Marco De Bartoli, sulle orme di un pioniere che ha voluto prendere la strada più tortuosa nel mondo del vino, attraverso gli occhi della figlia Giuseppina
15 Settembre 2023
Tarda mattinata in Contrada Fornara Samperi, ad una manciata di chilometri da Marsala, per scoprire, dopo averne bevuto più volte i vini, l’azienda Marco De Bartoli. A guidarci in questo percorso storico, che ci porta fino ai giorni nostri è Giuseppina De Bartoli, figlia di Marco.
Per scoprire dove tutto è iniziato, la nostra avventura non può che cominciare nella parte più storica della cantina. Ci troviamo nella sala delle botti grandi, un piano terra in cui sono contenute alcune botti in legno da settanta ettolitri, una sopra l’altra. Proprio da qui è partito Marco De Bartoli (in un “periodaccio” per il vino siciliano, venduto sfuso o come taglio in tutta Italia) con la sua idea di produzione di vino, a dir poco pioneristica e forse un po’ folle a fine anni ’70. C’è da dire che il Marsala era riconosciuto per dare un tocco ai piatti di cucina o ai dolci, viste le aromatizzazioni con cui veniva “denigrato”.
Ci troviamo nel baglio dei De Bartoli, datato inizio 1800, che un tempo era utilizzato come appoggio per la produzione di vino che poteva essere usato come base per il Marsala o come prodotto da taglio. Sia la famiglia del papà di Marco sia quella della mamma erano produttori di Marsala, possedendo due diverse realtà, quasi industriali. Marco De Bartoli iniziò il suo percorso all’interno del mondo del vino proprio in una di queste, sentendo, però, fin da subito una pulsione che lo portava distante dalla filosofia di produzione di massa di questo prodotto così identitario del territorio in cui era nato. La sua idea era quella di valorizzare la qualità del vino e non la quantità, così si staccò dalla realtà di famiglia, abbandonando l’idea di un futuro agiato e privilegiato, con lo scopo di fare il vignaiolo in maniera artigianale.
La sala delle botti dove ci troviamo è stata abbandonata durante la seconda guerra mondiale e venne rivalutata nel 1978, ristrutturando passo dopo passo l’ormai rudere. Quello che non si era distrutto era il vino presente nei vasi vinari, frutto del metodo “Perpetuo”, una sorta di Solera predecessore del Marsala, che consisteva di rabboccare le botti più basse con il vino di quelle più in alto, vino che non era mai troppo giovane, ma doveva comunque effettuare un periodo di affinamento. Il risultato che si otteneva dalla botte più in basso era un assemblaggio di diverse annate, che poi poteva essere bevuto in famiglia o diventare la base per i Marsala.
Marco, trovando tale patrimonio, ha iniziato a valorizzare e dare importanza a questo vino e imbottigliarlo, anche in questo caso in maniera estremamente pioneristica. Così è nato il “Vecchio Samperi”, oggi uno dei vini più iconici dell’azienda, simbolo dell’inizio della produzione, ma un tempo descritto come un vino “antico, sconosciuto e difficile”.
È affascinante toccare con mano quelle botti ormai centenarie e ancora più emozionante sapere che ancora oggi si utilizzano per la produzione dello stesso vino secco, imbottigliato dalle botti più basse una volta l’anno, ricolmando man mano i vasi vinari più alti, ottenendo un prodotto che, senza l’aggiunta di alcol, presenta sedici/diciassette gradi naturali. Una delle sue caratteristiche principali è l’ossidazione, poiché le botti non sono del tutto colme e non si effettua alcun controllo della temperatura.
Ci spostiamo dove riposa il Marsala, dopo la produzione del vino base: la bottaia che ospita botti di piccolo formato, barrique per lo più. Il Marsala viene descritto come “il grande vino che nasce in vigna”. Marco De Bartoli produce Marsala di qualità Oro Superiore Riserva frutto di una vendemmia tardiva di, esclusivamente, Grillo, il quale sviluppa alcol naturale e una semi-dolcezza ottenuta dall’aggiunta di mosto fresco, supportati dalla spalla acida di quest’uva. Il Marsala che viene commercializzato dopo i quattro anni di affinamento, viene fatto riposare in tonneau, mentre quello che si imbottiglia “di tanto in tanto”, si lascia in barrique usate, talvolta fin dagli anni ottanta. Qui l’ossidazione è decisamente minore, in un ambiente più fresco ed umido, che permette al vino di riposare per più anni.
