Tarda mattinata nella cantina di Daniele Portinari, al riparo dalla pioggia, per ascoltare la sua storia e fare qualche assaggio dalle vasche
02 Marzo 2024
Una manciata di chilometri più avanti rispetto all’azienda di Sauro Maule, nel comune di Alonte, si trova la piccola realtà di Daniele Portinari. La cantina sorge a poche centinaia di metri dalla strada principale, dietro ad un cancello, che ci porta a scoprire questa giovane azienda con radici legate all’attività contadina, tra allevamenti e varie coltivazioni.
Per approfondire la storia ci ripariamo dalla pioggia all’interno di una delle aree, dedicata alle vinificazioni ed affinamenti, dove si possono incontrare le vasche in acciaio, che lasciano poi spazio ad alcune barrique usate.
Questa è stata ricavata da uno dei vecchi stabili utilizzati per l’allevamento, dopo un iniziale periodo di partenza all’interno della cantina di Angiolino Maule, produttore che ha dato un prezioso aiuto nel processo di trasformazione dell’attività aziendale.
L’azienda Daniele Portinari ha una storia relativamente breve, che trae le sue origini dall’attività di papà Angelo, il quale, assieme ai fratelli portava avanti le attività di campagna e di allevamento di pollame. Dopo la divisione dei terreni, circa quaranta ettari, l’attività di Angelo si è concentrata sulla coltivazione della vite al fine di produrre uva da conferire alla cantina sociale.
All’inizio del nuovo millennio, grazie anche all’interessamento di Daniele al mondo del vino, si iniziarono ad effettuare le prime vinificazioni, al fine di sperimentare come si potevano esprimere quelle uve, ormai coltivate da diversi anni. All’inizio per Daniele Portinari questo tipo di attività era più hobbistica, dato che, dopo gli studi alla scuola alberghiera, diverse stagioni come cameriere, un lavoro in fabbrica, aveva aperto una pasticceria a Lonigo, assieme al cugino.
Dal 2004 la decisione di affiancare il papà nelle lavorazioni in azienda e nel 2008 la prima annata in cui si sono prodotte bottiglie per la commercializzazione, avendo convertito l’azienda, ufficialmente, a lavorazioni più legate al biologico, pur non essendo mai stati fan di prodotti sistemici.
Gli ettari vitati sono ad oggi cinque di proprietà e tre in gestione dallo zio, con uve che nell’ultimo caso vengono in parte vinificate ed in parte ancora conferite, con l’intenzione di arrivare alla trasformazione di tutti i frutti dei circa otto ettari. Vigneti che si trovano attorno alla cantina in un substrato principalmente calcareo-argilloso.
Tornando a parlare di gestione della vigna, i trattamenti sono effettuati principalmente con rame e zolfo, cercando di ridurne il più possibile i quantitativi, anche grazie alle sperimentazioni dell’associazione Vinnatur, di cui Daniele Portinari fa parte. I livelli dei due agenti di copertura sono ben al di sotto dei limiti del biologico, grazie anche ad alcuni coadiuvanti che aiutano la pianta ad autodifendersi. C’è da sottolineare che la resa non è molto elevata, a causa dei terreni siccitosi che non rendono facile la vita della vigna, aiutando però quella del viticoltore.
Oggi Daniele conta anche l’aiuto di uno dei due figli, Giovanni, laureato da poco in enologia e il futuro più prossimo sarà quello di costruire una nuova cantina, a poche decine di metri da quella in cui ci troviamo, più grande, moderna e dotata anche di una sala degustazioni. “Siamo ancora allo stadio embrionale”.
Per quanto riguarda la produzione delle bottiglie, nelle annate buone si arriva ad ottenerne circa trentamila, anche se la media è di circa venticinque mila e il target massimo che si vuole raggiungere sarà di trentacinque mila. Tra le sei etichette troviamo il “Pietro Bianco”, dedicato al secondo figlio, un blend di vini delle varietà Pinot Bianco, Tocai Bianco e, dal 2023, anche Pinot Grigio.
