Una mattinata in compagnia di Federica che, assieme al marito Lorenzo, rappresentano le due anime di Vignai da Duline
18 Dicembre 2024
Dopo qualche anno di conoscenza dell’azienda Vignai da Duline, riusciamo ad incastrare un incontro con Federica, una delle due anime di questa realtà friulana, fondata assieme al marito Lorenzo. Ci troviamo nel paese di Villanova del Judrio, frazione di San Giovanni al Natisone, all’interno della piccola sala degustazioni, riscaldata da una stufa a legna, viste le rigide temperature esterne.
A causa delle tempistiche ristrette, purtroppo, in questo frangente non siamo riusciti a partire da quello che viene definito lo “showroom aziendale”, ovvero in vigneti, ma questa mancanza sarà la scusa per tornare a scoprire anche questo lato fondamentale dell’azienda.
Immergendosi nella storia di Vignai da Duline troviamo una serie di incroci di situazioni, incontri, casualità, mentalità, filosofie che si sono messe in ordine nel corso degli anni per formare un contenitore di esperienze dei due protagonisti: Federica e Lorenzo. Lorenzo ha da sempre vissuto la vita di campagna, passando le estati con i nonni materni a Villanova, supportandoli sporadicamente nelle operazioni di vigna e cantina. Nonno Mario, già negli anni Settanta, portava avanti una piccola produzione di vino, che, contrariamente alla media dei produttori della zona, veniva messo in bottiglia e commercializzato.
I genitori di Lorenzo, come era tipico in quegli anni si trasferirono dalla campagna alla città, in questo caso di Udine e, durante gli anni ’90, il giovane iniziò a studiare medicina, portando avanti anche la passione per la musica, creando una sala prove proprio all’interno della cantina del nonno. Avendo perso prematuramente la nonna, Lorenzo decise di trasferirsi in campagna con il nonno, pur non avendo ancora l’idea di dedicarsi alla viticoltura; in una sorta di premessa inconsapevole a quella che poi è stata la fondazione di Vignai da Duline.
Nel frattempo, c’è stato anche l’incontro con Federica, con la quale condivideva un percorso molto simile, avendo frequentato molti degli stessi ambienti, accomunati dalle stesse idee politiche, ma anche di critica delle produzioni alimentari industriali e di un’alimentazione vegetariana. Federica nel corso degli anni si è laureata in Antropologia Culturale, portando avanti molte ricerche ed interviste principalmente in Carnia, ad anziani e persone del luogo, approfondendo sempre di più quello che era il concetto di identità territoriale e legame con la terra; un aspetto molto caro alle anime di questa azienda.
Visto l’avanzare dell’età del nonno, Lorenzo ha iniziato a supportarlo sempre di più nelle attività di gestione della vigna e nelle vinificazioni, imparando sul campo questa attività, visto il suo pregresso negli studi in agraria, legati maggiormente al settore alimentare e l’obiettivo di portare a termine medicina per poi dedicarsi alla paleopatologia ed omeopatia. A quei tempi nemmeno Federica aveva alcuna esperienza in viticoltura, occupandosi di insegnamento e definendosi “una pessima bevitrice di vino”.
Sicuramente il filo conduttore che ha dato vita a Vignai da Duline è stato l’entusiasmo e la voglia di valorizzare il territorio in cui si trovavano le radici di famiglia. Il punto di partenza, in termini viticoli, è stato il vigneto La Duline, a Villanova Del Judrio, che al suo interno aveva e ha ancora un patrimonio di vigne piantate all’inizio del 1900, il quale rischiava di andare perso. Piccola parentesi territoriale su Villanova: questa cittadina è una sorta di baluardo di resistenza agricola rispetto a quella che era l’economia predominante della zona. L’industria delle sedie rischiava di distruggere tutta la campagna circostante con i suoi capannoni ed insediamenti, ma Villanova ha sempre mantenuto la sua identità agricola, non finendo nel calderone industriale.
