Nell’azienda Ettore Germano assieme a Sergio, Maria ed Elia, Serralunga d’Alba (Cuneo)

Nell’azienda Ettore Germano in compagnia di Sergio Germano, delle nuove generazioni Maria ed Elia e del cane Alfa

10 Aprile 2024

La pioggia non cessa tra le colline del Barolo, ma noi ci rifugiamo nella cantina Ettore Germano, dove ad accoglierci c’è la quarta generazione, Sergio Germano (conosciuto pochi mesi prima all’evento degli Svitati), oltre ai figli MariaElia e il cane Alfa.

All’interno della sala degustazioni, ricavata al primo piano della struttura, cominciamo a ripercorrere la storia dell’azienda che porta il nome di papà Ettore Germano. Il tutto è iniziato dai tre ettari e mezzo di vigneti di proprietà, a corpo, con cui veniva prodotta uva, per lo più Dolcetto, da vendere ad altri contadini che si producevano il vino in casa. Il Dolcetto di qualità permetteva di monetizzare in maniera immediata, dato che il Nebbiolo era ancora un’uva per pochi.
Nel corso degli anni, Ettore ha iniziato a trasformare quelle uve in vino, sia per consumo personale, sia per offrire ai clienti un prodotto già pronto, venduto direttamente in botte o in damigiana, anche se mamma Rosanna, spingeva per la produzione di vino in bottiglia.

Il vero cambio di marcia è stato innescato dal figlio Sergio, che ricorda quando da bambino si divertiva a giocare spensierato in vigna e in cantina. Non solo la passione per questi due ambienti, ma anche quella per i mezzi agricoli e i trattori nello specifico, senza mai scordare l’arrivo del primo acquistato da papà, quando aveva undici anni. Il suo ruolo è sempre stato attivo in azienda, occupandosi anche di nutrire i circa duecento conigli, che un tempo formavano un allevamento, parallelo all’attività vitivinicola. L’unico suo neo è che da giovane non sopportava l’odore del vino, né all’interno delle aree di vinificazione e nemmeno nel bicchiere. Un giorno papà Ettore gli portò una bottiglia d’acqua chiusa con un tappo del vino e Sergio non riuscì nemmeno ad avvicinarsi.

Un periodo che si è concluso iniziando la scuola di enologia, dove ha ottenuto il diploma nel 1985, cominciando così ad assaggiare il vino, curioso delle varie tipologie, dei metodi di vinificazione, ma affascinato più dalla vigna e dalla campagna.
Per circa sei anni è stato impegnato in due altre aziende vitivinicole, per fare esperienza sulla trasformazione delle uve e sulle tecniche di gestione di vigna e cantina, pur supportando l’azienda di famiglia, introducendo anche novità e progetti diversi. Uno di questi è stata la prima vigna di Chardonnay, piantata nel 1985 e una decina di anni più tardi, dopo aver girato l’Europa vinicola, trecento piante di Riesling.

A fine anni ’80 la famiglia ha avuto la lungimiranza di comprare nuovi ettari, passando così ad una decina di ettari a Serralunga, volendo investire sulla produzione del Barolo. Il 1987 è stata la prima annata in cui si è prodotto questo vino, saltando il 1988 a causa del servizio militare, e riprendendo nel 1989, anno in cui si sono prodotte milleduecento bottiglie, non interrompendone più la vinificazione, grazie anche al consolidamento di questo vino sia nel panorama italiano, ma anche in quello mondiale. Nel 1993 si è interrotta definitivamente la vendita delle uve di Nebbiolo, vinificandole totalmente in azienda e si è convertita quella che era la produzione del Dolcetto originaria, in altre uve, fino a non trovarlo più nella gamma delle etichette.

