In compagnia di Mario, alla scoperta dell’azienda I Clivi, in una tipica giornata friulana caratterizzata dalla pioggia
09 Gennaio 2025
Non potevamo iniziare il nuovo anno con una visita in cantina nell’amata terra friulana e, in una giornata tipica di questa Regione, la scelta è andata sull’azienda I Clivi. La pioggia torrenziale non ci ha fermati e, dopo una stradina sterrata in località Gramogliano, frazione di Corno di Rosazzo, raggiungiamo Mario per scoprire il suo percorso nel mondo del vino.
La storia dell’azienda I Clivi è cominciata nel 1996 quando papà Ferdinando espresse il desiderio di voler acquistare qualche appezzamento per dedicarsi alla viticoltura, finita la sua carriera lavorativa.
Ferdinando nella vita si è occupato di tutt’altro, prestando servizio principalmente all’estero per un’azienda francese, ma la passione per questo mondo si è sviluppata grazie a due fattori decisivi: da un lato il papà Veneto possedeva un’osteria e dall’altro l’opportunità di bere vini d’Oltralpe, grazie alla provenienza della sua azienda. Il sogno di possedere qualche vigna si è concretizzato nel 1996, quando fu acquistato il primo appezzamento in località di Brazzano di Cormons. La scelta di acquistare in Friuli fu dettata dalle origini della moglie Mariangela e dalla decisione di trasferirsi in questa Regione.
L’attività vitivinicola ha coinvolto fin da subito anche il figlio Mario, il cui ricordo va a quando era bambino e accompagnava il padre a visitare sempre nuove aziende vitivinicole ed acquistare bottiglie di vino.
Mario si è laureato in economia a Milano nel 1996 e, dopo un periodo di sei mesi in banca (“non ci piacevamo e mi sono licenziato”), è ritornato alle origini dedicando prima i fine settimana e poi le intere giornate al lavoro in vigna e in cantina. Non avendo alcun background sia famigliare sia formativo, il mestiere è stato imparato in itinere, grazie anche ad alcuni consulenti che supportavano padre e figlio in vigna e cantina. Un percorso tutto in salita che prevedeva un lavoro a trecentosessanta gradi, dalle potature, alla guida del trattore, vinificazioni, imbottigliamenti ad “andare in giro in Panda a proporre il vino”. L’inizio della commercializzazione di vini non industriali, identitari di un territorio e frutto delle diverse annate non era materia all’ordine del giorno a fine anni novanta, inizio duemila, fintanto che alcuni noti produttori fuori dalle righe di quel tempo, si sono fatti promotori di strade alternative.
Nel 1997 è stato individuato un secondo vigneto, nella zona dove ci troviamo oggi, a Gramogliano, dove si trovavano solo viti e un vecchio rudere, restaurato nel corso degli anni costruendo, nel 1999, la cantina sotterranea. Lo scopo de I Clivi è stato quello di comprare vigneti in collina, denominando fin da subito l’azienda con questo nome che, in italiano poetico, significa proprio “collina”. Non avendo un patrimonio ereditario di vecchie vigne, si sono ricercati appezzamenti con vigenti più datati che al loro interno potessero avere le varietà autoctone e più tipiche della Regione, una su tutte il vecchio Tocai. L’idea di produrre vini autoctoni, in controtendenza al boom delle internazionali Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon, per differenziarsi dalla massa e promuovere una comunicazione identitaria del territorio friulano, “le internazionali vengono sicuramente bene in queste terre, ma la nostra identità è un’altra”.
Le prime uve vinificate sono state Malvasia, Friulano e Verduzzo, dai vigneti di Gramogliano e, in seguito, quelle di Brazan, ottenendo due uvaggi, che, anche in questo caso, rispettassero la tradizione friulana, la quale un tempo non si concentrava sul monovitigno. Le vinificazioni, effettuate esclusivamente in acciaio (per facilità di utilizzo, pulizia e manutenzione), erano seguite, come anticipato, da un consulente enologo, in una collaborazione durata circa dieci anni, per poi orientare la produzione dei propri vini su caratteristiche più legate all’acidità, beva, freschezza, abbandonando le fermentazioni malolattiche.
Oggi troviamo dodici ettari vitati che si dividono tra Brazan e Gramogliano, rispettivamente nella zona del Collio e dei Colli Orientali, con esposizione sud est in un’area e sud ovest nell’altra, caratterizzate da vigne di ottanta-cento anno, ad eccezione della Ribolla Gialla che ne ha una quindicina. Le piante sono basate sulla tipica ponca, che si presenta leggermente più argillosa a Brazzano.
Un’anteprima che ci svela Mario è che pochi giorni prima del nostro incontro sono stati acquistati cinque ettari di Schioppettino a Prepotto, ampliando così il patrimonio vitato de I Clivi, sempre in un’area collinare, investendo in questo caso su una varietà a bacca rossa, iconica delle terre friulane.
La campagna è certificata Bio dal 2007, pur non avendo mai voluto certificare la cantina e non incorrere nell’obbligo di inserire il simbolo della fogliolina in bottiglia. “Non si è mai voluto utilizzare il tema del Bio come leva e argomento di vendita, anche perché do per scontato che una piccola azienda come la mia sia almeno biologica”.