All’inizio di questa avventura si contavano i due ettari vitati della Duline, sperimentando anche l’attività orticola, oltre a seminativi di mais e frumento, con l’idea di un “ritorno alle origini non nostalgico”. La filosofia di base era quella di potersi esprimere attraverso la terra, ricordando le origini contadine di un tempo e volendo impegnarsi personalmente per la salvaguardia del proprio territorio, sicuramente trovando nel vino il mezzo più corretto per tale attività.
Nel 1999 è stata prodotta la prima bottiglia proposta sul mercato e da lì troviamo un’escalation di attività, come la sistemazione della cantina, la strutturazione della sala degustazioni “in un mix di incoscienza e caparbietà che ci ha portato fino a qui”. Fin dal principio non ci sono state idee imprenditoriali o business plan che hanno definito i passi della realizzazione dell’azienda, ma tali passi sono stati dettati da una sensibilità che voleva portare qualcosa in più del mero progetto economico e aziendale.
Il termine Vignai al plurale sottolinea che ci sono due anime al timone di questa realtà, le quali hanno rispettivamente abbandonato gli studi in medicina e un dottorato a venire (con non poco sgomento, stupore, perplessità e un pizzico di ostilità da parte delle famiglie di entrambi), per dedicarsi ad un progetto caratterizzato da una reale pulsione interiore, che voleva esprimersi attraverso il mondo vitivinicolo e riflettersi negli aspetti della vita in generale.
I Vignai, in una prima fase, si occupavano entrambi di tutte le attività, caratterizzandosi e specializzandosi maggiormente nel corso degli anni. Lorenzo è l’anima della vigna e dei vini, mentre Federica come anima commerciale, delle relazioni e delle degustazioni, senza mai avvalersi di consulenti esterni, ma sperimentando e studiando costantemente per creare la propria identità e potersi sempre migliorare.
“Ogni tanto sorrido, pensando a come siamo arrivati fino a qui”.
Oggi Vignai da Duline conta un totale di una decina di ettari tra proprietà e “affido”. Alla Duline sono presenti quattro ettari, raddoppiando la proprietà iniziale, avendo acquistato i due ettari che un tempo erano proprietà del prozio di Lorenzo, rimpiantando la vigna che era stata estirpata, per dedicare quelle terre a seminativi. In questa zona si può trovare un terreno pre carsico, caratterizzato principalmente da terre rosse, la vicinanza del Judrio e una fascia ricca di ciottoli. Da quando è stata ricomposta la zona della Duline, circa sette anni fa, l’azienda ha fatto uno studio paesaggistico che ha portato alla piantumazione di tredici gelsi (albero simbolo e logo dell’azienda), così da ricostruire quello che si può definire un Clos. Curiosità è che si sono, inoltre, ripristinate quelle che un tempo erano le più comuni viti maritate.
Nel 2001 c’è stato un incontro con la famiglia Pitotti Valori, proprietaria di Ronco Pitotti-Valori a Manzano, una delle prime aziende biologiche in Friuli. Questa famiglia ha voluto affidare le proprie vigne a Federica e Lorenzo, per poter portare avanti la loro tradizione vitivinicola, che altrimenti si sarebbe interrotta. Questi sei ettari, disposti ad anfiteatro, in un terrazzamento risalente al ‘500, erano in uno stato di semiabbandono e, anche in questo caso, è stato compiuto un restauro archeologico, partendo dalla rivitalizzazione del suolo e il ripristino di queste storiche vigne trascurate. In quest’area il substrato è caratterizzato da marna e arenaria (Flysch), la tipica ponca, che al Ronco Pitotti presenta una ricca fertilità, anche per la storicità di queste vigne, che non hanno mai subito particolari lavorazioni o sbancamenti.
