Un pomeriggio alla scoperta dell’azienda Cultus, all’interno del paese di Podraga, nella parte finale della Valle di Vipava
09 Novembre 2024
Dopo aver recuperato le energie con un pranzo al ristorante Sivi Čaven, che offre piatti tipici di carne e pesce, sfruttiamo gli ultimi raggi di sole per raggiungere l’azienda Cultus, situata all’interno del paese di Podraga, nella parte finale della Valle di Vipava, rispetto all’Italia.
Ad accoglierci c’è Caroline, che, assieme al marito Matej, porta avanti questa piccola realtà famigliare che si propone sul mercato con vini sostenibili, più classici e con meno interventi.
Si possono individuare le origini di Cultus circa tredici anni fa, quando Matej, ha concluso gli studi universitari, per dedicarsi al mondo del vino, di cui era fortemente appassionato, anche grazie alla famiglia che possedeva qualche vigna. Un processo iniziato in maniera lenta e graduale che ha visto l’inserimento della moglie Caroline, di origine tedesca, conosciuta ad una fiera del vino; in realtà uno dei suoi primi approcci a questo settore, occupata in quegli anni nell’ambito della pedagogia nella città di Stoccarda.
L’azienda è stata battezzata con il nome Cultus, dal latino “coltivare” per sottolineare il culto del vino presente in questa zona della Slovenia, scegliendo come simbolo un grappolo stilizzato.
Oggi troviamo una piccola azienda che dispone di quattro ettari vitati più un quinto appezzamento in rifacimento, essendoci stata della Pinella, ormai destinata ad essere estirpata e piantata nuovamente. Oltre ai terreni di proprietà sono presenti anche un paio di vigneti, di Rebula e Merlot, in gestione. Troviamo una parte di vigneti in collina, dove a farla da padrona è una sorta di ponca, denominata “zelen”, dove incontriamo Malvasia, Syrah e Cabernet Franc. Nei terreni più bassi, caratterizzati da un impasto misto e più argilloso sono piantate Merlot, Riesling e Pinot Bianco.
In vigna il presidio di Matej è pressocchè costante, avendo convertito l’azienda in Biologico e lavorando con solo rame, zolfo e alghe per la copertura delle piante, evitando fertilizzanti e pesticidi. Un aiuto è sicuramente il clima mite, ma anche la bora che, quando non soffia troppo forte, è un’alleata per la sanità all’interno dei vigneti. L’obiettivo di Cultus è quello di ottenere il giusto equilibrio nel prodotto finale, avendo la corretta acidità, pur non a discapito di acini poco maturi e raccolti prematuramente.
Le vinificazioni vengono fatte in una piccola cantina adiacente, che non abbiamo avuto modo di vedere, in fase di ampliamento, vista la crescita della produzione, utilizzando principalmente vasche in acciaio e barrique di rovere francese. Le bottiglie prodotte di media per anno sono circa dieci/quindici mila e si dividono in: due Pet-Nat, due vini dalle etichette più “funcky” e altri tre vini con etichette più classiche. La differenza principale tra le due linee è, oltre alla varietà d’uva, la modalità di affinamento, prevedendo il solo utilizzo dell’acciaio per la prima, rimanendo in cantina non più di un anno, mentre un affinamento in legno per quelli più classici, per almeno due anni.
C’è da dire che lo scorso anno è stata restaurata un’area della proprietà, ricavando la sala degustazione dove ci troviamo per assaggiare i vini, con l’obiettivo, nel prossimo futuro, di investire anche sulla ricettività, ottenendo alcune camere dai numerosi ambienti della tenuta.
Il primo vino assaggiato è il Pet-Nat, annata 2024, un’anteprima dell’ultima vendemmia, che è già disponibile sul mercato, pur mancando in questo caso l’etichetta. Questo rifermentato è a base di Welschriesling, ottenuto con Metodo Ancestrale e fermentazioni spontanee. Al naso assomiglia ad un fresco succo d’uva, con sentori di pesca bianca, ananas, limone, mela golden croccante che torna in bocca, dove entra con una bolla molto cremosa, abbastanza minerale, con una discreta sapidità e abbastanza persistente.
