Ferruccio Carlotto, in compagnia di Michela e papà Ferruccio per approfondire una piccola realtà famigliare produttrice di Schiava, Pinot Nero e Lagrein
30 Novembre 2024
Primo pomeriggio in località Ora, per scoprire l’azienda famigliare Ferruccio Carlotto, in compagnia di Michela e di papà Ferruccio, da cui prende il nome questa realtà.
Riparati dal fresco autunnale che imperversa sull’Alto Adige, all’interno della piccola sala degustazioni, ripercorriamo la storia della famiglia Carlotto, che trova le sue origini in Veneto e, fino al 1990, ha lavorato le terre del vicino Maso Schlosshof a Mazzon, come mezzadri. È stato nonno Umberto che nel 1970 ha comprato la casa ad Ora, dove vive attualmente la famiglia, con alcune campagne circostanti, dove era già presente o è stata piantata ex novo la vigna, per la produzione di vino ad uso domestico e il conferimento delle uve.
La prima vinificazione per provare ad imbottigliare il risultato dell’allevamento dei propri vigneti è avvenuta nel 2000, grazie a papà Ferruccio, che ha prodotto la sua prima barrique.
Una scintilla che ha dato inizio alla creazione di una realtà vitivinicola a tutti gli effetti, con la costruzione della cantina nel 2005, ampliata, successivamente nel 2019.
Nel corso degli anni si è unica al progetto anche Michela, che ha studiato all’istituto agrario di San Michele, per poi laurearsi alla facoltà di viticoltura ed enologia a Trento ed entrare fisiologicamente in azienda.
“Sono nata in un’azienda di artigiani contadini, così si nasce e così si resta per tutta la vita”.
Oggi troviamo una realtà famigliare composta da circa sei ettari vitati, di cui quattro sono in affitto nella zona di Mazzon, da una famiglia austriaca e gli altri due nel comune di Ora. Nella prima area troviamo principalmente il Pinot Nero che affonda le sue radici su un terreno di origine glaciale, molto variegato, calcareo, con almeno un 15% di argilla, i quali nascondono il calcare. Ad Ora, invece, è allevato principalmente il Lagrein, oltre a duemila metri di Schiava, che sorgono in un terreno di origine alluvionale, molto sciolto e drenante, che consente alle radici delle piante di trovare un ambiente abbastanza caldo e mite anche nei mesi autunnali, permettendo così una continuità nella maturazione e non la sua interruzione.
La conduzione dei vigneti avviene tutta in famiglia, nell’ottica di applicare una viticoltura integrata, basandosi sulle stagioni e sulle necessità che possono avere le piante. Se è necessario, soprattutto durante la fioritura non ci si impedisce di intervenire con prodotti sistemici, che si evitano assolutamente in prossimità della crescita, maturazione e raccolta dell’uva. Si utilizzano principalmente prodotti di copertura, come rame e zolfo, ma anche bicarbonato, chitosano o oli essenziali di arancio.
Viene fatta molta attenzione ad allevare alcune tipologie di varietà in territori dove possono esprimere al meglio le proprie caratteristiche, con lo scopo ultimo di ottenere vini tipici, di grande bevibilità e franchezza.
Dando uno sguardo alla cantina si possono toccare con mano i processi di produzione delle circa cinquantamila bottiglie prodotte di media per anno, divise in tre etichette: Schiava, Pinot Nero e Lagrein.
Le uve vengono diraspate e lavorate principalmente ad acino intero, fermentando con l’inoculo di lieviti a circa ventotto/ventinove gradi, in acciaio, nel caso della Schiava mentre in tini troncoconici per Pinot Nero e Lagrein.
Dopo la pressatura a un bar e le varie sedimentazioni, la Schiava affina in sole vasche di acciaio, mentre Pinot Nero e Lagrein in botti grandi per il 30%, mentre il resto in barrique di cui il 10% sono nuove.
Curiosità è che nel caso del Lagrein, varietà che tende ad estrarre molto tannino, le uve restano a contatto per un massimo di dieci giorni circa, durante i quali si effettuano due follature al giorno solo nei primi due/tre giorni, per poi passare ad un paio di rimontaggi quotidiani, così da ottenere tannini già delicati e non sforzare un’estrazione troppo rustica tipica del Lagrein.
Dopo aver approfondito i vari ambienti della cantina, ci dedichiamo agli assaggi, cominciando proprio dalla Schiava, una varietà in cui l’azienda Ferruccio Carlotto crede molto, definendola un vino di grande valore ed eleganza, investendo in un nuovo appezzamento vitato proprio piantando questa varietà, così da aumentare nei prossimi anni la produzione di bottiglie, che oggi si attesta sulle circa duemila per anno.
Annata 2023 che si presenta al naso con note molto delicate, di frutti rossi, tra cui fragola, melograno, ma anche un tocco di erba aromatica, di salvia, per un sorso che entra in bocca in punta di piedi, anche in questo caso caratterizzato da una buona delicatezza, beva, freschezza, con una discreta sapidità e mineralità, tannino estremamente fine e moderata persistenza.
Passiamo al Pinot Nero, che rappresenta la produzione principale dell’azienda in termini di numero di bottiglie, circa trentamila per anno. Assaggiamo un 2021 che ci regala note abbastanza esplosive di ciliegia, frutti rossi, rabarbaro, un leggero spunto erbaceo e un sottofondo vanigliato. In bocca entra succoso, con una buona acidità, dritto e di beva, un sorso fresco, ben bilanciato da una buona sapidità e discreta mineralità, tannino setoso e buona persistenza.
Abbiamo l’occasione anche di provare l’anteprima, non ancora in commercio, del Pinot Nero 2022, che si presenta ancora abbastanza verde al naso, regalando comunque note più intense di frutti rossi, ma anche una più importante speziatura. In bocca aumenta il corpo, facendo intuire un’annata più calda, pur mantenendo una buona beva e freschezza, oltre ad un tannino più marcato e maggiore persistenza. Sarà sicuramente da assaggiare dopo il giusto riposo in bottiglia.
Da questo confronto emerge sicuramente la mentalità dell’azienda Ferruccio Carlotto, che punta al rispetto e all’interpretazione di ogni annata in base a quanto ci regala la natura, senza essere interventisti e voler uniformare i prodotti che si ottengono.
Concludiamo con il Lagrein 2021, che presenta al naso note più note scure, di mora, inchiostro, mirtillo viola mammola, grafite, pur regalando un sorso fresco, sapido, di beva, con un buon corpo e un tannino già delicato, oltre ad una buona lunghezza.
Una curiosità sulle etichette Ferruccio Carlotto: sono pensate per rappresentare le origini della famiglia, rappresentando i merletti del castello dove è nato papà Ferruccio e la volta a semicerchio della casa dove si sono trasferiti negli anni ’70, sottolineando l’era più moderna e presente dei Carlotto.
Ringraziamo Michela e papà Ferruccio per averci aperto le porte della loro piccola ed iconica realtà, meritando la maglietta numero 378!


