Ciak si brinda, assieme a Sara e Riccardo Arrigoni, La Spezia

Ciak si brinda, assieme a Sara e Riccardo Arrigoni, all’interno della cantina di La Spezia, al piano inferiore del wine shop, quartier generale di famiglia

07 Luglio 2023

L’esperienza con Sara e Riccardo Arrigoni è stata un viaggio da un piccolo paesino della campagna Toscana, ad uno dei borghi più romantici e affascianti delle Cinque Terre, attraversando la storia dagli inizi del novecento con tradizione e caparbietà che ha portato a concretizzare una solida attività di famiglia di commercianti diventati per passione produttori riconoscenti della terra.

Ci troviamo nel quartier generale della famiglia Arrigoni a La Spezia, dove è situata una delle cantine dell’azienda, al piano inferiore del loro wine shop. Riccardo dipinge un racconto che si snoda tra arte, tradizione, territorio e cinema e, proprio come nella storia del cinema, sono presenti diversi attori, tra cui quello principale è il vino. Nel percorso della famiglia Arrigoni è la bevanda a base di uva fermentata ad essere la protagonista, in un reciproco abbraccio appassionato della loro pellicola aziendale.
Parlare di cinema e vino vuol dire introdurre un attore di successo perché bevendo il contenuto di quelle bottiglie si capisce il valore della fatica, della pazienza, dell’artigianalità, orgoglio e ragione di vita della famiglia Arrigoni.

È proprio Riccardo che, con gli occhi spesso lucidi e qualche pausa per trattenere le lacrime che scendono ugualmente sul suo volto, ripercorre le quattro generazioni della sua famiglia che oggi produce vini di qualità dai vigneti in Liguria e in Toscana.
Parliamo di una delle aziende più vecchie della zona di La Spezia e probabilmente di tutta la Liguria che nasce agli inizi del novecento con Gervasio, classe 1881, il quale decise di partire dalla Toscana intorno al 1903/1904, con il classico fagottino per dirigersi a trovare maggior fortuna in America. Avendo dei cugini in Liguria si recò, come ultima tappa, a salutarli ed in quell’occasione questi gli chiesero di restare con loro per dare un aiuto nella loro attività di produzione e vendita di vetro, convincendolo che non era necessario andare oltre Oceano per trovare un maggior benessere. Così quest’uomo, che veniva da un piccolo paesino dell’Altopascio, vicino Fucecchio, di cui Riccardo evidenzia una stradina degna del film “Brigadoon” (il misterioso villaggio scozzese Brigadoon che compare per un solo giorno ogni cento anni) decise di fermarsi in Liguria. Le origini di Gervasio erano segnate dalla povertà e, per evidenziare il modo di vivere di un tempo, il ricordo di Riccardo si spinge ancora più in là nel passato. Gervasio all’età di undici anni era solito raggiungere in bici il padre Bruno a Livorno dove possedeva un forno per la produzione di farinata, un tempo chiamata cecina, e d’inverno, per proteggersi dal freddo e scaldarsi, dormivano su di esso. Il suo carattere forte e caparbio lo fece reagire a questo tipo di vita, iniziando il mestiere che suo padre gli aveva insegnato, così con un tre piedi serviva la gente per strada vendendo castagnata, torta di riso e farinata. Nel 1913 aprì un negozio, dove, oltre a vendere questi prodotti, aggiunse il vino; attività durata fino alla seconda guerra mondiale poiché in quel tempo storico e a causa della vicinanza del fronte, era necessario spostarsi per trovare riparo. Gervasio negli anni diventò uno degli uomini più ricchi di La Spezia poichè tutto ciò che guadagnava lo metteva da parte, all’interno di un baule che, da sfollato, nascose in un buco nella stalla. Qui, ironia della sorte, a causa della presenza di mucche e cavalli si sporcò dell’urina degli animali e, andati via i tedeschi, dovette lavare le banconote e appenderle un po’ ovunque per farle asciugare. Se prima della guerra quella moneta aveva un valore, ormai si era parecchia svalutata. Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1921 nacque Bruno, seconda generazione Arrigoni, papà di Riccardo, colui che diede un vero impulso e novità all’azienda e, grazie alla sua forza, gioventù e intraprendenza, la fece crescere, con un notevole incremento commerciale tanto che a quei tempi il vino di nove famiglie su dieci era acquistato nel negozio di proprietà con una media di dodicimila fiaschi venduti al giorno.

