Storia d’Italia, della Sicilia e del Marsala nelle Cantine Florio, Marsala (Trapani)

Immersi nella storia dell’Italia e della Sicilia, in quella che si può senza dubbi definire la più famosa azienda produttrice di Marsala: Florio

15 Settembre 2023

Nemmeno il tempo di posare le valige in albergo per immergersi nel mondo della storia del Marsala, alla scoperta delle Cantine Florio. Ci troviamo a poche decine di metri dal centro del paese di Marsala, fronte mare e, assieme a Noemi, ci tuffiamo in quella che è la più famosa azienda produttrice di questo vino liquoroso, cominciando dalla cantina storica.

La struttura è quella del baglio siciliano, tipico della provincia di Trapani e della parte più occidentale dell’isola. Sul lato destro, se si lasciano le spalle al cancello principale, si trova l’ingresso della cantina, per come la ritroviamo oggi. Fin dalla parte esterna emergono i profumi degli affinamenti ed entrando nel primo ambiente si può cominciare un viaggio nella storia del Marsala firmato Florio.

La storia più romanzata vuole che, nel 1773, un comandante inglese, originario di Liverpool, John Woodhouse, destinato a Mazzara del Vallo, dovette fermarsi, a causa di una tempesta, a Marsala e qui ebbe il piacere di scoprire il vino che si produceva, con metodo Perpetuo (una sorta di Solera, dove il vino più vecchio veniva rimboccato con quello più giovane, dalle botti più alte a quelle più basse). Innamoratosi di questo prodotto, decise di portarlo nelle sue terre e, per far si che non si rovinasse durante il trasporto “lo rinforzò” con del brandy. In realtà Woodhouse era alla ricerca di un vino liquoroso che potesse competere con i più costosi Sherry, Porto, Madeira e ben sapeva che a Marsala c’erano condizioni climatiche simili a Spagna e Portogallo, favorite dai venti di scirocco e maestrale, essendo nella via del sole, nello stesso parallelo. La sua abilità di commerciante lo portò a Marsala e iniziò ben presto la sua produzione di “Vino ad uso Madeira”, sfruttando qualche leva di marketing, nella vendita. In soli due mesi iniziò una produzione intensiva di questo vino liquoroso, con lo scopo di farlo diventare un “Factory wine”. Woodhouse organizzò in tempi celeri un baglio per la produzione del vino, mentre poche centinaia di metri più a destra era stata creata una distilleria con gli alambicchi finalizzati a produrre il distillato, usato come rinforzo. È stato creato anche uno spazio per il mastro bottaio che produceva in loco le botti che, una volta riempite e rimaste ad affinare, venivano fatte rotolare fino al vicino mare per essere imbarcate.

Grazie o a causa del blocco continentale il Marsala divenne una necessità e iniziò a diventare famoso nel Regno Unito, fregiandosi anche del titolo di “Victory Wine”, poiché venne consumato dall’ammiraglio Horatio Nelson in seguito alla battaglia di Trafalgar.

Nei primi anni dell’800 anche altri inglesi, come Benjamin Ingham (assieme al nipote Joseph Whitaker) intrapresero la strada di Woodhouse nella produzione del Marsala, ma, il primo italiano ad investire in casa, è stato Vincenzo Florio che, nel 1833, iniziò la sua avventura proprio nel baglio in cui ci troviamo, con una cantina di quarantaquattromila metri quadrati.

Un breve inciso sui Florio: una famiglia molto umile, di origini calabresi che, a fine ‘700, in seguito al terremoto che colpì la loro regione, emigrò a Palermo. Vincenzo fu il primo della famiglia a cominciare l’espansione nel mondo dell’imprenditoria, iniziando dalla farmacia in cui si vendeva un’ingente quantità di chinino (utile alla cura della malaria), dando successivamente vita allo stabilimento per la pesca dei tonni a Favignana. Tra la prima e la seconda generazione, con il figlio Ignazio, l’attività si espanse, acquistando l’isola di Favignana e brevettando la conservazione del tonno (e non solo) in latta, oltre ad aver fondato il Banco ed il Giornale di Sicilia. La terza generazione, vissuta a cavallo delle due guerre, ha visto come protagonisti Ignazio Junior e Vincenzo, i quali furono i finanziatori del Teatro Massimo di Palermo e creatori della corsa automobilistica Targa Florio. Questa fu l’ultima generazione dei Florio, sovrastata dai debiti e costretta a vendere molte delle proprietà, caratterizzata da una mole di sfortuna non indifferente, vista la scomparsa in tenera età di tre dei figli di Ignazio Junior.

La Cantina Florio fu venduta nel 1924 al gruppo Cinzano, la quale, a sua volta, ha venduto metà della proprietà al gruppo ILLVA di Saronno, che è entrata in possesso dell’intera cantina nel 1998.

