Un viaggio nella storia dell’iconica azienda Giuseppe Rinaldi, in compagnia di Marta, una delle due sorelle che ne rappresentano l’ultima generazione
10 Aprile 2024
Sveglia e partenza all’alba, per incontrare finalmente Marta Rinaldi che, assieme alla sorella Carlotta, conduce la storica azienda Giuseppe Rinaldi.
Ci troviamo a pochi passi da Barolo, esattamente alla prima curva che ne anticipa, o lascia alle spalle, il centro. Il cuore di questa realtà è il casolare costruito tra il 1916 e 1918 dal bisnonno Giuseppe Rinaldi, che ha battezzato l’azienda con il nome che ancora oggi troviamo in etichetta.
Le sue origini sono legate alla storia del vino, poiché i genitori, una Barale di Barolo, Ludovica, e un Rinaldi, Giovan Battista, (originario di Diano d’Alba, il quale si trasferisce a Barolo dopo aver ricevuto in eredità vigneti e abitazione da uno zio), con il loro matrimonio portarono entrambi in dote delle vigne, costituendo le basi di una realtà vitivinicola. Era la metà dell’ottocento, circa, anni nei quali si era giunti al termine del marchesato, con la fine del feudo dei Falletti e la conseguente nascita di piccole realtà contadine che avevano acquistato o ricevuto delle terre. I nuovi fattori si dedicarono sia all’allevamento del bestiame sia all’agricoltura, dove tra i protagonisti vi era anche la vigna, iniziando la costruzione di alcune piccole cantine. L’attività vitivinicola in queste terre era ai suoi albori, anche grazie alle volontà reali, pur avendo subito una botta d’arresto in seguito alla fillossera.
Ad inizio novecento uno dei tre figli della coppia, ha voluto iniziare la propria attività, concentrandosi per lo più sulla produzione di vino. Parliamo di Giuseppe, bisnonno di Marta e Carlotta, che si cimentò nella trasformazione delle uve per una produzione di buoni quantitativi di vino sfuso, che veniva per lo più venduto tramite rappresentanti di Piemonte, Liguria, Lombardia o a clienti privati. Dalle varie corrispondenze e carteggi è emerso che c’è stato anche qualche scambio commerciale oltralpe. Le damigiane, che erano principalmente di vini da pasto, partivano dalla vicina ferrovia di Monchiero, ben contrassegnate dai tagliandini che ne definivano la tipologia. I vini di un tempo erano di tipologie diverse da quelli di oggi e l’azienda comprava anche alcune partite di uva; una strada che è stata col tempo abbandonata. Tra le proposte, oltre al Barolo, che soddisfava le richieste degli acquirenti più faccoltosi, c’era il Nebbiolo, secco o amabile, ma anche Moscato Spumante, Barolo Chinato, Barbera da pasto, Barbera di lusso, Grignolino, Brachetto e Barbaresco.
Ai clienti, o potenziali tali, più distanti, che chiedevano una campionatura, si mandavano alcune boccette con un prelievo del vino dalle botti, in piccole confezioni di legno, così da permettere di poter assaggiare la produzione. Gli ordini venivano, in seguito, gestiti tramite corrispondenza, che poteva essere anche articolata in un periodo di tempo non proprio immediato, poiché gli esigenti clienti tentavano quasi sempre di contrattare il prezzo.
Su richiesta, alle damigiane, si aggiungevano le etichette, dando così agli acquirenti l’opportunità di imbottigliare e confezionare. In quegli anni, da parte dell’azienda, veniva imbottigliata solo qualche referenza, per lo più di Nebbiolo, Barolo o Barolo Chinato.
La prima bottiglia di cui si trova testimonianza è datata 1920, riportando già in etichetta la scritta Barolo.
Dopo la seconda guerra mondiale e i momenti difficili di fame e povertà, l’unico figlio maschio di Giuseppe Rinaldi era Giovan Battista, il quale ha prestato servizio come tenente tra le fila degli alpini. Come spesso accadeva ai tempi, l’azienda non andò in dote a nessuna delle tre sorelle, ma all’unico maschio di casa. C’è da dire che una delle sorelle, Maria, è rimasta nel mondo del vino, sposando Giulio Mascarello e, dopo essere rimasta vedova, ha vissuto per un periodo nella casa di famiglia, a stretto contatto con il fratello Giovan Battista.
