Prima tappa delle Isole Eolie nell’azienda di Francesco Fenech, tra le colline di Malfa, uno dei tre comuni di Salina
07 Giugno 2024
Dopo aver preso il traghetto da Milazzo per raggiungere l’Isola di Salina e aver noleggiato uno scooter rigorosamente elettrico, la prima tappa di questa avventura non può che essere in una cantina, facendo ricadere la scelta nella scoperta dell’azienda Francesco Fenech.
Incontrato più volte alle manifestazioni dei Vignaioli Indipendenti FiVi, Francesco ci ha accolto nell’area esterna della sua realtà, con una vista pazzesca sul mare eoliano.
Coccolati dalla brezza e deliziati dal panorama, cominciamo ad esplorare la storia dei Fenech, partendo proprio dalle loro origini. La famiglia di Francesco si è trasferita da Malta a Lipari intorno al 1750, come testimonia la registrazione del matrimonio di Francesco Fenech (bisnonno del “nostro” Francesco, nato a Malta) con la liparese Angela la Greca, nel 1753.
I Fenech si occupavano di trasporti di mercanzie tramite velieri e lasciarono le terre d’origine per scappare dal colera.
Dal matrimonio sono nati tre figli di cui uno è diventato famoso per la strada ecclesiastica, Padre Felice Fenech, studiando con Antonio Rosmini e diventando prima frate cappuccino ed in seguito Padre provinciale dell’Ordine dei Cappuccini di tutto il Meridione, sotto il dominio borbonico. Il suo destino non è stato dei migliori, a causa di gelosie interne, riportato a Lipari in fin di vita dopo un avvelenamento
Il ramo da cui discende Francesco Fenech è quello del fratello di Padre Felice, Francesco, il quale si stabilì a Rinella, lavorando come maestro bottaio e maestro d’ascia, costruendo anche imbarcazioni. Oltre a riparare le botti faceva anche il vino, dando così vita alla prima generazione di vignaioli della famiglia Fenech, ovviamente con un concetto totalmente diverso da quello che vediamo oggi. A causa della fillossera (arrivata anche nelle isole siciliane per mezzo delle canne di legno utilizzate a sostegno di vigneti e ortaggi), alla fine del diciannovesimo secolo Francesco emigrò oltre oceano, a Boston, dove aprì un “fruit-shop”. Dopo aver perso quasi tutto ed essersi rialzato creando un business che gli fruttava diversi soldi, ha deciso di tornare nelle sue terre natie, a Salina, affidando il negozio ad un cugino. Il cugino non era così affidabile, poiché causò il fallimento dell’attività. Indebitandosi anche con la mafia, che quasi lo uccise a colpi di pistola.
Francesco, avendo saputo della notizia tramite un telegramma, voleva raggiungere immediatamente Boston, ma, a causa del maltempo, non è riuscito a recarsi in tempo al porto di Napoli. Pochi giorni dopo scoprì che, proprio per la tempesta che non gli fece raggiungere Napoli, la nave su cui si sarebbe dovuto imbarcare affondò a Gibilterra. Una fortuna nella sfortuna, che fu però l’inizio più concreto dell’attività vitivinicola di Francesco e, in seguito, del figlio Antonio.
Anche Antonio ha avuto una storia parecchio travagliata, rischiando di essere mandato in Russia a combattere la seconda guerra mondiale, ma fu “salvato” dalla tubercolosi e rimpatriato verso l’Italia in nave. Nave che fu silurata a prua, ma Antonio, trovandosi a poppa ha avuto salva la vita, recuperato in mare dalla croce rossa e portato nei sotterranei di un sanatorio, evitando così i bombardamenti e tornando in patria dopo due anni, al fianco del padre, tra le campagne di Salina.
Entrambe le generazioni hanno puntato sulla produzione della Malvasia, varietà che è giunta in Italia (oggi contiamo quarantadue diverse Malvasie) da Creta, grazie alla Serenissima Repubblica, propagandosi poi in Sardegna, nelle Isole Baleari, in Portogallo, nelle Canarie, trovando il suo ecosistema ideale anche nelle Isole Eolie, dove oggi si produce la Malvasia delle Lipari. Piccola precisazione: un tempo le Isole Eolie erano nominate Isole Eolie o Lipari, per tale motivo troviamo il nome Malvasia delle Lipari, pur essendo a Salina; l’isola che dagli inizi a del 1900 ha avuto la sua indipendenza da Lipari. Sei isole sono sotto il comune di Lipari, mentre Salina presenta al suo interno tre diversi comuni.
