Focus sulla Croatina nell’azienda Fratelli Agnes, di Rovescala (Pavia)

Fratelli Agnes, un pomeriggio con Sergio Agnes per approfondire il marchio di fabbrica di questa azienda: la Croatina

12 Luglio 2024

Un pomeriggio che ci porta nel lato più orientale dell’Oltrepò Pavese, a Rovescala, per conoscere Sergio Agnes, elemento costitutivo assieme al fratello Cristiano, dell’azienda Fratelli Agnes.
Nello specifico ci troviamo tra il piacentino e il tortonese, in una località dove alcuni nuclei abitativi fanno parte della prima amministrazione, anche se la mentalità e il modo di vivere è del tutto diverso da quello emiliano. In queste terre si sono da sempre coltivati vitigni autoctoni e a farla da padrona è la Croatina, varietà su cui ha investito l’azienda fin dagli inizi.

A partire dalla metà dell’800, testimoniata dai primi bollettini ampelografici, si può trovare la presenza di svariati ettari di Bonarda, detta anche Pignola, entrambi sinonimi di Croatina. Questo triplice nome ha portato un equivoco fino agli anni ’50 quando tale varietà si è sempre più propagata in loco, senza alcuna differenza nel nome, che rimaneva a discrezione dei produttori.
Sin dalla vigna, si capiva, però, che la Bonarda o Pignola presentava degli acini non perfettamente sferici, ma piuttosto irregolari e spargoli, i quali ricordano la forma della pigna. Grappoli che erano diversi dalla più generosa Croatina, più compatta e con acini tendenzialmente sferici.
Con il varo dei nuovi disciplinari di produzione, negli anni ’70, in cui è stata fatta una distinzione arbitraria tra Bonarda, nome con cui chiamare il vino e Croatina, che può essere sia la varietà sia il vino ottenuto. È stato definito che la Bonarda deve avere un minimo di 85% Croatina e un 15% che può essere di Barbera, Uva Rara, Vespolina o Ughetta di Canneto.

L’azienda Fratelli Agnes è giunta alla sua quarta generazione, con origini che, secondo le testimonianze dei registri parrocchiali dove la famiglia era annotata come De Agnetibus, inducono ad un collegamento con la pratica della pastorizia.
A cominciare l’attività vitivinicola, che faceva parte di un sistema agricolo più ampio, bisnonno Pietro e bisnonna Adele, per poi passare a nonno Giovanni, papà Luigi e zio Francesco, fino ad arrivare a Sergio e il fratello Cristiano. Sergio ammette un po’ di incertezza sul futuro della quinta generazione, essendo i due nipoti impegnati in altre tipologie di settori, Amerigo fresco di studi in ingegneria meccanica, mentre Edoardo alle prese con la laurea in scienze motorie. Suo figlio Aldo, invece, vuole dedicarsi all’agricoltura, ancora incerto tra la collina e la pianura, forte del fatto che sua madre Elena, moglie di Sergio, possiede un’azienda di produzione di riso, in Lomellina. Ad oggi la figlia Dafne e la nipote Beatrice supportano e danno una mano in azienda in caso di necessità, come durante la giornata della visita, essendo in piena fase di imbottigliamento.

Oggi gli ettari vitati di Fratelli Agnes sono venticinque, avendone aggiunti cinque lo scorso anno, volendo completare gli appezzamenti con alcuni vigneti Cru, contigui a quelli già di proprietà, posizionati su bricchi molto impervi. Tra questi è presente anche un vigneto (successivamente toccato con mano) che apparteneva a bisnonno Pietro, tutto sostenuto da pali in castagno, il quale presenta vecchie piante di Croatina per tre quarti, completato da Barbera, Nebbiolo, Moradella, Vespolina, Moscato d’Amburgo, Uva della Cascina, Tintoretto, Moscato Rosa, tutte uve che si raccolgono e vinificano assieme, per dare vita ad una delle etichette dell’azienda.

