve, di cui si potrà trovare un Friulano un po’ più surmaturo e un Picolit che regalerà le note più tendenti all’acidità e alla sua aromaticità. Per questo motivo Aquila del Torre ha iniziato a fare una selezione massale delle due varietà dalle vecchie vigne, così da piantare nel 2026 un nuovo impianto misto dedicato al Savorgnano.
Parlando di cantina, troviamo uno stabile dove un tempo era presente la stalla del citato Sbuelz, a lato di una grande casa abitata dai mezzadri, in parte diventata un bed & breakfast con tre camere, dal 2012.
Cantina che vede come protagonisti diversi vasi vinari, tra cui le uova in cemento crudo, dove il vino può affinare con le sue fecce fini in costante sospensione, botti troncoconiche, acciaio e una piccola barricaia.
Per quanto riguarda le fermentazioni dei vini bianchi si utilizzano pied de cuve da uve Friulano e Sauvignon, al fine di valutare quale dei “piedi” è il miglior starter per fare partire la fermentazione delle uve vendemmiate. Nel caso dei rossi il processo è spontaneo, effettuando macerazioni, seppur non troppo prolungate. Si lavora senza il controllo delle temperature e tendenzialmente tutti i vini svolgono anche la fermentazione malolattica.
Spostandoci nella vineria, ricavata di fianco alla cantina, si possono scorgere le varie etichette, di cui la prima realizzata è stata quella del Friulano. Il design è stato curato da un amico grafico, che ha realizzato una sorta di blend di tra scatti fotografici in bianco e nero, personaggi di fantasia, richiami alla vigna e al mondo del vino. Dal primo prototipo di etichetta frutto di decine di prove si è scelta questa strada, evitando di scartare tutte le altre proposte, che hanno successivamente vestito le etichette di Aquila del Torre, mantenendo i soggetti di colore nero, su sfondo bianco e il segno grafico “At”.
Prima dei saluti, un assaggio di Riesling 2020, vinificato ed affinato in acciaio, il quale riposa per un lungo periodo in bottiglia prima della sua commercializzazione. Un vino che si presenta con note agrumate, agrume maturo, chinotto, bergamotto, che si sposta su sentori di miele, foglia bagnata, leggera macchia mediterranea, ma anche sentori balsamici, di mentuccia e un sottofondo di idrocarburo. In bocca entra dritto, fresco, ricco in sapidità, minerale e con una buona acidità, oltre alla persistenza. Sicuramente non dimostra cinque anni!
Causa raffreddore, un po’ di scorta di bottiglie da assaggiare con calma a casa e consegna della maglietta numero 414 a Michele. 