In una terza sala, nel labirinto della cantina si affinano i vini da tavola: il rosso prodotto è il Pignatello, autoctono di queste zone, chiamato anche Perricone, che esce con il nome “Rosso di Marco”, dopo un riposo in legno da dieci ettolitri per circa un anno.
Spostandoci in un ambiente refrigerato, troviamo quella che è definita la “Carrellata di Grillo”, tra tonneau e anfore, nelle quali affinano le basi per produrre tre diverse etichette ottenute con quest’uva. “Integer”, frutto di una fermentazione, di uve diraspate, in anfora per tre settimane e affinamento per altri undici nello stesso vaso vinario; “Grappoli del Grillo” che fermenta in legno di tonneau e botti più grandi e affina negli stessi contenitori per circa un anno, con frequenti batonnage.
La carrellata continua in acciaio con “Vigna Verde” e “Sole e Vento” (che al suo interno ospita anche una percentuale di Zibibbo, oltre ad un Catarratto in purezza, vini che in questo caso restano ad affinare tra gli otto e i dieci mesi, di media. Verso la fine del nostro percorso incontriamo anche uno spazio dove vengono lasciate le bottiglie Metodo Classico sui lieviti. Dal 2008, infatti, si produce il “Terzavia” Pas Dosè, ottenuto da uve Grillo, fatte rifermentare in bottiglia con la sola aggiunta del mosto fresco dell’annata successiva, dopo aver affinato la base tra acciaio e legno per un anno. La permanenza sui lieviti, prima della sboccatura, è di minimo diciotto mesi.
Giuseppina, in prima linea per quanto riguarda gli aspetti amministrativi e logistici, non è la sola protagonista dell’azienda e il team si completa anche dei due fratelli Sebastiano e Renato, che si occupano della parte produttiva e commerciale.
C’è, inoltre, da sottolineare che tutte le fermentazioni sono innescate da un pied de cuve, frutto di una vendemmia anticipata e si vuole lavorare in maniera meno invasiva possibile, concentrando a pieno le energie in campagna, per arrivare ad ottenere un’uva sana da portare in cantina. Uno degli scopi dell’azienda è anche quello di utilizzare meno solforosa possibile.
Questa non è l’unica cantina dell’azienda Marco De Bartoli, poiché è stato acquistato un terreno a Pantelleria, così da produrre, dal 1984, alcuni vini a base di Zibibbo, sia in versione secca sia dolci. Tra la produzione di Marsala e quella di Pantelleria si ottengono un totale di circa duecentomila per anno, divise in almeno sedici etichette (senza contare le “uscite speciali” di Marsala o di altre referenze).
Un percorso a ritroso che ci porta fuori dalla cantina, in vigna, dove troviamo circa tredici ettari a corpo con vigne piantate da Marco, precursore della varietà Grillo, che ai suoi tempi veniva espiantata. Le lavorazioni seguono il disciplinare biologico, con l’utilizzo di solo rame e zolfo e una vendemmia verde del 50% della produzione, mantenendo solo il 50% dei grappoli in pianta, destinati alla vendemmia, effettuata a mano in cassetta.
Il sottosuolo si può ben vedere da uno scavo di fronte alla cantina, dove si nota la stratificazione di tufo. A circa quindici chilometri da Samperi si trovano altri due ettari di Pignatello e due di Catarratto, in un terreno più argilloso e grasso.
Gli assaggi cominciano all’interno della sala degustazioni al primo piano, con un vino proveniente dalle uve ottenute dagli alberelli panteschi: lo Zibibbo di Pantelleria 2022, battezzato “Pietranera” visto il terreno in cui crescono le vigne, su roccia vulcanica, vinificato in acciaio. Vino che esprime sentori aromatici che spaziano dalla pesca bianca, a litchi, leggera zagara, un sottofondo erbaceo. In bocca è delicato, fresco, di beva, con una buona sapidità, discreta spalla acida, non emerge un gran corpo, ritornano i sentori percepiti al naso.