Il parco viti è generalmente molto vecchio, con un’età media di sessant’anni; questo comporta sicuramente un sacrificio a livello gestionale, rese più basse, ma una resistenza alle malattie che si è venuta a creare nel corso del tempo, in maniera naturale. Dai vigneti più vecchi si ottengono vini più maturi e fini, con un maggiore apporto di potassio, che però potrebbe comportare il rischio di una sedimentazione in invecchiamento, non essendoci una totale stabilizzazione della mineralità. Queste piante sono diventate un ottimo materiale di propagazione e sia il nonno sia il papà di Sergio erano abili innestatori. Vediamo da vicino i materiali con cui venivano fatti gli spacchi, semplici o doppi, e innestate le marze, protette da un sughero bollito, assicurato da alcuni gancetti di metallo, che venivano pinzati con un apposito strumento. Questa attività ha sicuramente consentito all’ecotipo della Croatina di non disperdersi e di evitare contaminazioni pregresse delle barbatelle.

Le vigne sono basate su terreni prettamente argillosi, tutti sul comune di Rovescala, i quali consentono al vitigno tardivo della Croatina, una progressione lenta nella maturazione, facendo risaltare tutte le sue caratteristiche, regalando uve che possono avere diverse attitudini. Con questa varietà si possono produrre sia vini leggiadri frizzanti, spumeggianti, ma anche versioni da invecchiamento, per anni e anni, al fine di ottenere una metabolizzazione del tannino e maggior piacevolezza di beva.

La filosofia di conduzione viene definita da Sergio come un’ “agricoltura ragionata”, più improntata all’agrologia che all’agronomia; non sono mai state sposate certificazioni e, a seconda dei vigneti, si adottano dei protocolli di gestione differente. Ad occuparsi per lo più della conduzione della vigna è Cristiano e per mentalità di entrambi il termine “conversione” non è accettabile: “quando ci si converte, infatti, si ripudia la fede professata per abbracciarne una nuova”. Qui, infatti, non si vuole sconfessare o stravolgere quanto è stato fatto finora, un lavoro dettato dalla sostenibilità per poter condurre al meglio la vigna, al fine di ottenere uve sane, da trasformare in vini genuini. Non si sono mai utilizzati erbicidi e la chimica è ridotta alla sola necessità, prendendo sempre tutto in maniera critica e costruttiva, cercando un continuo miglioramento, continuando a prescindere da eventuali certificazioni.
L’annata 2024 è sicuramente da ricordare per il dispendio di energie ed impegno in vigna, cercando di salvare e preservare l’integrità della pianta e di proteggerla dai vari attacchi fungini, senza contare gli innumerevoli sfalci dell’erba. “Fino a luglio abbiamo cercato di salvare il più possibile, da ora alla vendemmia cerchiamo di tirare fuori la qualità”.

Parlando di numeri, le bottiglie prodotte per anno sono circa centoventimila, con sei referenze principali, oltre alle altre etichette “meno rappresentative”, come le circa duemila bottiglie di Cortese, prodotte più per un vincolo affettivo, che per soddisfare il mercato. Tutte le referenze sono a base di Croatina; troviamo due Frizzanti: “Campo del Monte” (dal nome della zona circostante all’azienda) e “Cresta del Ghiffi” (tipico gallo della zona); la “Processione del Console”;  il “Loghetto”, ottenuto dalle vecchie vigne prima descritte; per finire con ”Millennium” e “Poculum”, due Croatina vinificate in rosso, con affinamento rispettivamente in botte grande e barrique/tonneau, per circa dodici/diciotto mesi.

La cantina non siamo riusciti ad esplorarla a causa della fase di imbottigliamento, però approfondiamo che la fermentazione delle uve avviene in acciaio, spontaneamente o con l’inoculo di fecce di Pinot Nero, per favorire l’innesco della malolattica sui vini da invecchiamento. Una varietà che viene utilizzata per la produzione di qualche migliaio di bottiglie di Metodo Classico, ad uso personale, più che per la vendita, su cui forse si vorrà puntare nel prossimo futuro.
Per quanto riguarda la Bonarda Frizzante, che copre una buona parte della produzione aziendale, si parte dalla fermentazione spontanea avviata in vasche di cemento e protratta fino al raggiungimento dei canonici venti/venticinque grammi di residuo zuccherino. Il mosto viene, successivamente, trasferito in autoclave dove continua a fermentare con gli stessi lieviti indigeni, fino al raggiungimento della pressione desiderata, contenuta entro i due bar e mezzo. Dopo un primo travaso “sgrossante”, seguono, per circa nove mesi, rimestazioni delle fecce fini, in modo da favorire la lisi dei lieviti e conferire al vino maggiore untuosità e persistenza.