Nonno Giovan Battista, dai racconti, viene ricordato come un uomo segnato sia fisicamente sia psicologicamente dalle esperienze militari, si è dedicato moltissimo al mondo del vino, impegnandosi a portare in auge il Barolo e gli altri grandi vini delle Langhe. Negli anni settanta è stato Sindaco del paese e, con la sua amministrazione, fautore dell’acquisto del Castello Falletti, grazie ai contributi della comunità, evitando così di farlo cadere in mani private. Qui è stata fondata l’Enoteca Regionale del Barolo, luogo in cui si sono svolti e si svolgono molte iniziative per la promozione del Barolo. Una sorta di pioniere del marketing e della comunicazione, non solo per la sua azienda, ma per tutti i produttori, al fine di dare la giusta importanza a quel vino che portava il nome del suo paese.
Rispetto al padre, sono stati fatti cambiamenti radicali; se prima l’azienda contava anche la stalla per il bestiame, la parte seminativa, le nocciole e il bosco, Giovan Battista si è concentrato prevalentemente sulla produzione vitivinicola. Si è ridotto via via lo spettro dei vini a poche etichette, abbandonando l’acquisto di uve da terzi.
I vini erano proposti quasi esclusivamente in bottiglia, nelle referenze di Dolcetto, Barbera, Freisa, Langhe Nebbiolo e Barolo. Si è svolto anche un grande lavoro di ripristino dei vigneti, eredità dei Barale Rinaldi, ripiantando, negli anni ’80, i vigneti, oltre ad ampliare la parte di cantina e i mercati.
“Forse il nonno ha vissuto il periodo più florido e in fermento del Barolo, con la costituzione della DOCG e una sempre maggiore attenzione sui vini di Langa, facendo diventare questo vino un’icona, di rara importanza”.
A portare avanti l’attività, dopo il suo passaggio a miglior vita nel 1992, papà Giuseppe Rinaldi, che ha lasciato la sua prima attività di veterinario per prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, pur avendo sempre collaborato parallelamente con il padre, sia in vigna che in cantina. Negli anni ricchi di dialettica e vicissitudini tra modernisti e tradizionalisti, Giuseppe si è sempre battuto per un Barolo frutto delle lunghe macerazioni e un affinamento, come prevedeva per l’appunto la tradizione, in botti grandi e non nelle barrique tanto osannate dall’incombente movimento di giovani ed emergenti produttori modernisti.
Un periodo che Giuseppe non descriveva come negativo, ma durante il quale si è vissuta una sorta di calma nel mercato, avendo disponibili per l’acquisto in cantina anche tre o quattro annate di Barolo, cosa utopica da pensare al giorno d’oggi. In generale il giornalismo ed il mercato in quegli anni premiavano vini più pronti, con un sapore di legno e dal cosiddetto gusto internazionale.
Dopo alcuni anni tornò in auge lo stile più classico e tradizionalista e, grazie anche al clima degli ultimi vent’anni, i vini oggi sono di maggiore beva, dalle acidità più gentili e dai tannini più delicati. Giuseppe Rinaldi ha continuato l’attività sulle orme del padre, sistemando la cantina, provvedendo alla sostituzione di molte delle vecchie botti e procedendo con il ripristino delle vigne più datate.
Dal 1992 le etichette di Barolo sono diventate due, frutto degli assemblaggi tra Cru: Brunate e Le Coste il primo e Cannubi S.Lorenzo e Ravera il secondo. La produzione delle due referenze si è conclusa nel 2010, quando la legislazione ha vietato di poter scrivere due Cru in etichetta; da quella annata si sono quindi prodotte due etichette: Brunate, e un assemblaggio di Cannubi, Ravera e Le Coste, con il nome di fantasia “Tre Tine”.
Nel corso degli anni sono cresciute anche le due figlie Marta e Carlotta, le quali hanno studiato rispettivamente Viticoltura ed enologia e Agraria. Marta è entrata ufficialmente a lavorare in cantina al fianco del padre nel 2009, mentre Carlotta ha fatto alcune esperienze tra Francia, Australia e Nuova Zelanda, sia in attività legate alla ristorazione, sia in campagna, fino al suo ingresso in azienda, nel 2013.