A braccetto con questo vino troviamo anche un secondo Rifermentato in Bottiglia, questa volta in versione rosè, a base di Merlot e Cabernet Sauvignon.
Proseguiamo gli assaggi con la Malvasia 2023, con uve che restano a contatto due giorni sulle bucce e un affinamento in acciaio di alcuni mesi, effettuando continui battonage, dove viene completata anche la fermentazione malolattica.
Un vino dai sentori freschi e agrumati, con una leggera nota di erbe aromatiche, floreale, di fiore di limone. Al palato entra con una buona acidità, freschezza, verticalità discreta sapidità e moderata persistenza.
È il turno di una delle uve protagoniste del territorio, Zelen, che nell’annata 2023 ha visto cinque giorni di macerazione, per poi seguire lo stesso processo di affinamento con battonage e malolattica, come nel precedente vino. In questo caso emergono sentori più verdi, di erbe aromatiche, origano, un tocco ammandorlato e uno spunto di pepe bianco. Il sorso è fresco, di beva, con una buona sapidità, un tocco minerale, di discreta persistenza e con una nota amarotica sul finale.
Passiamo agli assaggi dei tre vini della linea più classica e invecchiata, cominciando dall’uvaggio Malvasia, uva predominante, e Pinot Bianco, il quale prende il nome di “Jozef Estate 1683”, dedicando questo vino ad uno dei vecchi proprietari di una parte del luogo in cui ci troviamo. Anche in questo caso viene svolta una macerazione di cinque/sette giorni e affinamento di due anni in barrique. Un 2022 appena imbottigliato che avrebbe bisogno di un ulteriore riposo in bottiglia, il quale si presenta più pieno al naso con sentori di frutta, pesca, pepe bianco, salvia, un tocco di macchia mediterranea, agrume più intenso e un sottofondo di frutta secca. Al palato entra dritto, con una discreta acidità, sapido, pieno, abbastanza minerale e decisamente più persistente dei vini precedenti.
Lasciata la Malvasia, assaggiamo il Pinot Bianco in purezza 2022, che segue lo stesso percorso del vino precedente, e si presenta un po’ più timido al naso, con note di frutta gialla, mela, di caramello, spezia, dolce, vaniglia, note tostate e di frutta secca. In bocca è pieno e più corposo, con una discreta mineralità e sapidità, moderata spalla acida e buona persistenza.
Concludiamo con l’unico rosso prodotto dall’azienda Cultus, che fino a qualche anno fa era un blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero, un bordolese con influenze borgognotte. Il Pinot Nero, piantato in un luogo troppo caldo si è deciso di eliminarlo, lasciando oggi solo il Merlot e prevedendo di aggiungere Cabernet Franc e Syrah nelle prossime annate.
Anche in questo caso troviamo un 2022 ancora molto fresco e appena imbottigliato, con un affinamento sempre di un paio di anni, con l’utilizzo di barrique anche di primo passaggio. Al naso si presenta con note di frutti di bosco, prugna, note speziate, erbacee, di liquirizia, note di cioccolato, vaniglia e un tocco terroso. In bocca entra con una buona spalla acida, abbastanza sapido e minerale, un buon corpo, tannino vivido e persistenza; sicuramente da riassaggiare dopo aver riposato qualche anno in bottiglia.
Un ringraziamento a Caroline per averci introdotto nel suo mondo, per lei maglietta numero 366.
Da notare che siamo entrati nel pomeriggio quando c’era ancora qualche raggio di sole e una temperatura che allettava lo stare all’aria aperta e usciti con il buio e sei gradi.
Non ci è rimasto che raggiungere gli amici Giuseppe e Lucija nel loro borghetto all’interno del paese di Podraga, per passare una serata in compagnia e una nottata nella meravigliosa stanza soppalcata, restaurata con uno stile che incrocia l’antico e il moderno.


