Seconda tappa in un’altra storica azienda: Ceretto, realtà che anno dopo anno ha investito sempre di più nell’enoturismo
10 Aprile 2024
Dopo qualche curva in salita, in località San Cassiano, si arriva al quartier generale della storica azienda Ceretto, la Tenuta Monsordo Bernardina. Qui incontriamo Claudia, originaria di Bologna, che, dopo essersi occupata per anni di ristorazione e dopo aver conseguito gli studi alla vicina scuola di Pollenzo, si occupa delle visite e degustazioni all’interno dell’azienda. Il grande edificio si affaccia ad una vista che si estende dal Barbaresco a Grinzane Cavour, mantenendo alle spalle il centro di Alba, restando, in questo caso, appena fuori dalla denominazione del Barolo DOCG.
Le vigne che si possono scorgere a corpo sono principalmente di Barbera, Nebbiolo e Dolcetto, oltre alle varietà internazionali, quali Cabernet, Merlot e Syrah, utilizzate per la produzione del blend “Monsordo”.
Costeggiando l’esterno della struttura si possono intravedere le vasche in acciaio e le autoclavi dedicate ad uno dei vini più rappresentativi di Ceretto, il Blangè, di cui, nel corso della chiacchierata, ci sarà occasione di approfondirne tutti i dettagli.
Il percorso prevede uno sguardo alla labirintica barricaia, dove le barrique riposano sotto alle volte in pietra originali, di fine ‘800, inizio ‘900, oltre alle aree più nuove, che fanno percepire un netto stacco tra passato e presente. La struttura è stata l’ultima acquistata dalla famiglia Ceretto, agli inizi del 2000, possedendo altre tre cantine, quali Bricco Rocche, a Castiglione Falletto, dove si vinificano esclusivamente i Barolo; Bricco Assilli, un piccolo chateau costruito nel 1973 dedicato alla produzione del Barbaresco ed infine I Vignaioli di Santo Stefano, a Santo Stefano Belbo, da cui si ottengono Moscato d’Asti e Asti Spumante.
Tornando a parlare delle barrique che riposano nella Tenuta Monsordo Bernardina, ne troviamo alcune di primo passaggio, dedicate ai vini quali la Barbera o il Monsordo, ma mai per i Barolo o Barbaresco, dove si utilizzano botti grandi, non tostate, contenute nella parte più nuova, edificata nel 2009.
Una piccola parte di Barbaresco viene vinificata e affinata all’interno della Tenuta, grazie ad una concessione burocratica, essendo Ceretto un’azienda storica.
Qui si possono notare anche alcune anfore, che fanno parte di una serie di esperimenti di affinamento del Nebbiolo, al fine di capire la sua reazione ed evoluzione, ad oggi non ancora imbottigliato ufficialmente e proposto al mercato.
Nel 2009 è stato costruito anche il famoso acino, progettato da uno studio di Torino, il quale svetta tra i vigneti e ti permette di immergerti nel paesaggio circostante.
Ceretto negli anni si è evoluta molto anche dal punto di vista ricettivo e dell’enoturismo, creando diversi spazi per accogliere i numerosi visitatori e un team di sei/otto persone dedicato a far vivere la storia dell’azienda e far assaggiare i vini (con diversi pacchetti e formule).
Prima di immergerci nelle origini dell’azienda, uno sguardo al presente, dove troviamo anche alcune attività correlate al mondo del vino, come il progetto Relanghe, creato per la valorizzazione della Nocciola Piemontese IGP (di cui si possiedono circa quaranta ettari), producendo questo tipico frutto che poi viene, in parte, trasformato per ottenere prodotti artigianali di eccellenza, come il torrone, la torta di nocciole, i gianduiotti e i tartufi dolci. Non solo produzione, ma anche ristorazione, grazie allo chef Enrico Crippa che a Piazza Duomo ha ottenuto le tre stelle Michelin nel 2012, proponendo anche i piatti tipici della tradizione piemontese in un secondo locale nel cuore della città di Alba, La Piola. Infine, un continuo incrocio con l’arte, avendo acquisito assieme al vigneto limitrofo, la Cappella del Brunate, dipinta in seguito da Sol LeWitt e David Tremlett.
La storia dei Ceretto vignaioli comincia all’inizio degli anni ’30, con la prima generazione Riccardo Ceretto, il quale comincia la produzione, esclusivamente comprando le uve da terzi, non credendo molto nel potenziale di questo territorio. La svolta avvenne degli anni ’80 con i figli, Bruno e Marcello, seconda e visionaria generazione, i quali iniziano ad investire sull’acquisto di alcuni ettari dedicandoli a vigneto. I due fratelli portano avanti il loro sogno di produrre, non un grande rosso, ma un vino bianco piemontese.
Il loro primo e unico vino bianco vede la luce nel 1985, in circa quindicimila bottiglie, parliamo del già citato Blangè, a base di uve Arneis.
Un vino che è difficile da contestualizzare per il suo carattere innovativo e in controtendenza con la produzione di vini rossi. Possiamo definirlo sicuramente dirompente per almeno quattro ragioni: il vitigno Arneis, a quei tempi, non era quasi per nulla conosciuto; il suo metodo di vinificazione prevedeva l’autoclave, al fine di ottenere una leggera carbonica con uno strumento innovativo per quegli anni; il colore della bottiglia era trasparente ed infine il suo nome richiamava la Francia. Piccola parentesi su quest’ultimo punto: Blangè richiama il termine francese Boulanger, poiché i precedenti titolari della proprietà del Roero, in seguito acquistata dai Ceretto, erano panettieri.