Per approfondire la filosofia di conduzione della vigna ci vorrebbero alcune giornate intere, in buona parte raccontata nel libro di Simonetta Lorigliola: “È un vino paesaggio. Pratiche e teorie di un vignaiolo planetario in Friuli”. Ciò che è da sottolineare è che fin dal principio la mentalità della coppia si è riflettuta nell’approccio tra i vigneti, dal consumo di cibi vegetariani, all’attenzione per il biologico, alle cure omeopatiche, a quella che si può definire una non-convenzionalità di vita, che quasi trent’anni fa non era così comunque come ai giorni nostri, venendo talvolta identificati dai più come persone piuttosto strane o chiamate con l’appellativo di “Hippy”.
“Non si è mai pensato a come gestire la vigna, ma quella del biologico e dell’applicazione di una visione steineriana era l’unica strada”.
Si sono integrate anche le teorie e le pratiche di Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese pioniere dell’agricoltura naturale, per portare un approccio olistico in terra friulana, senza denigrare la tradizione, ma piuttosto integrandola, anche in questo caso dimostrandosi dei precursori di tante tematiche che oggi sono molto più comuni.
Il tutto parte da uno studio accurato del terreno, “Lorenzo guarda sempre per terra e mai le viti, poiché dal suolo può già immaginare cosa troverà nelle piante”. Il grosso del lavoro non è centrato sulla cura della pianta, ma sulla fortificazione e rivitalizzazione del terreno, che impatta successivamente sul benessere della vigna.
Questa visione avanguardistica fin dalla partenza del progetto Vignai da Duline ha creato una sorta di paradosso filosofico, bruciando le tappe rispetto ai concetti che oggi sono sulla bocca di tutti (anche in maniera spropositata), di biologico e biodinamico, penalizzando talvolta l’azienda da un punto di vista comunicativo. Quando le aziende nell’ultimo decennio hanno promosso il mutamento o l’integrazione di questo tipo di agricoltura Vignai da Duline lo dava quasi per scontato, essendo ormai totalmente radicato nella loro visione e modalità di conduzione della vigna, ma anche della vita, in maniera più generica.
Una delle pratiche, che è diventata anche un simbolo dell’azienda, è la “chioma integrale”, evitando di cimare la pianta, affinché si possa regolare da sola, trovando così il proprio equilibrio, a seconda delle annate.
Questa tecnica si è tradotta, nel 2014, in un’etichetta di Malvasia, che riporta il volto di Lorenzo dove spicca la sua lunga chioma di capelli. La chioma rappresenta anche simbolicamente quello che è un aspetto integrale della conduzione dell’azienda, che non prevede sottrazioni o accezioni negative, come nel caso delle cimature.
Un blend di energie influenzate da filosofia, antroposofia, pedagogia, che vengono riflesse in una conduzione biologica certificata in vigna, senza averne mai inserito il logo in etichetta. Come diceva Veronelli: “dovrebbero essere gli altri a mettere in etichetta che sono chimici”.
La visione vitivinicola di Federica e Lorenzo è anche dettata da una tutela del paesaggio e del tessuto rurale che sta venendo sempre meno, a causa dell’acquisizione delle piccole realtà vitivinicole e agricole da parte di grandi gruppi industriali. Si vuole essere il punto di rottura di questo sistema, con notevoli sforzi e fatiche, oltre ad una competizione che non sarà mai alla pari, ma per il nobile fine di essere i protagonisti di quanto si vuole promuovere nel mondo, senza mai diventare una mera acquisizione di capitale.
Anche per questo motivo la produzione di bottiglie si aggira sulle trentamila per anno, dipendentemente dall’annata, ma il concetto di base è che non si vuole produrre più del necessario o più di quanto la vigna, condotta in un certo modo, può offrire.
