A casa di Dario Princic per approfondire la sua azienda e filosofia, con qualche assaggio dalle botti assieme al figlio Marco
20 Novembre 2021
A casa di Dario Princic, reduce da un piccolo intervento di routine ai calcoli, per una chiacchierata, così da approfondire l’azienda che porta il suo nome e la sua filosofia nella produzione.
La storia di questa realtà è simile alle altre della zona di Oslavia, con una famiglia che da sempre ha prodotto vino e Dario, che prima faceva un lavoro di rappresentante nel settore dell’agricoltura, è entrato totalmente in azienda nel 1988, sposando l’idea di lavorare in “maniera naturale”, quando ancora nessuno ne parlava.
La costruzione della cantina è stata una conseguenza al suo ingresso e l’evoluzione nelle vinificazioni ha visto l’introduzione della macerazione delle uve sulle proprie bucce nel 1999, accodandosi alle pratiche dei colleghi e vicini di casa Gravner e Radikon.
Nelle fasi iniziali sono state sperimentate macerazioni più brevi, mentre, con il passare del tempo, i giorni sono sempre più aumentati per provare a capire dove ci si poteva spingere.
Oggi, per dare un’identità temporale del contatto sulle bucce delle rispettive uve troviamo il Pinot Grigio che macera circa otto/dieci giorni, il Tocai venti/ventidue, mentre Ribolla Gialla e Merlot una media di trentacinque giorni. I dati sono indicativi e dipende molto dalle annate e da ciò che offre la natura.
Ci troviamo ad Oslavia, appena sotto all’ossario, in un’azienda che è costituita da circa undici ettari, per lo più ereditati dal nonno e dal suocero. Le bottiglie prodotte sono circa trentacinque/quaranta mila per anno, ed essendo le piante settantamila, è facilmente deducibile che le singole vigne per produrre ogni bottiglia sono, di media, due.
L’estensione dei terreni vitati è tutta in Italia, con un appezzamento principale di tre ettari, per poi avere altre zone a “macchia di leopardo”, comprese nel territorio di Oslavia.
“Diserbanti e disseccanti non li ho mai usati e non so neanche come si usano”; il concime chimico è stato abbandonato, utilizzando, se necessario, quello organico, non si usano antiparassitari e prodotti sistemici.
I trattamenti, oltre al rame e allo zolfo, vengono integrati principalmente con alghe ed oli essenziali, lasciando i filari inerbiti e lavorando la terra ogni tre o quattro anni, per poterla far vivere al meglio possibile, nel rispetto della natura.
Dario Princic non sposa la filosofia biodinamica, ritenendosi distante dalle pratiche legate alle concimazioni con corno letame o corno silicio, non convinto degli effetti positivi che possono avere, essendo cosparsi in delle quantità/ettaro così ridotte.
Tornando a parlare di vino: “Tutte le bollicine per me sono spritz; i nostri vini possono essere interpretati in tre modi diversi dal consumatore: il primo si innamora subito, il secondo dopo diverse degustazioni, mentre il terzo li odia”.
“Quando siamo partiti venivano considerati come vini ossidati, rancidi e venivano sputtanati da tutti, ma lo scopo è quello di produrre vini come i vecchi contadini, i nostri nonni, e non i nostri padri che hanno distrutto l’agricoltura con l’aiuto del consumismo”.
Una riflessione che ben fa capire la filosofia di Dario Princic e il malcontento rispetto a quel passato che ha visto più l’importanza del business che della salute. Un tema che viene ben interpretato anche da alcuni giovani, però il trend che c’è oggi di chiamare i vini “naturali” sta creando una gran confusione.
“Se il vino puzza abbiamo sbagliato qualcosa in cantina, l’uva non puzza. I miei vini li chiamo sinceri più che naturali!”.
Anche i figli di Dario sono entrati in cantina, il più grande fin dal completamento degli studi in agricoltura, mentre il secondo, dopo aver lavorato come chef in diversi locali della penisola e in seguito a qualche esperienza internazionale.
“Con i miei figli oggi mi incazzo si e domani anche”
Di Princic produttori di vino se ne contano cinque in Italia e altrettanti in Slovenia, cognome che proviene dal capostipite Serbo o Bosniaco che nel sedicesimo secolo, circa, ha ramificato un discreto numero di discendenti. Ironia della sorte il nonno e la nonna di Dario Princic portavano lo stesso cognome, pur non essendo stati parenti (alla vicina).
E dopo la frase “se fossimo al posto dei francesi avremmo in questa zona i vin bianchi più importanti del mondo”, un approfondimento sulla cantina, assieme al figlio Marco, nella quale, oltre alle vasche in acciaio si trovano tini di legno di acacia, rovere e castagno, con alcune botti di slavonia usate.
L’affinamento dura, di media, dai due ai due anni e mezzo in legno, dopo la macerazione già descritta, per poi essere assemblati e decantati naturalmente in acciaio. La solforosa viene utilizzata solo se necessaria, nel travaso del vino in acciaio, arrivando a 18/20 mg/litro di totale nelle bottiglie.
I vini vengono “abituati” all’aria in tutti i loro processi, non aggiungendo vino nelle botti, lasciandole pertanto scolme.
Oltre ai monovitigni viene prodotto anche un blend di uve a bacca bianca, il Trebez, con uve Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio, lasciate macerare separatamente, per poi essere unite prima della fermentazione malolattica e, una volta svolta, il vino viene affinato in botte. Anche per il Trebez una macerazione non estrema, ma finalizzata a ritornare a quei sentori e tecniche utilizzate nel passato.
I furti dalle botti sono stati un paio, di Jacot 2020 e Ribolla Gialla, dello stesso anno; due vini ancora in fase di affinamento, ma già piacevoli e rappresentativi dell’azienda. Il primo con sentori più legati alle erbe aromatiche, piante officinali, frutta candita, zenzero, spezie, mentre la Ribolla, con note di frutta candita, albicocca, frutta disidratata, anche in questo caso con una speziatura, forse più dolce e una parte più erbacea. Al palato entrambi freschi e verticali, con alcune note dure ancora da smussare, una ricca sapidità e mineralità, discrete acidità e trama tannica che emergono più nel secondo assaggio.
Per sottolineare i concetti già citati e per approfondire al meglio, in un episodio, la filosofia di Dario Princic torniamo nel 2008, anno nel quale non era possibile proteggere le uve con soli trattamenti “di copertura”, perdendo quasi il 100% del raccolto, per non usare prodotti “di assorbimento”. In quell’annata sono state prodotte solo 2800 bottiglie.

Prima dei saluti e di fare qualche scorta, una spiegazione dell’etichetta, che rappresenta, con una simbologia stilizzata, l’annata del vino che veste.
Per Dario Princic maglietta numero 112!