“Per un periodo eravamo tutti e tre e non c’era una divisione netta dei ruoli, anche perché papà aveva l’ultima parola!”.
Nel 2018 Giuseppe Rinaldi è mancato e l’azienda è passata in mano alle figlie, che si sono divise i compiti, con Marta più presente in cantina, mentre Carlotta in campagna, anche se ci sono molte aree in comune, come la ricezione degli ospiti, le visite, le fiere, fino all’imbottigliamento e confezionamento.
C’è da sottolineare che i vini sono, da tre generazioni, sempre vinificati con stessa filosofia e stile, rispettando quello che faceva il nonno.
Oggi si è arrivati a otto ettari e mezzo vitati, con l’acquisto nel 2019, dopo circa cent’anni, di un nuovo appezzamento nel comune di Monforte d’Alba, nella zona di Bussia (Sottana), dove si trova un ettaro di Nebbiolo da Barolo, oltre a Dolcetto e Langhe Nebbiolo. Grazie a questo piccolo ampliamento si è passati dalla produzione di circa trentotto/quaranta mila bottiglie a circa cinquantamila.
Prima di parlare di cantina, un accenno alle lavorazioni di campagna, in una zona che è sempre molto interessata sia dalla peronospora che dall’oidio. I trattamenti che si adottano sono esclusivamente di copertura, con rame e zolfo, pur facendo sempre attenzione a quali possono essere nuovi prodotti sostenibili da adottare per dare resistenza naturale alla pianta. In vigna si cerca di fare la massima attenzione, con una gestione meccanica dell’erba, senza alcun diserbante e con la pratica del sovescio, dove necessario.
C’è un confronto costante anche con altri produttori per approfondire nuove tecniche anche con uno sguardo alla biodinamica, pur essendo ancora distanti da una conduzione di questo tipo. Un’altra delle problematiche di questi territori è la flavescenza dorata, che ha costretto a dover estirpare e reimpiantare tutti i vigneti di Dolcetto e Barbera negli ultimi dieci/quindici anni. Un errore è stato quello di non intervenire immediatamente con l’estirpo dei primi ceppi sintomatici.
Grazie alla potatura Simonit e Sirch, dal 2014, si sono ottenuti ottimi risultati contro il mal dell’esca; formando i collaboratori dell’azienda, si sono convertite tutte le vigne a questa tecnica. Si mantiene, inoltre, un buon equilibrio vegeto-produttivo, non cimando più, ma racchiudendo i tralci in una sorta di cappello. Oltre a non provocare più importanti ferite ai tessuti delle piante, queste pratiche mettono le viti nelle condizioni di stimolare meno la parte vegetativa concentrandosi sulla maturazione e preservando meglio l’acidità negli acini.
Oggi i vigneti sono disposti in cinque Cru: a Ravera, su tre ettari, si trovano Nebbiolo da Barolo, Langhe Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Freisa e Ruchè in un terreno esposto a sud est, ricco di argilla e sabbia e vicino al bosco. Queste sono le ultime uve che vengono raccolte.
L’appezzamento di proprietà a Cannubi si trova in zona San Lorenzo, estendendosi nell’area più vicina al paese di Barolo, in terreni con buona quantità di sabbia, e di composizione più sciolta. Alle Brunate (parte del Comune di Barolo) troviamo le uve di Nebbiolo da Barolo, in un terreno prevalentemente argillo-calcareo di marna blu; il Cru si estende prevalentemente nel Comune di La Morra. L’ultimo appezzamento acquistato, Bussia, nel comune di Monforte d’Alba, ha la nomea di produrre uve che danno vini più profondi e robusti. Qui il terreno è prettamente argilloso e a tratti limoso.
Appena fuori dalla cantina si possono vedere i vigneti di Le Coste, dove è piantata la Freisa e parte del Nebbiolo atto a Barolo. Dando uno sguardo a questa vigna si può notare che è stato piantato del sovescio, tecnica che si adotta in alcuni dei vigneti di Giuseppe Rinaldi, per arricchire il terreno, qualora fosse necessario.
La volontà è quella di voler coltivare tutte le varietà tipiche, nonostante le difficoltà per la flavescenza dorata su Dolcetto e Barbera, dedicando le zone più vocate al Nebbiolo da Barolo e le restanti a Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Langhe Freisa, Langhe Nebbiolo.
