Tra Italia e Slovenia nell’azienda di Bruno Lenardon, Pisciolon – Muggia (Trieste)

Una mattinata nelle terre di confine tra Italia e Slovenia, assieme a Bruno Lenardon, per scoprire la sua realtà vitivinicola, nata per hobby

18 Novembre 2023

A pochi passi dal centro di Muggia e a qualche centinaio di metri dal Parco Archeologico di Muggia Vecchia, nasce l’azienda di Bruno Lenardon, che prende il nome dal suo titolare. Una fresca mattinata in una zona di confine, che può essere definita l’estremo nord dell’Istria, o la punta inferiore del Carso, per scoprire assieme a Bruno la sua realtà, che nasce dall’attività di famiglia di più di cent’anni e la sua passione per la viticoltura.
Nonno Giovanni, nei primi del ‘900 ha acquistato una parte degli appezzamenti dove si trova oggi l’azienda, staccandosi dall’attività di mezzadro ed iniziando a coltivare le proprie terre, piantando, oltre ad orti e ulivi, la vigna. Terre che si possono definire “calde”, non da un punto di vista climatico, ma principalmente dopo la seconda guerra mondiale, con l’Italia che aveva perso il conflitto e la Jugoslavia di Tito che spingeva per ottenere Trieste. Tra il 1945 e il 1947 a dettare i confini tra Italia e Jugoslavia era la linea Morgan, tracciata dal presidio degli inglesi, che amministravano queste zone di confine. La definizione, da parte degli anglosassoni, della linea che divideva i due paesi, creando una Zona A e una Zona B, ci fu solo nel 1954, precisamente il 5 Ottobre, quando fu siglato il Memorandum di Londra. Così, Trieste e Muggia rimasero in Italia, lasciando a Tito Capodistria e le zone adiacenti, fino a Cittanova.

Una storia che ha coinvolto direttamente la famiglia di Bruno Lenardon, poiché la nuova linea tracciata divise a metà la loro abitazione, con la cucina di Italia e la camera da letto in Jugoslavia, oltre ai terreni, dipendentemente dalla loro posizione. Questo ha avuto molte ripercussioni sia dal punto di vista economico, con la perdita di tre ettari di terra, sia sociale, visto il minuzioso presidio militare dei soldati jugoslavi. Le ronde erano costanti, avendo tracciato una strada nel confine, distruggendo parte dei muretti a secco che sorreggevano i terrazzamenti. Si può ancora notare il filo elettrico che, se veniva calpestato, faceva partire dei razzi illuminanti, a segnalare eventuali sconfinamenti.

Era stato siglato un accordo bilaterale, tale per cui a cinquanta metri dal confine si potevano considerare gli spazi “terra di nessuno”, ma la Jugoslavia, non rispettando tali accordi, spingeva per annettere la casa al proprio stato, mentre i Lenardon volevano rimanere in Italia. Bruno ricorda che, in quegli anni, alcuni amici di suo padre sono stati portati al comando di polizia di Capodistria, semplicemente poiché si trovavano nell’abitazione, considerata ormai Jugoslavia, con l’accusa di aver sconfinato senza permesso.

Una situazione che è rimasta instabile per anni, fino alla decisione della famiglia, nel giugno 1956, di abbandonare le proprie mura abitative, per trasferirsi, con le tre mucche, dagli zii di Bruno a Rabuiese. La proprietà della casa è stata ripresa nel settembre del 1956, quando finalmente questa è stata considerata come italiana, poiché la strada per raggiungerla, l’acqua e la luce provenivano proprio dall’Italia e questo avrebbe impedito che potesse finire in stato di abbandono e deperimento, come nel caso dell’immobile vicino.

A far chiarezza tra i due paesi il Trattato di Osimo, il 10 Novembre 1975, giorno in cui si sono fissati in maniera definitiva i confini, facendo sacrificare all’Italia la sua integrità territoriale, beneficiando lo stato Jugoslavo, pur essendo ormai destabilizzato e con il suo dittatore che giungeva agli ultimi anni della propria vita.
Oggi, a testimonianza della storia, è stata affissa una targa, sopra ad una linea gialla, per ricordare quella che un tempo era la demarcazione del confine tra Italia e Jugoslavia. L’attuale confine, invece, è a pochi passi dalla casa, contrassegnato da alcuni cippi in pietra, che delimitano anche le terre di proprietà di Bruno Lenardon da quelle in affitto. Un affitto paradossale poiché molti di quei terreni erano della sua famiglia da più di cent’anni, espropriati ingiustamente ed oggi costretta a pagare lo stato sloveno per poterli lavorare (il primo italiano ad aver fatto questa operazione di affitto).