Aprendo una parentesi sulla filosofia produttiva scopriamo che Daniele Portinari punta a far partire tutte le fermentazioni in maniera spontanea, aiutate da un pied de cuve qualora dovessero presentarsi situazioni “particolari”. Si vogliono ottenere vini il più possibile senza chimica, anche se, qualora dovesse essere necessario, si utilizza il metabisolfito in bottiglia. Le temperature vengono controllate solo nel caso di uve raccolte nel mese più caldo di agosto; non è il caso della Garganega che si vendemmia ad ottobre, quando le raccolte precedenti sono già un ricordo. Garganega che è il secondo bianco prodotto, ottenuto da una macerazione di cinque/sei giorni e affinamento in solo acciaio, come nel caso del precedente vino.
In cantina si può notare anche una barrique di Pinot Grigio dal colore ramato, in attesa di scoprire quale sarà il suo futuro, probabilmente la settima referenza! Tra le etichette di transizione tra bianchi e rossi è stato prodotto anche un Rosato a base di uve Tai Rosso, frutto di un brevissimo contatto di una notte sulle bucce e di un affinamento in acciaio.
Tra le fila dei vini rossi troviamo il “Pietro Rosso”, blend di Merlot, Tai Rosso e Cabernet Sauvignon (prima di essere espiantato), il taglio bordolese “Nanni” (dedicato al figlio Giovanni), a base di Cabernet Sauvignon e Merlot che affinano in solo acciaio; un Tai Rosso ed un Merlot, entrambi in purezza ed entrambi affinati in barrique esauste. C’è da sottolineare che il Merlot viene prodotto solo nelle annate migliori, ad oggi solamente due, la 2016 e la 2021.
Tutti i vini vengono tendenzialmente imbottigliati prima dell’estate, anticipando la vendemmia al fine di lasciare spazio nelle varie vasche alle nuove annate.
Per scoprire lo stile di Daniele e delle sue vinificazioni ci immergiamo negli assaggi di alcune delle vasche d’acciaio e barrique disposte all’interno della struttura. Iniziamo con il Tocai Bianco, con uve che provengono da una vecchia vigna a tendone, il quale si presenta con note fresche ed agrumate, un tocco erbaceo e quasi pronto per andare in bottiglia.
Un piccolo furto anche dalla barrique di Pinot Grigio, per capire come si esprime quest’uva nell’affinamento in legno, comunque esausto. Vino dal colore ramato, con uve che vengono pestate con i piedi e lasciate una settimana a contatto, prima di inserire il solo liquido in botte, il quale si esprime con note di piccoli frutti rossi, sentori vegetali, ancora in fase di equilibrio sia al naso sia al palato.
Concludiamo con la Garganega, ultima varietà vendemmiata, definita “da bere e non da naso”, per le sue caratteristiche non troppo espressive all’olfatto, ma le caratteristiche note di sapidità, mineralità e spalla acida che emergono al palato, frutto anche del terroir di queste colline.
Prima di lasciare l’azienda uno sguardo anche al vicino magazzino, dove scopriamo le varie etichette che vestono le bottiglie, frutto di un cambio di immagine avvenuto negli ultimi anni. Si è passati da una più classica etichetta dallo sfondo monocromatico e il nome del vino, oltre a quella del produttore Daniele Portinari, ad un’etichetta creata da un amico pittore.
L’artista ha disegnato circa trenta tavole, delle quali è stata fatta una selezione per vestire le varie referenze di Daniele. È stato introdotto anche un nuovo logo che prende spunto da un fagiano, trovandoci in una zona di caccia, e le sue piume, che lasciano spazio ad un calice nel mezzo, ma anche il riferimento al chicco d’uva. Le piume stesse dell’animale ricordano, inoltre, la linearità dei filari.
In attesa di toccare con mano la nuova cantina, tra qualche anno, maglietta numero 308 per Daniele Portinari.


