In compagnia di Elisabeth per scoprire l’azienda di famiglia, Gottardi Mazzon, oggi condotta tutta al femminile, tra le colline di Mazzon
30 Novembre 2024
Ci troviamo ad Egna e più precisamente tra le sue colline, nell’area che prende il nome di Mazzon, dove sorge l’azienda Gottardi Mazzon, giunta oggi alla sua terza generazione e capitanata tutta al femminile grazie ad Elisabeth Gottardi.
Assieme ad Elisabeth andiamo a scoprire la storia di questo luogo e della sua famiglia, che qui ha iniziato la coltivazione delle proprie vigne. Il tutto è iniziato con nonno Bruno, originario di Milano, il quale, nel 1986, più che altro per la passione per il settore vitivinicolo ha acquistato i terreni dove ci troviamo, con gli edifici annessi, tra cui un piccolo castello (abitato fino al 2020 da un’anziana signora) e gli stabili adiacenti. A quei tempi si trovava più che altro una sorta di fattoria dell’epoca, focalizzata sull’autosostentamento, con la produzione di mele, seminativi, allevando qualche capo di bestiame, ma non incentrata sull’attività vitivinicola.
La famiglia Gottardi si trasferì, in seguito, nel Tirolo, ad Innsbruck dove è stata creata l’attività principale di importazione e distribuzione di vino, per lo più italiano e francese, aprendo nel corso degli anni anche un wine shop nel centro del paese. Parallelamente al lavoro di distribuzione, c’era l’obiettivo di voler produrre un Pinot Nero tra le colline di Mazzon, che potesse esprimersi nella maniera migliore possibile e, dopo quasi dieci anni, nel 1995 si diede vita alla sua produzione e ai primi imbottigliamenti. Un’attività passata da nonno Bruno a papà Alexander, che ha visto qualche piccolo cambiamento di stile, che nel corso della chiacchierata andremo a scoprire, per poi essere condotta dalla giovane Elisabeth.
Elisabeth è cresciuta tra il Tirolo e Mazzon, sede di numerose vacanze della famiglia, ed ha coltivato da sempre una passione per questo settore, studiando Wine business in Austria, affrontando anche uno stage in una rinomata azienda francese, per poi dedicarsi alle attività di vendita e marketing all’interno del wine shop e della distribuzione di famiglia. Oggi la sua figura si divide tra Innsbruck e Mazzon; durante la settimana Elizabeth è impegnata nello shop e alle vendite Ho.Re.Ca. mentre nel weekend veste il ruolo di produttrice a tutti gli effetti.
L’attività di conduzione della vigna e di vinificazione delle uve ottenute è stata imparata sul campo, grazie agli insegnamenti del padre e con il supporto di una squadra enologica ed agronomica.
Oggi Gottardi Mazzon conta quasi nove ettari, di solo Pinot Nero, avendo espiantato o innestato le particelle di Chardonnay o Gewürztraminer, piantate in una fase iniziale. Queste varietà un tempo venivano vinificate ed imbottigliate, ma durante le degustazioni o gli eventi il Pinot Nero veniva sempre esaurito, mentre i due vini bianchi avanzavano e dovevano essere riportati a casa.
La zona di Mazzon è rinomata per essere vocata per il Pinot Nero, varietà che ricopre circa l’85% di queste terre, simili alla Borgogna, caratterizzate da un terreno piuttosto povero, a matrice calcarea, con uno strato minimo di humus, imponendo alle radici delle piante di penetrare in profondità.
Un’altra peculiarità è che ci si trova in una piccola vallata dove soffia l’Ora del Garda e si è protetti dalle vicine Dolomiti, consentendo così un clima equilibrato, con una buona escursione termica.
Spostandoci tra le vigne, in auto per non sfidare il fresco inverno che incombe, tocchiamo con mano alcuni degli appezzamenti, che si dispongono principalmente in otto zone, tutte vicino al cuore dell’azienda, raggiungibili in poche manciate di minuti. Le aree sono ben rappresentate in una mappa che ha creato l’azienda: Unteres Kreuzl, Oberes Kreuzl, Poker, Cis, Hausanger, Welzen, Baumannanger, Schlosswiese.
Nel corso degli anni si è adottato un sistema di potatura orientato alla riduzione della produzione, che si attesta sui circa quaranta/quarantacinque quintali per ettaro. Questo comporta anche una preparazione nella produzione di vini di qualità anche in annate molto difficili, come la 2024, in cui si è perso più del 25% della massa.
La conduzione non sposa alcuna certificazione, ma la mentalità di Gottardi Mazzon è quella di ridurre al minimo indispensabile i trattamenti, mettendo in condizione la vigna per esprimere quanto si desidera trasformare successivamente. I quantitativi di rame sono molto bassi, i filari completamente inerbiti e si promuove sempre di più la biodiversità sia in termini di flora sia di fauna. Attorno ai vigneti si trovano diversi alberi da frutto, come ciliegi e noccioli, ma anche altre varietà; mentre all’interno delle vigne sono state posizionate numerose casette che ospitano piccoli volatili.
Gli impianti hanno una media d’età superiore ai trent’anni, essendo le vigne piantate per lo più dal nonno, convertite dalla pergola al più comodo guyot, mantenendo sesti d’impianto molto stretti tra pianta e pianta, ma anche tra i filari.
La vendemmia è tutta manuale, in cassette che prima erano da venticinque chili ed ora sono state sostituite da alcuni cassoni più grandi, da duecento chili, che, paradossalmente, evitano un maggiore schiacciamento e una conseguente ossidazione delle uve.
Dando uno sguardo alla cantina di trasformazione, si può notare una prima area dedicata all’acciaio, dove le uve vengono trasferite il più velocemente possibile, per innescare, con lieviti selezionati evitando ogni rischio possibile, il processo di fermentazione.