Parlando di Malvasia si era proposto anche di chiamare questa varietà “di Salina”, essendo quest’isola la più vocata per la produzione di tale uva.
Papà Antonio ha avuto un ruolo cruciale nella produzione di Malvasia, essendo stato uno dei primi a credere in questa varietà, promuovendola sia all’interno dell’isola, ma spingendosi a farla conoscere alle degustazioni e alle fiere di settore. Si può dire che è stato uno dei capostipiti dell’affermazione dei vini delle Eolie, dando vita alla promozione di questi territori in ambito enologico.
Non solo Malvasia, ma anche Corinto Nero, un’altra varietà ereditata dalla Grecia, ritrovata nei phitos greci di alcune navi affondate a largo delle coste siciliane. Un’uva a bacca rossa, molto piccola, aromatica, delicata, acinellata e apirogena (priva di vinaccioli). Questa è riuscita a salvarsi dalla fillossera, utilizzata un tempo anche come uva da tavola o uva sultanina, oggi allevata a piede franco e utilizzata sia per la produzione di vini rossi sia nell’uvaggio della Malvasia delle Lipari passita.
Tornando a parlare dell’azienda di Francesco Fenech, oggi troviamo sette ettari vitati nel comune di Malfa, che si estendono in quarantadue appezzamenti tra Capofaro e Malfa stessa. I terreni in cui sorgono le vigne sono tutti vulcanici, dove si possono alternare terre più scure e rocciose e substrati più sabbiosi, anche di conformazione effusiva più chiara. La conduzione è biologica certificata, proteggendo la vigna con solo zolfo e bassi quantitativi di rame.
Per quanto riguarda la cantina, troviamo uno spazio limitato alla produzione delle circa venticinquemila/trentamila bottiglie per anno, con vasche in acciaio, alcune più recenti, altre risalenti all’inizio dell’attività di Francesco.
Un tempo qui sorgeva il vecchio palmento, ristrutturato e ripristinato per creare un ambiente di lavorazione sfruttabile in ogni suo centimetro.
In questi spazi sono presenti anche alcune botti in legno per l’affinamento di un vino ottenuto con metodo Solera, la linea di imbottigliamento ed etichettatura e lo stoccaggio delle bottiglie. All’ingresso della cantina si possono notare i diversi premi vinti dall’azienda, oltre a qualche quadro raffigurante i personaggi che si sono recati ad incontrare Francesco, tra cui Luca Zaia o Vittorio Sgarbi.
Affascinante notare anche il baule con cui nonno Francesco è partito in cerca di fortuna per l’America.
I processi di vinificazione sono essenziali, la raccolta dell’uva è rigorosamente manuale in cassetta, viene fermentata in maniera naturale in acciaio e gli affinamenti sono negli stessi vasi vinari. L’utilizzo della solforosa è molto limitato, con circa trenta milligrammi di aggiunta durante le varie fasi di lavorazione.
Le etichette prodotte da Francesco Fenech sono cinque: il “Maddalena” Malvasia Secco, che prende il nome dalla figlia Maddalena, ricoprendo circa la metà della produzione aziendale, anche se nel 2023, causa peronospora sono state prodotte sole tremilaseicento bottiglie. Una pessima annata che sottolinea la mentalità di Francesco Fenech, il quale vuole mantenere la sua identità produttiva, senza acquistare uve da terzi per rispettare numeri dettati dal mercato e dalla commercializzazione del vino.
“Non voglio farmi polverizzare dal sistema”.
Un secondo bianco, che non viene prodotto ogni anno è il “Perciato” Bianco Terre Siciliane IGT, a base di Inzolia; mentre il suo corrispondente in Rosso è il “Perciato” Rosso, Terre Siciliane IGT, con uve Perricone, affinato in solo acciaio. “Perciato” è un chiaro riferimento allo scoglio bucato, presente su una costa dell’isola, diventato famoso grazie al film “Il Postino”. Queste due bottiglie portano in etichetta un disegno prodotto da un amico di Francesco, conosciuto ad una manifestazione. Non avendo le mani il disegno era stato rappresentato con i piedi e, in cambio dell’opera, non è stato richiesto un compenso economico, ma il produttore gli donò una nuova sedia a rotelle. Purtroppo questa persona è mancata qualche anno fa e ancora si fa notare l’emozione del suo ricordo negli occhi e nella voce spezzata di Francesco.
Passiamo alla Malvasia della Lipari, il DOC Passito a base di 95% Malvasia delle Lipari e 5% di Corinto Nero, con uve che vengono raccolte molto mature, per poi essere lasciate appassire dieci/dodici giorni, una parte al sole sui “cannizzi” e la restante in fruttaia con le apposite ventole, per poi essere vinificate in acciaio.