Parlando della storia del vino che ha caratterizzato la famiglia di Bruno, troviamo papà Mario che negli anni sessanta si occupava della vendita sia del prodotto sfuso, sia dell’imbottigliato. Dopo aver perso una gran parte delle terre e delle vigne si riforniva delle uve nel Collio, per poi spostarsi, dagli anni ’80, nel trevigiano, a Cordignano. Una produzione che è stata cessata con l’avanzare dell’età, dando in affitto i terreni rimasti, poiché il figlio Bruno Lenardon aveva intrapreso una strada lavorativa dettata da un’altra passione: l’automobilismo. Bruno ha passato la vita tra officine e piste, fino ad arrivare alle monoposto, per poi dedicarsi alla preparazione di auto da corsa e, negli ultimi anni, come titolare di una concessionaria d’auto. Circa trent’anni fa, in vista della preparazione alla pensione, ha deciso di riprendere in mano quella che era l’attività di papà Mario, iniziando a ripristinare la vigna e cominciando, per hobby, la produzione di vino in bottiglia.
L’imprinting è stato quello del genitore, che ha avuto la fortuna di essere supportato da un funzionario del ministero dell’agricoltura, di estrazione enologica.

Oggi l’azienda è composta da due ettari vitati e un ettaro di uliveto, oltre confine, in un terreno che si differenzia da quello del Carso ed assomiglia più ad una parte dell’Istria. Troviamo appunto la marna che nel Collio viene chiamata ponca, mentre qui prende il nome di flysch, la quale nasconde corsi di pietra molto dura e resistente a salsedine ed intemperie, “masegni” utilizzati nella costruzione dei moli di Venezia. In questa zona definita l’estremo nord dell’Istria, con vista sul Breg e il Carso, il meteo può essere molto severo, con stagioni molto piovose, estati ormai siccitose e la bora che soffia. Bruno ha imparato sul campo la conduzione dei vigneti “andavo prima in vigna e poi a scuola”, crescendo con le conoscenze enologiche moderne.
I trattamenti nel 2023 sono stati solamente quattro, con due sistemici in primavera e due a copertura, fino al mese di giugno, quando le piogge si interrompono e la sanità in vigna è frutto di madre natura. Secondo Bruno Lenardon i progressi della chimica hanno superato le tradizioni di un tempo e i trattamenti a base di zolfo e rame, che ricordiamo essere un metallo pesante.

Facendo un giro in vigna si possono notare piante di diversa età e con diverso metodo di allevamento, dalla pergola al guyot. L’età spazia dai più di cent’anni ad uno dei vigneti più piccoli (solo cento cinque piante) e giovani, di sei anni, varietà Moscato Rosa di Parenzo. A sostegno di un estremo della pergola di Malvasia uno strano pezzo di ferro, utilizzando nelle trincee di guerra, materiale di scarto che una volta veniva destinato ad un diverso utilizzo. In mezzo a questa pergola si possono notare due ulivi, stroncati dalla bora del 1929, che ha soffiato fino a centocinquanta all’ora, cimati ai tempi del nonno, e cresciuti da nuovi polloni, poiché le radici non smettono mai di vivere.

In cantina viene applicata la stessa mentalità, “i lieviti indigeni i fa quel che i vol” (i lieviti indigeni fanno quello che vogliono), pertanto si utilizzano lieviti neutri selezionati, si usa il controllo della temperatura, l’azoto nei travasi ed imbottigliamento, che avviene dopo filtrazione e chiarifica. Per quanto riguarda le chiarifiche, per esempio, sono stati abbandonati prodotti animali, per passare ad un estratto di piselli, fagiolini e patate novelle. La vendemmia comincia solitamente a fine agosto, al contrario di un tempo che si partiva un mese dopo, tutta a mano ed in cassetta, lasciando riposare le uve al freddo per una notte. Le uve a bacca bianca, dopo essere state diraspate, finiscono immediatamente in pressa, per poi inserire in vasca il mosto fiore, dove avviene una chiarifica statica a sei/sette gradi. La fermentazione avviene per circa venti/venticinque giorni e, dopo aver svinato, il vino viene lasciato fino ad agosto dell’anno successivo alla vendemmia in acciaio. Nei vini bianchi viene impedita la fermentazione malolattica, non cercando vini da invecchiamento. Nel caso del Refosco la macerazione è sempre breve ed ogni due ore si effettuano dei rimontaggi al fine di estrarre colore e aromi nel più breve tempo possibile. Un vino che si lascia qualche mese in più prima di andare in bottiglia. Nessuno dei vini di Bruno Lenardon effettua passaggi in legno e le botti che si trovano qua e la nella proprietà, sono quelle utilizzate dal padre, visto che in quegli anni non era ancora arrivato l’acciaio.