L’obiettivo di ottenere un vino da aperitivo, di facile approccio, ma di qualità, con uno spirito innovativo è stato decisamente centrato e mantenuto nel tempo, arrivando oggi a produrre circa mezzo milione di questa referenza.
Non potevamo non iniziare gli assaggi con il simbolo della storia di Ceretto. Annata 2023, per un vino dai sentori floreali, di fiori bianchi, note fruttate, di pera, ma anche un tocco tropicale e agrumato, lime e pesca bianca, per un sorso caratterizzato dalla buona beva, discreta spalla acida, sapidità e una bolla che stuzzica il palato, mantenendo un buon corpo e persistenza.
Oggi siamo alla terza generazione, con i figli di Marcello: Alessandro, l’enologo dell’azienda, Lisa, che segue la parte amministrativa e i figli di Bruno: Federico, il quale si occupa di commerciale e Roberta a capo del marketing e delle pubbliche relazioni.
Gli ettari vitati sono arrivati ad essere OLTRE centosessanta, divisi in diverse zone, di cui ne possiamo individuare sessanta in Roero per la produzione dell’Arneis, otto ettari dedicati al Barbaresco, undici atti a Barolo e trentasette a Santo Stefano Belbo per la produzione del Moscato.
Fin dagli inizi del 2000 si è iniziata la conversione al biologico, con certificazione ottenuta nel 2015, trattando esclusivamente con rame e zolfo ed eliminando i vari antiparassitari e concimi, preferendo il sovescio, ove necessario.
La produzione delle bottiglie si attesta sul milione per anno, con la prevalenza di Blangè e, dall’estremo opposto, referenze di cui si contano poche centinaia di bottiglie, come nel caso del Barolo DOCG Cannubi San Lorenzo, prodotto solo nelle migliori annate, in cinquecento magnum.
Tra le etichette troviamo, oltre al Blangè, il Dolcetto d’Alba DOC “Rossana”; Langhe DOC Rosso “Monsordo”; Barbera d’Alba DOC “Piana”; Dolcetto d’Alba DOC “Bernardina”; una linea classica di Barolo e Barbaresco DOCG ottenuta rispettivamente da uve di Treiso e Barbaresco e Barolo, La Morra, Castiglione Falletto; Serralunga d’Alba. A questi si aggiungono tre Cru di Barbaresco DOCG: Asili; Bernadot e Gallina e sei Cru di Barolo: Bricco Rocche; Brunate; Bussia; Prapò; Rocche di Castiglione; Cannubi San Lorenzo. Infine troviamo il Moscato d’Asti DOCG e l’Asti Spumante DOCG, oltre al Barolo Chinato.
Per quanto riguarda gli assaggi in rosso, ci concentriamo nel confronto tra un Barbaresco della linea più classica e un Cru. Il primo vino è ottenuto da uve di Asili e Bernadot e nella sua annata 2020, dopo un affinamento di due anni tra barrique e botte grande e un anno di bottiglia, si esprime con sentori di frutti rossi freschi, sottofondo di cioccolato, tabacco dolce, spezia, leggero sottobosco e note di fungo con una buona freschezza al sorso, sapidità, abbastanza minerale, tannino fine, persistente e più pronto del secondo assaggio.
Il Cru “Asili”, sempre dell’annata 2020, vinificato con un percorso uguale al precedente, presenta al naso note più fini e delicate, di ciliegia, un tocco ematico, mantiene note fresche, più floreale del precedente con un tocco di rosa rossa e rabarbaro. Al palato presenta più acidità, tannino più pronunciato, freschezza e persistenza, sicuramente da aspettare qualche anno per poterlo degustare al meglio.
È il turno del Barolo, in questo caso annata 2019, con un affinamento di due anni tra barrique e botte grande e un riposo di un ulteriore anno in bottiglia. Il primo assaggio, della linea più classica, è il riassunto delle uve di tutti gli appezzamenti ad eccezione di Bricco Rocche e San Lorenzo.
Si esprime con sentori di frutti rossi, che tendono già a note di sotto spirito, liquirizia, sanguinella, una nota ematica, spezia dolce e un leggero cacao. In bocca entra fresco, con una buona beva, discreta acidità e sapidità, tannino fine e buona persistenza, anche in questo caso più pronto del secondo assaggio.
Il Cru degustato è Bricco Rocche, situato a Castiglione Falletto, il quale si può definire monopolio Ceretto, possedendo tutti gli ettari vitati di questa zona. L’affinamento di questo vino prevede un anno di barrique e due di botte grande. Sempre annata 2019, si esprime con sentori leggermente più timidi, più legati al sottobosco, ma anche frutti scuri, un tabacco più accentuato e note più terrose. Si avverte subito un tannino maggiore, mantenendo una buona freschezza anche se con più corpo, discreta acidità e più persistenza. Pur avendo mezzo grado alcol in meno del precedente, lo si percepisce ancora scalpitante e in fase di equilibrio, il quale avverrà nei prossimi anni.
Una conclusione con torrone e Barolo Chinato, ottenuto con la stessa base del Nebbiolo atto al Barolo più classico, annata 2019, aggiunta di alcol, china e un mix di erbe aromatiche. Non mancano decisamente le note balsamiche e di numerose erbe aromatiche, di menta, china, camomilla, salvia un tocco speziato e sentori eterei. Fresco in bocca, si percepisce il tannino del vino, grande freschezza e una balsamicità che torna in bocca, per una grande persistenza.
Un ringraziamento a Claudia, ambasciatrice della storia e della filosofia della famiglia Ceretto, per lei maglietta numero 325!