Infine troviamo il “Disiato”, dal nome latino “Desiderato”, un vino ottenuto da uve 100% Corinto Nero appassite al sole (due giorni di appassimento di cento chili d’uva fanno ottenere un litro di vino), fatte macerare per alcuni giorni con frequenti follature, fermentate in botti di ciliegio, per poi assemblare le varie annate, con la tecnica del metodo Solera, dopo un affinamento di circa otto/nove anni. La produzione di questo vino (in circa seicento bottiglie per anno, quando lo si produce) ha tratto ispirazione da un vino prodotto da papà Antonio, il quale vinificava il Corinto Nero appassito, con uve che venivano lasciate in sacchi di juta per poi gocciolare in damigiane di vetro, fatte riposare sul solaio dell’abitazione (lo stesso solaio da cui è caduto Antonio, rompendosi la schiena). Il ricordo va a quando Attilio Scienza e Giacomo Tachis si recarono in azienda per acquistare quelle damigiane vecchie di trenta/cinquant’anni pagando Francesco anticipatamente. Non si sanno bene le sorti di quel vino così speciale, ma di certo è stato portato anche ad Andrea Camilleri, che ne ha elogiato le sue qualità.
Non solo vino per Francesco Fenech, ma anche Grappa ottenuta dalle vinacce della Malvasia delle Lipari Passita, distillate in Franciacorta, Vermouth, Gin e Limoncello ottenuto dall’infusione delle bucce di limone, pressate, centrifugate e poi distillate (una tecnica affinata in circa dieci anni di studio).
Da sottolineare il simbolo scelto per rappresentare l’azienda Fenech, ovvero la chiesetta che sorge a Malfa in contrada S. Pietro, dove Padre Felice Fenech celebrava la messa, circondata da vigneti ed ulivi centenari.
Dopo aver toccato con mano i vari ambienti dell’azienda, è il momento di assaggiare i vini, nel pieno del relax della terrazza panoramica sul mare. Il punto di partenza della degustazione è la Malvasia secca dedicata alla figlia Maddalena, annata 2023. Un vino che al naso esprime sentori di pesca gialla, mango, note tropicali, litchi, che si spingono al lampone, con il mio personale ricordo che va alla crostata di lamponi della mamma, ma anche note salmastre, di macchia mediterranea, origano e cappero. In bocca un’ottima sapidità, freschezza, buona acidità, ma anche un buon corpo, di beva e con una buona persistenza.
L’ospitalità di Francesco ti fa sentire come a casa e, oltre ai calici, la tavola viene imbandita in pochi minuti con olive, grissini di sesamo, crostini con i patè preparati dal figlio Lorenzo e la tipica insalata eoliana, con patate, pomodori, capperi e cipolla.
Il secondo vino assaggiato è il “Perciato” Rosso, 2022, a base di uve Perricone. Un vino affinato in solo acciaio che esprime freschezza fin dal suo profumo di lampone, frutti di bosco, rosa rossa, una leggera violetta, sottofondo speziato e di ginepro. Al palato entra con la stessa freschezza percepita al naso, con una buona beva, discreta acidità e sapidità, tannino quasi inesistente e moderata persistenza.
Piccola curiosità: alzando lo sguardo si può notare una vecchia “prisa”, un grosso legno che un tempo serviva per azionare la vite senza fine che consentiva la pressatura delle uve, facendo poi scendere lungo le vasche dei palmenti il succo che si otteneva.
Tra un verso dell’Eneide, qualche aneddoto e chiacchiera, assaggiamo la Malvasia delle Lipari DOC Passito 2022 che regala profumi di frutta ben matura, nespole, gocce d’oro, ma anche pesca, miele di acacia, note di frutta secca, fieno, caramello e pasticceria per un palato ben equilibrato, buona spalla acida che sostiene i suoi centodieci grammi di zucchero per litro, buona mineralità e sapidità e buona persistenza.
Concludiamo con il “Disiato” 2016, giunto in bottiglia dopo il suo lungo processo di maturazione in stile ossidativo e nessuna filtrazione. Al naso si esprime con sentori di frutta sotto spirito, note di tabacco, prugna, fiori secchi, carruba, un tocco ematico e sottobosco. Anche in questo caso ci troviamo davanti ad un vino equilibrato, con una buona acidità, tannino che si fa sentire, discreta sapidità e mineralità e ottima persistenza.
Un ringraziamento speciale a Francesco Fenech per averci regalato un’avventura a tutto tondo nella sua realtà, in attesa di incontrarci nuovamente in occasione di qualche fiera.