Per esempio, nel 2024, a causa delle piogge battenti in fioritura e le temperature troppo fredde prima e troppo calde in seguito, si è prodotta un 40% in meno di Malvasia e ovviamente non si è scelto di acquistarla, dovendo spiegare ai clienti e collaboratori in tutto il mondo che le bottiglie saranno molte meno degli anni precedenti e che dovranno essere fornite su assegnazione. Fortunatamente questo fattore viene recepito dai vari partner, avendo negli anni costruito una rete di persone basata su relazioni interpersonali, affidandosi a distributori ed importatori filosoficamente allineati alla personalità di Federica e Lorenzo e alla filosofia aziendale.
Le etichette più classiche prodotte da Vignai da Duline sono nove, tra cui troviamo un Tocai; Sauvignon; Pinot Grigio, Chardonnay; “Morus Alba”, blend di Malvasia Istriana e Sauvignon; la già citata Malvasia “Chioma Integrale”; il Refosco “Morus Nigra” e lo Schioppettino. Nelle annate migliori e solo nel formato magnum viene prodotto il “Ronco Pitotti” Tocai Giallo e il “Ronco Pitotti” Merlot Storico friulano. A queste si possono sommare alcune nuove proposte a seconda dell’annata e della qualità dell’uva, proposte sul mercato senza un fine meramente commerciale, ma per far esprimere il proprio territorio, oltre ad un fine didattico, così da poter parlare di questa zona del Friuli e dei suoi aspetti culturali anche attraverso il vino, ottenuto secondo l’approccio di cui abbiamo raccontato fino ad ora.
Tra le chiacchiere sorseggiamo un Tocai Giallo, che per anni è stato un paradigma di resistenza, riportando in etichetta il nome della varietà, purtroppo bandita in seguito alle vicissitudini con i produttori ungheresi. Questo vino è il risultato di un biotipo di Tocai di una vecchia vigna del Ronco Pitotti, identificata nei primi anni di gestione del vigneto. Si sono individuate alcune piante che “hanno rifiutato” di essere sovrainnestate con il Sauvignon e, dal 2002, si è cominciata la produzione della prima barrique di questo vino, che oggi prende il nome di “Giallo di” (anziché “Giallo di Tocai”), dedicandolo a Gino Veronelli, il quale sosteneva che “è iniquo obbedire a leggi inique”.
Annata 2023, troviamo un vino che si presenta con note di pesca, note tropicali, di ananas, un tocco erbaceo, di piante officinali, salvia, mentuccia, ma anche fieno, camomilla e un sottofondo speziato. In bocca entra teso e fresco, con una buona spalla acida, un buon corpo, ben bilanciato, sapido e minerale, con una nota amarotica e una buona persistenza.
Oggi, grazie al salvataggio di questa vigna, vengono prodotte tre barrique, imbottigliate esclusivamente in magnum.
Un’ultima curiosità è l’anticipazione di un lavoro quasi decennale portato avanti da Lorenzo e un team di collaboratori, finalizzato al censimento delle aree vitate collinari del Friuli, offrendo come output una mappa cartacea (ai tempi del digitale) delle DOC collinari di questa Regione, includendo DOC Carso, Collio e Friuli Colli Orientali. Una nuova visione d’insieme che offre lo spaccato di una continuità di oltre cento chilometri lineari di territorio viticolo raccontati attraverso la geologia, il clima e la storia.
Prima dei saluti un passaggio in cantina, al di là della sala degustazioni, dove sono custodite le botti sia di più grande che di più piccolo formato, con alcune vasche in acciaio e tini troncoconici. Tutti i vini effettuano la fermentazione alcolica e la malolattica in legno e rimangono dagli otto, per quelli più freschi, ai ventiquattro mesi in affinamento, per poi incontrare l’acciaio solo in fase di cuvée.
Questo ambiente è definito “atecnologico” e, come è solito dire Lorenzo, “si può fare un grande vino anche in una Fiat 500!”.
Con la promessa di rivederci con più calma, esplorare i vigneti e assaggiare i vini, un ringraziamento a Federica, che merita la maglia numero 379!