Infine il vino è composto da 80% di acqua, 10% di sostanze positive e 10% di sostanze negative, io voglio eliminare il più possibile queste sostanze negative. Voglio dare ai consumatori vini freschi, di beva, che possano essere rappresentativi del territorio”.

Le referenze sono quattro, per un totale di otto/nove mila bottiglie per anno, oltre a millecinquecento bottiglie di olio. Vista la bella giornata di sole ci sediamo nel portico esterno per assaggiare i vini prodotti.
Partiamo dalla Malvasia, una varietà dal grappolo fragile, che quasi non necessita della forbice per essere raccolta; presenta una buccia grossa, molta polpa e poco sugo, caratteristiche che potrebbero estrarre una componente amarotica. Frutto di tre vendemmie: la prima dalle piante a guyot quando l’uva non è ancora perfettamente matura (al fine di ottenere acidità), la seconda a maturazione fenolica completa e la terza dalle pergole, quando il livello di zucchero è buono, ma mantiene contemporaneamente una buona acidità, poiché la maturazione dei grappoli avviene per riflesso. Tre masse, frutto di sei cloni diversi, unite al primo travaso, per un vino del 2021 che si presenta al naso con note delicate, spunti erbacei, mentolati, un tocco di origano, una leggera mandorla in sottofondo. In bocca entra con la stessa delicatezza, ma emerge una buona spalla acida, mineralità, sapidità, equilibrio, finezza e discreta persistenza. Per confrontarlo con l’annata 2023 un piccolo prelievo dalla vasca, dove troviamo note più tropicali al naso, di ananas e banana, per un palato ancora “acerbo” e alla ricerca del suo equilibrio.

Il secondo vino assaggiato è il Moscato 2022, ottenuto sia da Moscato Giallo sia da Moscato Bianco, che si esprime con delicate note aromatiche, principalmente di pompelmo rosa, agrume predominante, litchi, pesca bianca, zagara, camomilla, salvia. Sentori che non stancano, neanche al palato dove entra fine, con la sua buona acidità, minerale e sapido, elegante e non invadente, per un sorso abbastanza persistente, che invita al secondo e terzo assaggio.

Per quanto riguarda il mondo dei rossi assaggiamo il Refosco 2021, una varietà che in questa zona è il frutto dell’incrocio tra Terrano (circa il 45%) e il Refosco dal Peduncolo Rosso. Vino dai sentori freschi, di ciliegia, amarena, con un leggero e velato sentore di sottobosco. Grande freschezza e beva anche in bocca, con una buona spalla acida, sapidità, tannino discreto e discreta persistenza. Anche con qualche grado di temperatura in meno vien decisamente apprezzato.

Concludiamo con una delle varietà preferite da Gabriele d’Annunzio: il Moscato Rosa di Parenzo 2021, un vino molto raro, poiché queste piante venivano tendenzialmente sostituite ai tempi della Jugoslavia, essendo poco produttive, a causa degli aborti floreali che lasciano pochi chicchi da raccogliere. Caratterizzato da foglie grandi e tralci lunghi necessita di quattro/cinque volte il tempo di lavoro rispetto ad una vigna “normale”. Vuoi per una parte di masochismo, vuoi per il ricordo d’infanzia, Bruno ha voluto riprendere la produzione di questo vino. Un vino che si presenta al naso con una delicata nota di fragolina di bosco, frutta rossa matura, bacche di goji e un petalo di rosa rossa che si ripresenta in bocca, dove entra dritto, secco e verticale, con una buona spalla acida, buona sapidità, discreto corpo, finezza e buona persistenza.

Prima di salutare Bruno Lenardon uno sguardo alle vecchie etichette, che un tempo venivano “stampate” a mano, tramite dei calchi, con date che arrivano fino agli anni quaranta del secolo scorso.
Un altro pezzo di storia è il filtro a sacchi olandesi, una specie di botte di legno in cui si inseriva il vino per essere filtrato; un cimelio prodotto da un’azienda di Milano, ormai scomparsa. Da questo strumento Bruno ha preso la prima “ciucca”, di Moscato Rosa di Parenzo, poiché il padre gli aveva assegnato il compito di vegliare sul vino in fase di travaso e, a cinque/sei anni, tra un assaggio con il dito e i fumi dell’alcol, il risultato era ben che annunciato.

Una storia quasi incredibile, che ha segnato in maniera indelebile il nostro paese e la famiglia di Bruno Lenardon, che merita la maglietta numero 289!

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