Dando uno sguardo alla cantina si possono notare le varie zone dedicate alla vinificazione, con vasche in acciaio, botti di legno e un tino troncoconici.
Tutte le uve vengono diraspate, Dolcetto, Barbera e Nebbiolo fermentano spontaneamente in acciaio, mentre le uve di Nebbiolo atto a Barolo vengono fatte fermentare spontaneamente in tini troncoconici, mantenendo separati i singoli Cru. La macerazione dura dai ventitré ai trenta giorni, mediamente, effettuando due rimontaggi al giorno e, quando il cappello comincia ad alzarsi, si procede con una follatura manuale quotidiana. Dopo aver svinato si effettua una pressatura mediante torchio verticale a gabbie di legno.
Il Barolo rimane tre anni a riposare in botti grandi di rovere di slavonia, i quali hanno un’età compresa tra i dieci e i quarant’anni.
Qui effettua la fermentazione malolattica e viene stabilizzato esclusivamente per decantazione, ottenendo un vino limpido. I travasi non sono numerosi e si lascia riposare il vino fino all’assemblaggio, per poi procedere con l’imbottigliamento in estate, prima della nuova vendemmia.
Per quanto riguarda le uve atte a Langhe Nebbiolo, l’affinamento è di circa un anno in botti grandi, dove resta semplicemente a riposare, avendo già svolto la fermentazione malolattica in acciaio, dopo la fermentazione alcolica con macerazione di poco meno di venti giorni.
Barbera e Freisa restano in affinamento in legno circa cinque mesi, mentre Dolcetto e Ruchè riposano solo in acciaio.
Seduti nell’area adibita a degustazione ed ufficio, circondati da bottiglie, quadri e cimeli che riportano a tempi passati, iniziamo ad assaggiare le nuove annate, in anteprima, dei vini Giuseppe Rinaldi.
Cominciamo con il Langhe Nebbiolo 2022 ottenuto dai giovani vigneti di Ravera e Bussia, e imbottigliato da circa un mese. Al naso si presenta fresco, con note di piccoli frutti rossi, ciliegia, rosa rossa, un tocco di amarena e lampone e un sottofondo speziato. Un’annata ricordata come la più siccitosa di tutti i tempi, la quale regala comunque un vino verticale, con un tannino che si fa sentire, buona beva, buona acidità e discreta persistenza.
Passiamo subito al Barolo 2020 Tre Tine, con l’assemblaggio del vino ottenuto dalle uve provenienti da Ravera per il 60%, oltre a Le Coste e Cannubi, che si spartiscono la restante parte in percentuali praticamente uguali. Qui troviamo note più marcate di frutti rossi, fragola, un tocco di rabarbaro, leggero sottobosco, per un palato minerale, dalla buona sapidità, tannino già setoso, discreta spalla acida e una buona persistenza.
Passiamo al Barolo Brunate 2020, che si contraddistingue già dal colore più intenso, ed esprime sentori di frutta più matura, con una nota speziata, un tocco di cacao e sottobosco. Al palato aumenta la beva, per una costante freschezza, buona acidità, discreta sapidità e persistenza.
Concludiamo con un assaggio di Barolo Bussia 2020, giunto al suo secondo anno di produzione dopo l’acquisizione del Cru. Un vino che si sposta su note più terrose, maggiormente evolute al naso, con spunti di frutta più matura, liquirizia, sotto spirito e scorza di arancia. Analiticamente l’acidità è uguale al precedente ma si mescola con la trama tannica che si fa ben percepire, buona la beva e anche la persistenza.
L’azienda Giuseppe Rinaldi sta vivendo una fase conservativa, avendo incrementato di qualche migliaio di bottiglie la produzione, mantenendo lo stile che si tramanda di generazione in generazione. L’ultima di queste, tutta al femminile, ha svolto un lavoro di diversificazione della clientela, mantenendo la storica clientela privata ma ampliando il lavoro mercati esteri europei, e consolidando gli storici Stati Uniti e Giappone.
Inoltre si è adeguata la gestione amministrativa a ritmi più rapidi e moderni di quelle di un tempo, che prevedevano solo carta e penna.
Un ringraziamento di cuore a Marta Rinaldi, per aver finalmente coronato il sogno di vedere da vicino una delle più iconiche aziende di Barolo. Per lei maglietta numero 324.