Per assaggiare qualche referenza prodotta dai Fratelli Agnes ci sediamo nella terrazza esterna, con vista sulle vigne, accompagnati dalla “Chisola”, tipica focaccia dell’Oltrepò Pavese orientale, arricchita con i ciccioli di maiale.
Il primo vino assaggiato è “Cresta del Ghiffi” 2023, che si presenta con sentori molto freschi e vinosi, di frutti di bosco, amarena, violetta, petali di rosa, per un sorso che entra facendo emergere la trama tannica della Croatina, una bollicina leggera, discreta acidità e mineralità, buona persistenza.

Continuiamo con il “Loghetto” 2021, nome che proviene dal diminutivo dialettale di piccolo luogo, ottenuto da uve che vengono pinzate alla base del grappolo; a mano, uno per uno, così da ottenere una leggera disidratazione dell’acino, mantenendolo in pianta fino alla metà/fine di ottobre, senza essere danneggiato anche in caso di pioggia o brume, preservandone così la sua integrità. Vino dai sentori di frutti più scuri, frutti neri, mora, inchiostro, viola mammola, un accenno di sottobosco, per un palato più corposo, una discreta acidità e sapidità, abbastanza minerale, mantiene una buona morbidezza avendo anche un residuo di circa diciotto grammi di zucchero, un tannino vivido ma più moderato e una buona persistenza.

Passiamo alle due espressioni di Croatina atte all’invecchiamento, circa duemilacinquecento bottiglie per etichetta: “Millennium” e “Poculum”, la prima a riprendere la tradizione risalente al periodo medioevale, mentre la seconda a rievocare la cultura romana. È stato ritrovato un atto notarile risalente al basso medioevo, datato 22 marzo 1192 e redatto a Rovescala, in cui un certo Conte Anselmo, in cambio di una somma di denaro ricevuta in prestito, si impegnava a corrispondere come interesse ai suoi creditori il suo vino migliore, ottenuto dalle vigne del luogo (scrittura ripresa nella retro etichetta).

La volontà di rievocare la storia romana, invece, poiché nel paese sono stati effettuati degli scavi archeologici, in cui sono affiorati reperti attestanti la produzione del vino, come le tazze per mescerlo e degustarlo; lo stesso nome “Poculum” significa bicchiere, in latino.

Il primo vino, “Millennium” 2018, ottenuto da uve figlie di terreni più argillosi, si presenta con note fruttate, di frutta rossa e frutti di bosco, una punta di sotto spirito, viola mammola, cioccolato, per un palato pieno e corposo, discreta acidità e mineralità, tannino che si fa sentire e ricco in persistenza.
Il “Poculum” 2018, prodotto con uve da terre bianche e calcaree, si presenta con note di frutta più matura, una leggera sanguinella, che lascia spazio a sentori terziari, quali il cacao, una nota di spezia, liquirizia, un tocco ematico, e un sottofondo balsamico e mentolato. In bocca un buon corpo, ben equilibrato, con una buona beva, freschezza, trama tannica ben presente ma “addomesticata”, più mineralità, discreta sapidità e sempre buona persistenza.

Abbiamo la fortuna di assaggiare anche il “Poculum” 2005, anno di nascita della figlia Dafne, un vino che ha mantenuto il suo colore ed integrità, forti dell’annata molto favorevole. Al naso si presenta in piena forma, esprimendo sentori di frutta molto matura, note di sotto spirito, bastone di liquirizia, spunto ematico, di cioccolato e sottobosco. La prima caratteristica che si nota al palato è la polimerizzazione del tannino, che si addomestica con il passare degli anni, un’importante freschezza, spalla acida, discreta mineralità, caratteristiche che regalano un buon equilibrio e buona beva, per un sorso lungo e piacevole.

Un focus sulla Croatina grazie all’azienda Fratelli Agnes e a Sergio Agnes, che merita la maglietta numero 352!

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