Oggi l’azienda conta un totale di ventidue ettari vitati, possedendo vigneti in quattro diversi Cru, quali: CerrettaPrapòLazzaritoVigna Rionda, che permettono a Sergio di produrre cinque etichette di Barolo, se sommiamo anche le uve delle vigne giovani che originano il Barolo del comune di Serralunga d’Alba.
Non solo vini rossi, ma negli anni la passione per i bianchi e per gli spumanti ha spinto talmente tanto che si è investito anche in queste due strade. Il tutto è cominciato nel 1996 quando un cliente svizzero, che possedeva circa un ettaro di vigna ad uso hobbistico a Cigliè, ha chiesto a Sergio un aiuto nel portare a termine la fermentazione alcolica di quelle uve che non arrivavano a trasformazione. Quell’anno la massa è stata trasferita in cantina Ettore Germano, producendo un ottimo Dolcetto. Nel 1997, l’annata più calda che ricorda il produttore, le uve sono state portate direttamente a vinificare in cantina, producendo un altro vino decisamente interessante, frutto di uve fresche ed equilibrate, in controtendenza al meteo.
Così, Sergio ha proposto all’ormai amico di espiantare tutto il Dolcetto e piantare vitigni a bacca bianca in quei terreni ben esposti, ad un’altitudine di cinquecento/seicento metri sul livello del mare. Lo svizzero non si tirò indietro e, l’anno successivo, si piantarono un ettaro di Chardonnay e uno di Riesling. Poco dopo, anche al fine di giustificare gli spostamenti e impostare un’adeguata attrezzatura in quelle terre non troppo vicine alla cantina, si piantarono Pinot Nero e ulteriore Chardonnay, così da produrre, nel 2003, la prima bollicina Alta Langa. Oggi si è arrivati a circa dodici ettari che, oltre alle tre internazionali, ospitano le uve di Nascetta e una parte di Nebbiolo atto a base per lo spumante rosè.

Le aree vitate dell’azienda Ettore Germano si estendono quindi in due macro-zone: le Langhe, nella parte di più antica conformazione ad est, dove troviamo marna, argilla, calcare, con pochissima sabbia fine e pietre quasi inesistenti; in Alta Langa, dove le pietre e i grandi macigni non mancano, con terreni ricchi di arenarie, meno calcare e leggermente più sabbiosi.

Piccola parentesi sulla conduzione del vigneto, che rispetta i canoni della lotta integrata Certificata SQNPI con grande attenzione all’ambiente.

Le etichette, tra Langa ed Alta Langa, sono diventate più di dieci, contando cinque BaroloNebbiolo (affinato esclusivamente in acciaio e chiuso da tappo a vite), Barbera d’Alba Superiore (non producendo più il Barbera, poiché le giovani vigne hanno ormai più di vent’anni e quindi sono idonee a produrre vino da invecchiamento); quattro spumanti Metodo Classico (anche se ne uscirà un quinto); RieslingNascetta; senza contare tutte le varie sperimentazioni e micro-vinificazioni. Per quanto riguarda le bolle troviamo una “base” di trenta mesi con uve di 75% Pinot Nero e 25% Chardonnay, per poi passare alle riserve, rispettivamente a base di Chardonnay e Pinot Nero, che affinano sessanta e sessantacinque mesi sui lieviti; oltre ad un Rosè de Saignée, anche questo affinato sessanta mesi, in grotta.

Non solo sperimentazioni in vigna, ma anche in cantina, e più nello specifico nella chiusura delle bottiglie. Nel 2012 è stata emanata una normativa che limitava la chiusura del Barolo a “chiusure tradizionali”, decaduta l’anno successivo con una deregolazione nazionale, che specificava che “si può utilizzare qualunque chiusura, salvo che i tutori delle singole denominazioni prendano misure più restrittive”. Misure restrittive che non sono state recepite  dai consorzi di Barolo Barbaresco.
Tralasciata la burocrazia, Sergio, da circa quindici anni sta sperimentando la chiusura con tappo a vite sul Barolo, puntando a capire l’evoluzione di questo vino e il suo comportamento evolutivo, con un tappo che non è quello in sughero.
Non mi interessa uscire con il tappo a vite per primo (alle feste non si arriva mai per primi e non si va mai via per ultimi, ma se fossimo almeno in dieci a fare gruppo sarebbe una cosa positiva”.

Dando uno sguardo alla cantina, dove avvengono tutti i processi, dalla trasformazione all’imbottigliamento, si possono notare le varie tappe della sua costruzione, cominciata nel 1984, con il suo primo rudimento, basato sulle ceneri del garage dell’abitazione di famiglia. Con l’insediamento di Sergio come titolare, nel 1996, si è edificato un primo ampliamento, seguito nel 2002 da un secondo e l’aggiunta di un altro spazio nel 2008.
Nel 2014 si sono unificati e restaurati tutti gli ambienti, creando anche un grande salone per le degustazioni, con terrazza panoramica sulle vigne. Oggi si possono notare gli inizi dei lavori per un ulteriore ampliamento, grazie agli scavi per ottenere un’altra area dedicata a magazzino.

Parlando di vinificazioni Sergio si definisce “classico”, con l’accezione di voler esprimere i vitigni, nel loro carattere, sensibilità e facendo emergere il terroir dove sono posizionati. Al fine di ottenere vini puliti, riducendo al minimo i margini di errore, si è scelto di innescare tutte le fermentazioni con lieviti neutri selezionati. Per quanto riguarda le bollicine si segue un protocollo champagnistico, con uve pressate delicatamente e fatte fermentare nel solo mosto fiore. Notando alcune anfore si può scoprire che sono dedicate alla Nascetta, che macera tra i dieci e i quindici giorni sulle bucce.