Ritornando ai fasti della storia passata, nel primo ambiente (a piano terra, come tutta la cantina) troviamo i più grandi e storici tini in legno, ancora oggi utilizzati per l’affinamento del Marsala, con una capacità di sessantun mila ottocento litri, dei quali uno è stato esposto all’expo di San Francisco nel 1915. Tra i cimeli storici, oltre agli attrezzi del tempo, sono presenti ventiquattro fucili e un cannone utilizzati da Garibaldi nella spedizione dei mille ed alcune targhe raffiguranti il passaggio del Re Vittorio Emanuele II e del Duce Benito Mussolini.

Un altro simbolo che svetta è il leone, il quale rappresenta i Florio, un animale che non è in perfetta forma, ma appare magro e ferito. Questo vuole simboleggiare la prima attività della famiglia, che gestiva una farmacia il cui core business era la vendita del chinino, utile per la cura della malaria. Si dice che il chinino abbia fatto da trampolino di lancio alla fortuna dei Florio. Il leone è sulla riva di un fiume e sta bevendo un liquido che non è acqua, bensì Marsala, definito, in ottica marchettara come “tonico, medicinale e ricostituente”. Per anni all’interno delle etichette era presente il consiglio di berne due bicchierini dopo i pasti. Marketing a parte, questa strategia ha fatto si che il Marsala potesse migrare oltre oceano e passare le dogane anche durante il periodo del proibizionismo.

Nel corso del ventesimo secolo è stata creata la prima DOC, precisamente nel 1969, anche se il Consorzio si è formato nel 1963, riconoscendo così il Marsala come vino liquoroso a base di uve a bacca bianca: Grillo, Inzolia, Catarratto, Damaschino, ma anche con la possibilità di avere una percentuale di uve a bacca rossa quali Nerello Mascalese, Perricone, Nero d’Avola, da tutta la provincia di Trapani, tranne Alcamo, Pantelleria e le Egadi. Questo secolo è stato caratterizzato anche dall’avvento dei Marsala aromatizzati, a causa del declino di questo prodotto, vista la tassazione come liquore di lusso, facendo nascere così il “Mito del Marsala con l’ovetto sbattuto”. Fortunatamente negli anni ’80 è stato rivisto il disciplinare e non è più ammessa nella DOC la produzione di Marsala aromatizzati a uovo, mandorla, banana, fragola, ciliegia, cioccolato e quant’altro.

Parlando di Florio, la filosofia è sempre stata quella di produrre un Marsala a base di 100% di uve Grillo, provenienti dalle zone costiere. Queste provengono per lo più da conferitori, talvolta con accordi transgenerazionali, monitorati dal team di agronomi dell’azienda. Solitamente si vendemmia la prima o seconda settimana di settembre e le uve si pressano intere per poi essere torchiate con un vecchio torchio “strappando così tutta l’anima dell’acino” ed avere la massima estrazione possibile. I rimontaggi sono continui, da settembre a febbraio/marzo, per poi svinare e fortificare il vino base, con alcol etilico ottenuto da uva conferito da aziende terze, per ottenere così il Marsala Vergine.

Dalla vendemmia 2022 si è ottenuto il primo vino bianco fermo secco della storia Florio, tredicimila bottiglie di Grillo in purezza che viene affinato in cemento e, senza essere filtrato, viene imbottigliato, arrivando a quindici gradi alcol naturalmente. Un vino che vuole essere il simbolo della base del Marsala, la genesi di quello che poi viene fortificato e fatto affinare per anni.

Le tipologie di Marsala sono ventinove, ben indicate graficamente in una piramide scoperta nelle visite successive. In estremo riassunto il Marsala si può caratterizzare per colore, grado zuccherino, tempo di invecchiamento, ma anche aggiunte e sentori che esprime.

In Florio il segreto principale è il tempo, ma le sfumature che stanno dietro alle centinaia di ettolitri contenuti in cantina sono diverse. Nell’immensa cantina a navate, dal pavimento battuto in tufo, incontriamo una temperatura che oscilla tra i sedici e i ventisei gradi e un’umidità dell’80%; si possono trovare botti di diverso formato, dalle barrique alle botti grandi, con una piccola percentuale di legno nuovo e la maggior parte di contenitori decennali. Ad influenzare gli aromi ed il sapore del Marsala è la vicinanza o lontananza dal mare, con le botti più vicine, a circa novanta metri che si impregnano di sentori iodati e salmastri, i quali si ritrovano al naso e in bocca durante le degustazioni dei prodotti finali. Alla fine della cantina, a duecento metri dal mare emergono di più le note donate dal legno e meno l’influenza marina. I contenitori più vicini al mare subiscono un’evaporazione minore del liquido, mentre quelli più distanti regalano agli angeli più Marsala, a causa della maggiore e minore umidità dell’ambiente. All’interno dei contenitori più distanti vengono inseriti solitamente i vini che hanno bisogno di un maggiore affinamento e le riserve. Nel lontano 1833 sotto alla pavimentazione della cantina sono stati scavati alcuni tunnel al fine di permettere all’acqua di entrare, in caso di alta marea, nei cunicoli, senza intaccare i legni in affinamento. Ancora oggi questa arriva fino a metà cantina, tenendo umido l’ambiente.