Bruno decise di comprare un podere a San Miniato e, nel 1966, nel giorno dell’alluvione di Firenze, firmò anche il rogito dell’acquisto dell’azienda Pietraserena, a San Gimignano (oggi condotta da uno dei figli di Riccardo, Andrea) dove per la prima volta la famiglia integrò l’aspetto commerciale con quello produttivo. Finiti i due anni di leva in Marina Militare, nel 1970, Riccardo rientrò a casa e, come racconta lui, con sguardo rivolto al passato, cominciò la sua “guerra con la vita”. Definizione dovuta al suo carattere bollente, con la voglia di fare la differenza. Riccardo si accorse fin da subito che, per quanto il padre fosse stato intraprendente, non poteva andare oltre e che ora fosse il suo momento, avendo l’obbiettivo di concentrarsi sull’esportazione di vino. Con convinzione, determinazione e un pizzico di fortuna, la differenza Riccardo l’ha fatta. Una sera, anziché percorrere l’autostrada per tornare a casa, passò da Cingia Dè Botti, comune italiano vicino Cremona, dove notò un piazzale pieno di bottiglie di vino e, vedendo le luci accese decide di fermarsi, pensando tra sè e sè “se questo alle 20:15 è ancora lì a lavorare, sarà povero disgraziato come me”. Si accorse subito che tra le bottiglie non era presente il Chianti e da vero commerciale fece subito un’offerta dicendo che voleva cominciare a fare esportazione. Il proprietario dell’attività, illuminato dalla proposta, chiamò un suo contatto francese, il quale arrivò dopo quindici minuti, “il famoso Pierre dai capelli rossi” e alle 22:30 confermarono una vendita di tre container oltre oceano, a New York. Timoroso della reazione del padre, scettico di questo nuovo business, ma deciso a perseguire la strada intrapresa, al suo ritorno in azienda avvenne la prima discussione con Bruno, che temeva di non essere organizzato per questo tipo di fornitura. Con il pagamento arrivato puntuale e grazie al contatto di un’azienda di Trento intenzionata ad esportare il loro vino, papà Bruno non solo si convinse delle idee del figlio, ma volle toccare con mano il mondo delle esportazioni andando in prima persona in Germania. Pur avendo un carattere più legato al mondo degli acquisti che delle vendite, riuscì a piazzare più di duecento cartoni di vino in una volta sola e, ormai convinto di questa alternativa di vendita, creò negli anni alcuni appartamenti per l’incoming degli amici tedeschi, esclamando nei confronti del figlio la fatidica frase “Hai visto come si fa ad esportare il vino?

Oggi l’azienda dal commercio è si è trasformata quasi per la sua totalità nella produzione con vigneti di proprietà nelle colline toscane di San Gimignano con il marchio Pietraserena e in Liguria con Rosadimaggio nel suggestivo scenario che attraversa Masignano di Arcola, Castelnuovo Magra, Riccò del Golfo, Sarzana e le Cinque Terre. In quest’ultima area troviamo due cantine, una a Volastra sopra Manarola e una sopra Vernazza, mentre la cantina madre è quella in cui ci troviamo, a La Spezia, prima cantina che, per storicità dell’azienda, ha il permesso di imbottigliare e stoccare anche i vini ottenuti con uve da territori diversi.

Per spiegare l’origine del nome Rosadimaggio, Riccardo continua con i riferimenti al cinema, citando il film “L’uomo tranquillo”. Tutto d’un tratto si viene trasportati negli anni Venti dove Sean Thornton, protagonista del film interpretato da John Wayne, torna in Irlanda, terra della sua famiglia, per stabilirvisi, dopo aver fatto fortuna come pugile a Pittsburg, ma traumatizzato a causa del colpo mortale inflitto all’avversario durante il suo ultimo incontro. Se all’inizio viene accolto dalla comunità con curiosità e con un po’ di sospetto, quando Sean decide di comprare la casa dov’era nato, diventa simpatico a tutti ed è proprio quell’incantata casetta della sua infanzia, denominata “Rosa di Maggio” che ispira Riccardo, grande fan di Wayne, a chiamare la cantina allo stesso modo. Il film è una sequenza veloce, colorata della passione per una terra magica e incredibile, tenera e selvaggia al tempo stesso, che rimane impressa per tutta la vita, paragonabile alla storia della famiglia Arrigoni. Rosadimaggio rispecchia le meraviglie di quel territorio con diciotto ettari, dai trecento ai cinquecento metri sopra il livello dal mare, suddivisi in quattro diverse parti: da La Vigna del PrefettoMasignano di Arcola, da dove proviene il loro primo vino: il “Prefetto” a “La Cascina dei Peri” a Castelnuovo Magra, terreno che appartiene alla famiglia Marcoli-Peri. Riccardo promise al signor Peri, sul letto di morte, che avrebbe mantenuto sempre il suo nome. Infine troviamo gli storici vigneti di Sarzana e gli incantevoli paesaggi delle Cinque Terre.