Per quanto riguarda i Barolo, viene effettuata una diraspatura su quasi tutte le uve, mantenute a contatto in acciaio tra i quaranta e sessanta giorni, con rimontaggi quotidiani e senza follature. Le temperature vengono controllate e talvolta viene svolta anche la malolattica in questa fase. Il Cru Cerretta per un 25% non viene diraspato (dal 2017), il 50% della massa affina in tonneau da settecento litri non tostati, mentre la restante parte in botti da venticinque e trenta ettolitri. Le uve provenienti da Vigna Rionda sono vinificate intere e affinano in botti da ventritrè/venticinque ettolitri. Nel caso del Prapò e del Lazzarito si vinifica tutto diraspato e l’affinamento è rispettivamente in botti da venti/trenta ettolitri per il primo e quaranta ettolitri per il secondo. Affinamenti che per tutti i Barolo sono di media di circa ventiquattro mesi.

A fianco di papà Sergio e mamma Elena, oggi sono entrati in azienda anche i figli Maria ed Elia con due ruoli complementari. Maria ha cominciato ad appassionarsi a questo mestiere ufficialmente a sedici anni, aiutando da sempre nei lavori di vigna e cantina. Dopo gli studi in Viticoltura ed Enologia, tra Torino e Alba, ha lavorato principalmente cantina, ma si è anche spostata tra Borgogna, Australia e Valtellina per sperimentare nuove realtà e portare know how nell’azienda. Il fratello Elia, che ha studiato alla scuola enologica alle superiori, laureandosi successivamente in economia, si occupa più delle pubbliche relazioni ma, vista la passione per i motori, è presente anche in vigna e sui vari mezzi agricoli utili a gestirla.

L’azienda Ettore Germano produce ad oggi circa centosessanta/centosettanta mila bottiglie per anno, che aumenteranno leggermente, con l’aggiunta di due nuovi ettari in Alta Langa.

Per assaggiare alcune delle referenze prodotte, ci accomodiamo nella sala degustazioni al piano superiore, partendo proprio da una bollicina Alta Langa Pas Dosè, 100% Pinot Nero, con uve della vendemmia 2016 e un affinamento di sessantacinque mesi sui lieviti, giunta al suo terzo anno di produzione. Il 40% della sua base è stata fermentata e affinata in legno di tonneau da cinquecento litri, mentre la restante parte in acciaio. Al naso si presenta timido, esprimendo note di piccoli frutti rossi, un leggero spunto di petalo di rosa bianca, un tocco di erbe aromatiche e un leggero sottofondo di lievito. È al palato che questo vino tira fuori il suo carattere, con un ingresso verticale, dritto e preciso, una bollicina fine e pungente, buona spalla acida, sapidità, mineralità e persistenza.

Un passaggio in bianco con il Riesling Renano 2022, vinificato ed affinato in solo acciaio, per un vino ancora fresco con una buona frutta a polpa, pesca bianca, leggero spunto di idrocarburo, note erbacee e di erbe aromatiche. Al palato una buona freschezza, spalla acida, buona mineralità e sapidità, con una buona beva e discreta persistenza.

Concludiamo con l’assaggio di due Cru di BaroloPrapò 2018, proveniente da un terreno leggermente sabbioso, il quale si esprime con note di frutta rossa, spezie dolci, sottofondo balsamico e mentolato, per un palato elegante, dalla buona acidità, freschezza, tannino gentile e discreta persistenza.
Passiamo al Cerretta 2018, dove nel substrato troviamo principalmente marna e calcare, leggermente più chiuso al naso, con note di frutta matura, sottobosco, spunto terroso, di tabacco dolce e più muscoloso del precedente. Presenta un maggiore corpo, tannino più ricco, più struttura e persistenza. L’ultimo assaggio è di Lazzarito Riserva 2017, da terreni marnosi e con una quantità più elevata di sabbia. Al naso emergono note di frutti rossi che lasciano spazio ad un tocco ematico, più ferroso, tende alla macchia mediterranea, con note di menta, timo, ma anche un tocco di cioccolato. In bocca entra con una buona freschezza e beva, le note di timo tornano al palato, con un buon corpo, ma verticale, un tannino presente ma non fastidioso e un’ottima persistenza.

Un saluto alla famiglia Ettore Germano e al simpatico cane Alfa, che ci ha accompagnati in questa avvenuta. Per Sergio maglietta numero 327!

 

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