Dipendentemente dall’annata, si lavora con un 30% dell’uva che non viene diraspata e si evitano di utilizzare pompe, preferendo la gravità (avendo posizionato la diraspatrice nella parte superiore dello stabile così da far defluire l’uva direttamente nelle vasche d’acciaio).
La fermentazione dura circa quindici/venti giorni e, durante questo processo, si va ad agire con un macchinario appositamente installato per rompere il cappello all’interno delle vasche, in maniera delicata poiché, come afferma Elisabeth, “il Pinot Nero è una diva e bisogna trattarla bene”.
Dopo la trasformazione alcolica, si posiziona la pressa direttamente sotto ai contenitori d’acciaio, così da ottenere il succo finale che, sempre per caduta, viene destinato alle barrique o alle botti più grandi, dopo una decantazione di qualche giorno.
Una peculiarità dell’azienda Gottardi Mazzon è che le uve di ogni appezzamento vengono vinificate singolarmente e restano separate anche durante tutto il periodo di affinamento in barrique.
L’area dei legni è divisa in due parti, quella dedicata alle botti di rovere più grandi e quella dedicata alle barrique, tutte di un fornitore francese, di media tostatura, utilizzate per quattro anni, prima di essere sostituite. Le botti grandi, invece, sono tutte più attempate, risalenti agli affinamenti di nonno Bruno. Tendenzialmente il vino affina un primo periodo di circa un anno in barrique, per poi passare per otto mesi in botte grande ed infine creare il giusto blend da mettere in bottiglia, non prima di un ultimo mese di riposo in acciaio “per far incontrare le varie masse”.
Le etichette prodotte da Gottardi Mazzon sono due, un Pinot Nero più Classico e la Riserva, anche se in qualche annata sono state fatte alcune eccezioni. La Riserva non viene prodotta tutti gli anni, ma solo nelle annate migliori e, tendenzialmente, rappresenta il 10% della produzione totale della cantina. Considerando l’ultimo decennio, nel 2014, 2020 e 2024 non si è prodotto il Pinot Nero Riserva.
Come anticipato, i vini restano in barrique fino all’agosto dell’anno successivo per poi creare le due Cuvée e decidere quale sarà il Pinot Nero più Classico e quale la Riserva; rispettivamente i vini restano successivamente in bottiglia almeno per due e tre anni, prima di essere commercializzati. Elizabeth sottolinea che vengono proposti sul mercato vini pronti, ma se si aspetta anche qualche anno in più si possono apprezzare delle caratteristiche migliori e più integrate in entrambe le referenze.
Le eccezioni accennate precedentemente si riferiscono alla “Selezione”, con uve provenienti dal singolo appezzamento di Kreuzl, dove si trovano per lo più vecchie vigne di Pinot Nero, nell’area più bassa e più pendente della tenuta. Le annate prodotte, circa duemilaquattrocento per anno, sono state la 2015, 2016, 2017, proposte sul mercato rispettivamente nel 2022, 2024, mentre la 2017 sta ancora riposando in magazzino e si valuterà quando dovrà essere etichettata e commercializzata.
Piccola curiosità è che nonno Bruno è sempre stato un amante dei vini leggermente più scarichi e di beva; invece, papà Alexander ha intrapreso la strada di vini un più carichi e concentrati, mentre Elizabeth è tornata allo stile e mentalità di Bruno.
Per fare qualche assaggio ci accomodiamo nella sala degustazioni, adiacente alla cantina, cominciando con un’anteprima non ancora disponibile sul mercato. Il primo vino è il Pinot Nero Classico 2021, il quale si presenta al naso con note molto fresche e speziate, spunti di rabarbaro, note ferrose, una frutta presente, ma leggermente timida, per un sorso dritto, caratterizzato da una buona acidità, sapido, abbastanza minerale, di corpo, tannino presente e sorso persistente.
Passiamo allo stesso vino, annata 2020, ad oggi disponibile in commercio, che sprigiona note più integrate e legate ai frutti rossi, ma anche fiori secchi, un principio di sottobosco, fungo, leggero fumé e pepe bianco. In bocca entra fresco, sapido, con una buona mineralità, tannino più setoso e una buona persistenza.
Tra una chiacchiera e l’alta a tema tappi, Elizabeth ci dà la possibilità di assaggiare un Pinot Nero del 2010, tappato in via sperimentale, per una parte della massa, con tappo a vite. Vino prodotto da papà Alexander, che esprime note ancora fresche e fruttate, principalmente di prugna, ciliegia, un tocco speziato e di cioccolata, per un sorso che mantiene ancora una buona acidità, abbastanza minerale e sapido, con un tannino vivido ma ben integrato, un buon corpo, bilanciato dalla freschezza e piacevolezza di un sorso che si mantiene persistente.
Quarto Pinot Nero assaggiato è la Selezione 2016 “Alexander Gottardi”, che regala note di frutta più matura, per poi spostarsi su sentori terziari con un tocco fumé, note terrose, di cioccolato fondente, bastone di liquirizia e tabacco. In bocca entra comunque fresco e di beva, con un corpo ricco, tannino delicato, una buona sapidità e mineralità e lunghezza.
Concludiamo con la Riserva, annata 2019, che ci regala sentori di frutti rossi maturi, di ciliegia, che poi lascia spazio alle note ematiche, di sanguinella, rabarbaro, spezie dolci, per un sorso più corposo e tondo ma ben sostenuto da una buona freschezza, spalla acida, sapidità e discreta mineralità, tannino setoso, oltre ad una buona persistenza.
Ringraziando Elizabeth e conservando due bottiglie per scoprirne l’evoluzione tra qualche anno, riprendiamo il cammino, lasciando la maglietta numero 377!