Possiamo descrivere la conformazione territoriale come è abbastanza varia, con zone a medio impasto ed altre di matrice più argillosa o tufacea. Il Vermentino è la varietà più allevata, ma sono presenti anche varietà autoctone come Bosco, Albarola, Massareta, Pollera o Vermentino Nero.

Arrigoni ha il merito di aver vinificato per prima l’Albarola in purezza, vigneto storico inizialmente considerato atto a produrre vini IGT, solo in seguito entrati nella DOC. Grazie al cugino Eros Spagni, attore italiano, è stata creata negli anni ottanta un’etichetta parlante: passando un’apposita penna sul codice a barre si poteva ascoltare la storia e descrizione di tale vino, narrata proprio da Spagni.

Le bottiglie prodotte dall’azienda ligure sono di media centocinquantamila per anno, tra le quali troviamo il Vermentino “base”; due Vermentino Superiore; l’Albarola; il Bosco; il Rossese di Arcola, il Ciliegiolo (in purezza rosso e rosato); fino ad arrivare alle Cinque Terre con: “O di Giotto”, “Pipato”, “Tra i Monti” e lo Sciacchetrà (anche in versione Riserva). L’uva per ottenere lo Sciacchetrà viene lasciata appassire fino a dicembre, sgranata ancora a mano, chicco per chicco e pigiata con i piedi in tini di legno, proprio come veniva fatto una volta. Come da tradizione, l’uvaggio proviene direttamente dalla vigna, dove si trova la prevalenza della varietà Bosco dalla buccia coriacea, chicco lungo e molto grande; l’Albarola con la sua dolcezza e sapore di miele delicato ed infine il Vermentino, la varietà più neutra che dona sapidità e freschezza.  La fermentazione di queste uve è molto lunga e può durare talvolta un anno, in piccoli tini di legno. Dopo aver spiegato il metodo di produzione, Riccardo racconta l’etimologia del nome di questo vino, di due tipi: la prima è il frutto dell’unione di due parole “Sciac” e “Trà”, ovvero schiaccia e dimentica, riferendosi al metodo di vinificazione, l’affinamento e la durata di tale vino. La seconda versione è quella che origina dal termine in dialetto ligure “tiretto”, ovvero “cassetto”: riferendosi al modo di dire di mettere le uve nel cassetto, sempre legandosi all’affinamento e durata, inglesizzato da Riccardo con “Press e Forget”. In realtà, il suo nome ha origini incerte. Per alcuni deriverebbe dal greco “shekar”, termine con cui si indicavano le bevande fermentate, mentre altri sostengono derivi dal dialetto “sciacàa”, schiacciare. Di Sciacchetrà si potrebbe fare una verticale mozzafiato, avendo uno stock di annate dal 1991 ai giorni nostri.

Riccardo apre una piccola parentesi spostandoci a San Gimignano, a Pietraserena, orgoglioso del figlio Andrea che, laureato in agronomia, si è trasferito in Toscana per gestirne a pieno la vigna e cantina. Arrigoni possiede quaranta ettari di collina tra vigneto, uliveto e bosco ceduo, valido aiuto per il rispetto della bio-diversità. A trecento metri sul livello del mare vengono allevate: la Vernaccia di San GimignanoSangiovese, Merlot, Canaiolo, Syrah, ColorinoMalvasia Nera, Vermentino Nero e Trebbiano Toscano.

Riccardo ormai si è fermato, così come dice lui, “ora ci sono Sara e Andrea”. Sara, laureata in enologia, lo ha accompagnato lungo tutto il racconto, donando forza con sorrisi dolci a qualche momento di commozione del padre. I due fratelli rappresentano la quarta generazione di Arrigoni e proprio Sara accenna ai metodi di vinificazione che, per quanto riguarda i vini bianchi si tende ad effettuare una selezione di lieviti e preferire affinamenti in acciaio, mentre nei rossi le fermentazioni partono quasi sempre spontaneamente e viene effettuato un moderato utilizzo del legno.

Parlando di vigna si percepisce la cura e attenzione con cui si porta avanti anche l’aspetto agronomico e di campagna, avendo sviluppato una capacità di percepire quando è il momento di interagire con la natura, con i vari trattamenti, per lo più a base di rame e zolfo, ma senza nascondersi nel dire che un paio all’anno sono a base di sistemici.