Le varie botti di legno di rovere francese o di slavonia, che vengono lasciate scolme di un circa 5-10% della capacità totale, possono essere single cask, con vini che stazionano sempre nella stessa posizione e contenitore, oppure “nomadi”, facendo migrare il liquido da una parte all’altra della cantina, per regalare sentori diversi ai prodotti finali, previo l’assaggio dell’enologo, che ha l’onere e l’onore di assaggiare botte per botte.
Da sottolineare che per l’affinamento e per ottenere il corretto blend finale dei propri Marsala, Florio non utilizza il metodo Solera. Al loro pensionamento i legni vengono venduti ad un’azienda di Whiskey irlandese.

Tra le barrique troviamo una piccola piramide con le riserve più storiche del Marsala Florio, tra cui una che contiene gli ultimi centosettantanove litri del 1939, che vengono imbottigliati in maniera estremamente saltuaria, ma ancora in commercio nello shop o nel sito aziendale. Una barrique che contiene il Marsala semi-secco 1941, imbottigliato con il nome “Aegusa”, che significa “farfalla” ed è l’antico nome dell’isola di Favignana, fino al Vergine più storico del 1963. Tra gli altri vasi vinari c’è il primo Marsala prodotto dall’attuale enologo nel 1998, rimarcando così il concetto del tempo di affinamento che necessita questo prodotto, il quale ha iniziato ad essere imbottigliato in alcuni lotti negli ultimi anni.

Spostandoci nella parte esterna si può scorgere la struttura originale del baglio, che ha mantenuto intatta la parte di cantina, anche in seguito al bombardamento del 1943, mentre le altre aree sono state ricostruite successivamente al conflitto.

Raggiunta la sala degustazioni scopriamo che vengono prodotte tre linee diverse, le quali costituiscono la New Geography del Marsala Florio, per una media di un milione e ottocentomila bottiglie per anno: “Classic”, “Premium”, “Exclusive” (in realtà a far parte della produzione totale, oltre alle linee citate, sono presenti alcune ulteriori etichette).
Cominciamo gli assaggi con il “neonato” vino bianco, senza alcuna denominazione, a base Grillo, che presenta una bottiglia vestita di un’etichetta parlante, con scritto tutti i dettagli di questo prodotto, dalla vinificazione alle principali caratteristiche organolettiche. Questo vino è stato presentato al Vinitaly 2023 e da subito ha riscosso un grande successo. Al naso si presenta con note agrumate, di macchia mediterranea, un tocco di zagara, note iodate, fiori gialli di campo, per un palato ben bilanciato, nonostante i suoi quindici gradi alcol. Un buon corpo, ma anche discreta spalla acida, buona sapidità, ben equilibrato e lungo al palato. “Sa di Sicilia, di quelle giornate di sole estivo”.

Continuiamo con una delle novecento bottiglie del primo Marsala Vergine Riserva (linea Exclusive) ottenuto da uno dei fusti da duemilacinquecento litri prodotti dall’enologo nel 1998. 100% uve Grillo della vendemmia 1997, con fortificazione 1998, diciottesima di quell’annata e un 41% di liquido dedicato agli angeli. Queste informazioni sono tutte contenute nelle etichette dei Marsala Florio, così da dare più indicazioni possibili al consumatore finale. Al naso un tripudio di sentori: noci, mandorle, carrube, miele, note di tostatura, tabacco, un sottofondo vanigliato, note iodate. In bocca è secco, essendo ottenuto solo con gli zuccheri dell’uva, presenta una buona sapidità (anche se non tra i più “marini” assaggiati da Noemi), discreta mineralità e acidità, con un’ottima persistenza.

Concludiamo con il Marsala Semisecco 2001, anche in questo caso 100% Grillo, con un residuo zuccherino che può spaziare, per la categoria, tra i quaranta e i cento grammi per litro e un invecchiamento di minimo quattro anni, che in questo specifico caso sono venti. La percentuale di evaporazione è del 33%.
Un vino affinato in botti più vicine al mare, che si presenta al naso con spunti più speziati, note di fico secco, frutta secca, note balsamiche, cacao, tabacco; ricorda un po’ i sentori percepiti all’ingresso della cantina. Al palato l’alcolicità è più smorzata, si sente il grado zuccherino, ma senza dare fastidio, buona la spalla acida e la sapidità, per una buona persistenza.

Un percorso a trecentosessanta gradi in una delle più iconiche aziende siciliane ed italiane, per apprezzare al meglio il mondo del Marsala, nella sua città natale.

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