Moreno Ferlat e Federica Tabacchi una realtà condotta dalle nuove generazioni, che hanno rinnovato lo stile dei vini, le etichette e il lavoro in campagna
11 Marzo 2023
Nelle amate zone friulane di Cormons, in una giornata dai profumi primaverili, incontro Moreno Ferlat, terza generazione dell’azienda, dopo nonno Mario e papà Silvano, che prende il nome dal cognome di famiglia Ferlat. Assieme alla socia Federica Tabacchi, dal 2017 conduce questa storica realtà famigliare che ha da sempre prodotto vino sfuso, fino al 2000.
L’anno zero del nuovo millennio è stato il primo anno in cui si è deciso di affiancare la produzione dello sfuso con la produzione delle bottiglie, cresciute dalle ventimila del 2017 alle circa quarantacinquemila di oggi. Un percorso a varie tappe quello di Moreno, che ha alternato per diversi anni il lavoro nella cantina di famiglia a quello di secondo enologo di una blasonata e famosa azienda friulana.
Oggi Ferlat conta sette ettari e mezzo di vigna di cui cinquemila metri sono in zona Collio, mentre la maggior parte sono nell’area dell’Isonzo. Nel Collio il substrato è formato da ponca, mentre gli appezzamenti in zona Isonzo sono caratterizzati da un terreno carsico, in particolare a Medea si trova quello che viene definito un panettone carsico, composto da roccia e argille rosse.
La conduzione dei vigneti è da sempre stata per il rispetto dei parametri del biologico, con certificazione ottenuta nel 2014, integrata da alcune pratiche biodinamiche, i cui benefici possano essere dimostrati scientificamente. Per esempio si utilizzando estratti di arancio, si effettua un sovescio parziale, dove necessario, a base auto-seminativi che non richiedono di smuovere il terreno. L’idea di base è quella di toccare il meno possibile il sottosuolo, cercando di capire di cosa questo necessita per il suo equilibrio ed eventualmente aiutarlo con qualche pratica.
Parlando di cantina, questa è stata ampliata due anni fa, ricavando uno spazio più grande e gestibile per la trasformazione delle uve, così da ottimizzare e ridurre i tempi di lavoro.
All’interno della struttura troviamo vecchie vasche di cemento degli anni ’60 e ‘70, restaurate, vetrificate con la possibilità di controllare la temperatura, oltre a contenitori in acciaio. Di norma le fermentazioni, avviate con un pied de cuve a base di Pinot Grigio, avvengono in cemento, per poi svinare la massa che viene inserita in acciaio o in legno a seconda del vino che si vuole produrre.
Il processo di fermentazione viene avviato nel più breve tempo possibile, così da evitare tempi di latenza, preservare gli aromi naturali, evitando l’utilizzo di solforosa e potenziali ossidazioni.
Tutti i vini rossi affinano in legno, barrique e tonneau usate, mentre i bianchi in acciaio, ad eccezione di due che riposano anch’essi in legno. Le etichette Ferlat sono più di una decina e troviamo: Ribolla Gialla, Pinot Grigio (ramato), Sauvignon, Friulano, Verduzzo (secco), Moscato Giallo secco (“Vin del Paron”), Collio Bianco (a base di Pinot Bianco), “No Land Vineyard” Bianco (uno dei due bianchi che affina in legno, a base di Friulano, Ribolla Gialla e Chardonnay di un’unica vigna e vinificate assieme), “Grame” (Malvasia che riposa in legno), “No Land Vineyard” Rosso, un Cabernet Franc e “Sessanta”, il Cabernet Franc, con uve di una vigna di sessant’anni.
Per assaggiare alcune delle etichette prodotte da Moreno e Federica scendiamo una rampa sotto l’abitazione di famiglia, che ci porta nella barricaia e sala degustazioni. Punto di partenza la Ribolla Gialla 2022, con uve che restano a contatto per circa un giorno e mezzo, seguendo la vecchia tecnica dell’alzata di cappello. Al naso emergono sentori di pesca gialla, spunti tropicali, bergamotto, tiglio, stecco di vaniglia, ma anche note di pasticceria per un palato dalla buona freschezza, buona spalla acida, abbastanza minerale e discreto in persistenza.
Passando al Friulano 2021, anch’esso vinificato con un veloce contatto sulle bucce, si notano sentori più erbacei e di erbe aromatiche, tra cui salvia, rosmarino, pepe bianco e note amandorlate, per un palato più “tondo”, con meno acidità, più sapidità e maggior persistenza.
È il momento di “No Land Vineyard” 2020, vino bianco con uve Friulano, Ribolla Gialla e Chardonnay di un unico impianto del 1967, che non è di proprietà dell’azienda, da qui il nome “senza terra”. La macerazione in questo caso è di quattro settimane e l’affinamento è di circa un anno in tonneau usati, per un vino dai sentori di frutta matura, cedro, spezie, noce moscata, pepe bianco, con un sottofondo di tè verde. In bocca è fresco, con una buona spalla acida, minerale e sapido, con un buon contrasto di sentori, che però si equilibrano tra loro.
Il secondo bianco ad affinare in legno, barrique nello specifico, per un anno, è il “Grame”, Malvasia 2021, che prende il nome dal toponimo del vigneto, ricco di gramigna (erba infestante riportata in etichetta sia graficamente sia con le scritte in italiano, latino e friulano). Un vino dai sentori di frutta matura, albicocca, spezie, pepe bianco, ginepro e un sottofondo balsamico, di eucalipto e pino mugo, per un sorso fresco, con buona acidità, mineralità e lunghezza al palato.
La macerazione, breve o lunga che sia, è un segno distintivo dell’azienda Ferlat, riprendendo quello che un tempo era il processo di vinificazione di nonno Mario, che non aveva a disposizione alcuna pressa, ma solo un torchio. Dal 2008/2009 a vari step si è cominciata nuovamente ad utilizzare questa tecnica, per riprendere la tradizione e per dare una sorta di marcia in più ai vini, senza esasperare il contatto, ma con la volontà di estrarre i sentori che regalano le uve con cui sono fatti.
Un focus sulle etichette, le quali negli anni hanno cambiato più volte aspetto e disegno, principalmente sulla linea dei monovarietali, che prima portavano un vestito nero e giallo e si facevano sicuramente notare, nel bene o nel male. Oggi anche queste, come quelle dei vini più importanti, hanno un’immagine più emblematica e colorata, con il disegno di uno dei tre gelsi presenti nel giardino esterno, di fronte alla cantina.
Una conclusione in rosso, con il “Sessanta” 2018, Cabernet Franc prodotto con uve di un vigneto degli anni sessanta che vengono diradate e successivamente vendemmiate, per concentrare gusto e sentori principali. L’affinamento spazia tra tonneau e barrique, per poi riposare almeno due anni prima della commercializzazione. Al naso ricorda un particolare peperoncino, quasi torbato, sentori di torrefazione, caffè da moka, liquirizia, pepe nero, grafite, leggero sottobosco e note balsamiche. In bocca è comunque fresco, con una buona mineralità, discreta sapidità, un tannino setoso e lunga persistenza.
L’azienda Ferlat ha ancora un margine di crescita e l’idea è quella di arrivare ad una produzione per anno di circa sessantamila bottiglie, ma intanto un ringraziamento a Moreno che merita la maglia 232.