Prima di dedicarci agli assaggi, un giretto della cantina con Riccardo; più che una cantina sembra un museo, decorato di bottiglie che ripercorrono la storia della famiglia Arrigoni, da commercianti a produttori. Si possono scorgere bottiglie provenienti da tutta l’Italia, in diverse annate: Barolo, Brunello, Chianti, fino al Prosecco, Chiavennasca della Valtellina e molto altro. Ogni angolo rappresenta un pezzo di storia, con addirittura più di un centinaio di bottiglie di fine anni ’80 (1989) di Vermentino Metodo Classico, ancora da sboccare “non levo neanche una bottiglia perché ho paura che così facendo vengano giù tutte”. Cimeli quasi unici sono le bottiglie di Prunella Ballor, un liquore di tradizione secolare, bevuto da Fantozzi nel film Secondo tragico Fantozzi, il quale veniva distribuito dagli ArrigoniUna serie di Chianti del 1971, vinificato con metodo del Governo alla Toscana personalmente da Riccardo senza lieviti, tappo in sughero trentotto per ventiquattro nessuna stabilizzazione e pochissima solforosa, senza trattamenti e stabilizzanti, ancora fresco e di beva. Si potrebbe rimanere per ore in quella cantina e trovare meraviglie che continuano a raccontare il perfetto connubio che vive lì dentro tra: vino, arte, cinema, tradizione e sguardo al futuro.

La degustazione comincia con le due bottiglie di Vermentino: “Cascina dei Peri” (della vigna di Castelnovo Magra) e “Perfetto” (della vigna di Masignano di Arcola), entrambe annata 2022 ed entrambe vinificate in acciaio. Il primo presenta sentori agrumati, di pesca bianca, melone bianco, litchi, note erbacee, pietra focaia, nota di idrocarburo. Il “Perfetto” al naso è più erbaceo, con note di rosmarino, basilico, con una maggiore balsamicità, un tocco di frutta secca, principalmente di mandorla. Condividono freschezza, sapidità, buona mineralità, una spalla acida maggiore nel secondo e una buona persistenza in entrambi.

Siamo alla fine del nostro percorso degustativo, più di storia che di vino e non poteva mancare un aneddoto, quello inerente alla storia di Blanche, bisnonna di mamma Milena (moglie di Riccardo), contessa parigina che venne in vacanza in Italia, a Borgo Val di Taro, nelle campagne parmensi e qui si innamorò perdutamente di un bellissimo ragazzo, Roger (soprannominato in maniera dialettale Rosè), un’artista di strada che andava in giro con un orso, portandolo a Parigi.

Blanche” è il nome di un Vermentino “alternativo” è quello in versione Metodo Classico, trentasei mesi sui lieviti, con uve della vendemmia 2018 e sboccatura a novembre 2021. Un vino dai sentori di crosta di pane, leggera pasticceria, frutta secca, ma anche con profumi legati al varietale, quali il leggero idrocarburo, la mandorla, litchi e la frutta a polpa bianca. In bocca la bolla è abbastanza fine, gusto pieno, fresco, sapido e abbastanza minerale, con una buona spalla acida e persistenza.

Ultimo sguardo alla sala dove sono custodite le vasche in acciaio e ad un ulteriore cimelio storico, “la mungitrice”, una imbottigliatrice semi-automatica con cui Riccardo ha negli anni imbottigliato migliaia di bottiglie, facendo attenzione a regolare la giusta pressione per riempire i fischi e non perdere nemmeno un goccio di Chianti.

Un’esperienza assieme alla famiglia Arrigoni che ha regalato un capolavoro degustativo tra vino, storia, cinema e arte. Il vino è presente sulle tavole, si può dire, di quasi tutte le pellicole cinematografiche e in molte opere d’arte, proprio come la famiglia Arrigoni serviva le case dei cittadini coi propri fiaschi. Un pomeriggio a sorseggiare l’arte del vino, facendo attenzione alle pillole di storia offerte da Riccardo, che non finisce qui.

Per Riccardo e Sara maglietta numero 271 ma la vera conclusione della giornata non poteva essere che delle migliori, più poetiche e romantiche, con un meraviglioso tramonto in una delle vigne dell’azienda. Assieme al cognato di Sara e genero di Riccardo, Gianni Carreri (ex portiere del Mestre Calcio e attuale allenatore dei portieri della stessa squadra), ci dirigiamo poco più su di Riomaggiore dove si trova il vigneto con vista della famiglia Arrigoni. Qui, godendo di una vista mozzafiato apriamo una bottiglia di “Pipato”, vino a base di Bosco 60%, Albarola 20%, Vermentino 20%, chiamato in seguito all’esclamazione dell’enologo che, prelevandolo dalla vasca esclamò: “Ah! Questo vino è pipato dagli angeli!“. Vinificato ed affinato in acciaio, dagli spunti iodati, di albicocca, tiglio, pepe bianco, mentuccia, per un palato sapido, con le note iodate che tornano in bocca, di buona acidità e mineralità oltre ad una discreta persistenza.

Ritorno al calare del sole, tra le terrazze liguri, con un cielo stellato e un’emozionante illuminazione naturale, per passare una notte in uno degli appartamenti di famiglia, proprio di fianco al vigneto di Masignano di Arcola.

 

 

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