I trattamenti sono seguiti da un consulente agronomo e, grazie al suo pragmatismo, anche negli anni più difficili, si è ottenuta un’uva sana e di qualità. Non ci si permette di sperimentare, ma si è adottata una disciplina negli interventi in vigna, esclusivamente a base di rame e zolfo, evitando i rischi, ma essendo puntuali negli interventi, senza esserci sabati, domeniche o festività che tengano.
Dando uno sguardo alla cantina si possono trovare diverse vasche in acciaio, dove avvengono le fermentazioni, innescate da un pied de cuve, ottenuto da lieviti indigeni.
Oltre all’acciaio sono presenti alcune vasche di cemento, da cinquantacinque ettolitri, acquistate da una vicina azienda e utilizzate per l’affinamento dei vini della linea principale de I Clivi ed infine alcune decine di botti di rovere da trecento litri, utilizzate per i tre cru.
L’azienda vinifica tutte le uve senza essere diraspate e, durante il periodo di affinamento, vengono effettuati rimontaggi mensilmente al fine di portare a secco la massa, fattore fondamentale per le varietà autoctone, che non sopportano i residui zuccherini.
Le bottiglie prodotte per anno sono circa centotrentamila, divise in due diverse linee. Tra le etichette “Rosapina” che raffigurano una parte di un pavimento a mosaico conservato nella basilica di Aquileia troviamo la Ribolla Gialla “A Tessa” (dedicato alla figlia di Mario); due Friulano “San Pietro” (nome del figlio di Mario) e “San Lorenzo”, ottenuti da Tocai Verde di Gramogliano nel primo caso e Tocai Giallo di Brazzano nel secondo, il quale esce ad un anno di distanza dal “San Pietro”, rimanendo in cemento fino al novembre successivo alla vendemmia. A completare i bianchi di questa linea la Malvasia “Ottantanni” e il Verduzzo, entrambe produzioni limitate, con uve piantate a corpo, quindi nella zona dei Colli Orientali. L’unico rosso è lo Schioppettino, ottenuto da uve provenienti da vigneti in affitto, sempre con una vinificazione di acciaio e affinamento in cemento.
Da circa sei/sette anni è stata ripresa la produzione degli storici uvaggi “Galea” e “Brazan”. Il primo vino è un uvaggio di Tocai Friulano e Verduzzo, che prende il nome dal toponimo della vigna di fronte alla cantina, mentre il secondo è ottenuto da uve Ribolla Gialla, Tocai e Malvasia che crescono a Brazzano. In entrambi i casi viene effettuata una fermentazione in botti da trecento litri, metà nuove e metà usate, per poi affinare negli stessi vasi vinari per dodici mesi, effettuando battonage mensili. A completare la linea dei Cru un secondo Schioppettino con uve fermentate in acciaio, per poi affinare in botti da trecento litri per dodici mesi. Il suo nome è “Il Soccombente”, ispirato ad un romanzo di Thomas Bernhard, nel quale un talentuoso musicista soccombe ad un collega le cui abilità andavano oltre il talento, sfociando nel genio. Una metafora che identifica il talentuoso Schioppettino che soccombe al genio del Pinot Nero, ma che può assecondare quell’estetica e giocare nel suo stesso campionato, identificando nel paragone anche una chiave di lettura e di interpretazione di questa varietà autoctona friulana. Questa può essere anche una strada per promuovere tale varietà, identificata in un vino di fresco, piacevole e di beva, potendolo, sicuramente dopo un lungo e tortuoso percorso, posizionare nell’olimpo dei vini.
I Cru escono volutamente senza capsula e senza alcuna etichetta adesiva, in linea con il trend sostenibile di questi ultimi anni, che ha orientato I Clivi anche a ridurre, in epoca post-covid, il peso delle bottiglie, passando ad un vetro da quattrocento grammi.
Una chiacchierata che si conclude con l’assaggio dei due biglietti da visita dell’azienda, il Friulano proveniente dalle due diverse zone. Lo scopo di questi vini è quello di ottenere dei prodotti che comunichino due diversi territori e due varietà simili ma non uguali tra loro, che possano offrire piacevolezza di beva e un tenore alcolico che non sia eccessivo.
Cominciamo con il “San Pietro” 2023, con uve di Tocai Verde allevate a corpo, nell’area dei Colli Orientali, il quale si presenta fresco e diretto fin dal suo profumo, con sentori erbacei, di erbe aromatiche, salvia, pepe bianco per un palato dalla grande beva, freschezza, mineralità, un’esplosione di sapidità, moderata acidità e discreta persistenza.
Passando al “San Lorenzo” 2022 troviamo un vino che è leggermente più timido nella fase iniziale, esprimendo note più fruttate, di pesca gialla, ma anche di camomilla, lavanda e un sottofondo di frutta secca. Al palato entra più tondo, morbido, mantenendo comunque una buona mineralità e sapidità, moderata spalla acida, una nota amaricante e una maggiore persistenza.
Chiusura del vecchio anno e apertura di quello nuovo in terra Friulana, consegnando la prima maglietta del 2025, numero 380, a Mario.