Torniamo nei vigneti a corpo per un Grillo annata 2021, evoluto in rovere francese, tonneau e “pipe” da dieci ettolitri, per dodici mesi. La frutta al naso si concentra ed emergono sentori agrumati, pompelmo, bergamotto, leggera crosta di pane, pietra tufacea bagnata, una speziatura di sottofondo. Al palato un’ottima acidità, sapido, con un buon corpo, abbastanza minerale e più persistente del precedente. Un’etichetta che trasmette la difficoltà di parlare di Grillo negli anni ’90, quando comunicare quest’uva era un’impresa piuttosto difficile e Marco De Bartoli si è rivolto ad un amico artista per disegnarne i grappoli, a vestire questo vino.
Il più storico dei vini dell’azienda, da dove tutto è cominciato è il “Vecchio Samperi”, risultato di un invecchiamento di circa vent’anni in ossidazione, 16,5% di alcol, progenitore del Marsala.
Vino perpetuo che al suo interno presenta tracce di vini dagli anni ’40, si esprime al naso con una ricchezza di sentori terziari, una piacevole ossidazione, frutta disidratata, frutta secca, dattero, sentori di vaniglia, tabacco, un velo di speziatura e la mente che viene riportata ai sentori della cantina, vista precedentemente. In bocca l’acidità aumenta, emerge la sapidità, una buona mineralità, ben equilibrato nonostante la struttura, ottima la persistenza, lasciando un palato preciso e pulito.
È la volta dei Marsala, il più giovane classe 2018 e il fratello maggiore, o addirittura si può definire padre, dell’annata 1988. Sempre Grillo in purezza sono entrambi Semi-Secco e di qualità Oro (poiché addizionato di mistella: alcol e mosto fresco), Superiore Riserva, visti i minimo quattro anni di affinamento in botte. L’apripista si presenta al naso con note più tenui e delicate, spunti di frutta disidratata, albicocca disidratata, leggera arancia candita. In bocca mantiene la freschezza, con una buona acidità, sapido, una punta di minerale, ben equilibrato, di beva, non stucchevole, con una buona lunghezza. Il secondo vino concentra i sentori, estremizzandoli, con note di carruba, frutta secca sotto spirito, vaniglia, fico secco, anche qui un ritorno in cantina, per un palato in cui si accentua l’acidità, spunta un tocco minerale e sapido, il corpo aumenta, pervade la bocca e la lunghezza è estrema.
Torniamo a Pantelleria per concludere la degustazione, con uno Zibibbo che viene appassito: “Bukkuram” (in arabo: “padre della vigna”), nome che proviene dalla zona in cui crescono le uve. Una produzione definita come “arcaica”, risultato di una prima vendemmia in metà agosto, con il 50% dei grappoli più maturi raccolti a mano e stesi su stuoie a terra con il fine di lasciarli disidratare al sole per un mese. Un vino che non tutti gli anni è uguale e viene prodotto per questo motivo in due versioni. Se le uve restano meno tempo ad appassire, a causa di piogge o umidità eccessiva, si produce il “Bukkuram Sole d’Agosto” (chiamato così perché le uve restano comunque le due settimane di agosto al sole), il quale affina un anno in legno. Nelle annate migliori, con un clima favorevole, viene prodotto il “Bukkuram Padre della Vigna”, che, in questo caso resta, tre anni a riposare in legno. Prima di passare all’affinamento in legno si effettua uno dei processi fondamentali, che rendono unico quest’ultimo vino: ottenuta l’uva passa si effettua una seconda vendemmia, nelle prime settimane di settembre e, da questa, si ottiene il mosto fresco di Zibibbo a cui si addizionano le uve appassite in una massa che resta altri cinque/sei mesi in macerazione. Abbiamo la fortuna di assaggiare il “Padre della Vigna”, Passito di Pantelleria DOC, vendemmia 2019, che si presenta fin da subito con il suo colore molto scuro (“il passito deve essere scuro, se hai fatto un buon lavoro”). Al naso ritornano le note aromatiche, delicate, avvolgenti, con spunti di agrume, zagara, pesca matura, note di sottobosco. In bocca si percepisce la sua dolcezza, senza essere stucchevole, una discreta acidità e sapidità, ben bilanciato, per un sorso che dura in una buona persistenza, lasciando le note aromatiche con sé.
Un ringraziamento a Giuseppina De Bartoli per averci condotto nella storia della sua realtà, facendo percepire la filosofia di papà Marco De Bartoli.


