Assieme alla famiglia Boatti, per scoprire l’azienda Monsupello, una storica realtà dell’Oltrepò Pavese, famosa per le sue bollicine ma non solo
12 Luglio 2024
Una mattinata in Oltrepò Pavese, assieme all’immancabile amico e giornalista Valerio Bergamini, che si apre con la visita ad una delle aziende che si è imposta negli anni sul mercato di bollicine d’eccellenza, ma non solo: Monsupello.
Ci troviamo in località Torricella Verzate e ad accoglierci ci sono Laura e il fedele maltesino di quindici anni e mezzo, Pongo, oltre a Michele, che si occupa della gestione del magazzino e di parte della cantina. Assieme a loro andiamo a toccare con mano le caratteristiche principali di questa azienda famigliare.
Parlando di vigna troviamo cinquantatrè ettari vitati, che si estendono sia attorno al corpo principale dell’azienda sia sul versante opposto della collina, ma anche in altre zone del paese, oltre ad alcuni appezzamenti a Casteggio, Oliva Gessi, Pietra de Giorgi, Mairano e Redavalle. In aggiunta alle uve provenienti dai vigneti di proprietà, sono presenti anche alcuni conferitori storici del posto, con cui c’è un rapporto creatosi da anni, per l’acquisizione di uve di qualità. La maggior parte degli appezzamenti si trova in zone collinari, talvolta ostiche per le lavorazioni, con una media di altitudine che va dai trecento ai quattrocentocinquanta metri sul livello del mare.

La gestione delle vigne si può riassumere con la volontà di mediare tra la protezione della natura, ma anche la preservazione del frutto finale. Per fare ciò si lavora con un costante monitoraggio dei vigneti, volendo impattare il meno possibile con i trattamenti, avendo adottato da ormai qualche anno il protocollo di lavorazione proposto da un consulente enologo friulano. Da sempre non si utilizzano diserbanti e si mantengono i filari inerbiti, anche per favorire le lavorazioni ed impedire possibili piccoli smottamenti, trattandosi di terreni collinari. La maggior parte dei substrati in cui crescono le piante dell’azienda Monsupello sono di conformazione calcarea, tufacea e gessosa, così da regalare note molto minerali e sapide ai vini finali.
Le uve si raccolgono tutte manualmente in cassetta, per poi essere portate in cantina. Proprio nella prima area dello stabile, dove è stata costruita in diverse tranches, conosciamo Ullah, un ragazzo pakistano che fa parte del team Monsupello. L’azienda da qualche anno partecipa ad un progetto di reinserimento lavorativo fondato da don Pietro Sacchi, denominato Terre di Mezzo, dedicato ai ragazzi del carcere di Voghera, giunti alle fasi finali della propria pena.
Lo scorso anno sono state coinvolte circa una ventina di persone per la vendemmia, coordinate dai propri tutor e si è deciso di assumere Ullah, trovandogli anche casa nel centro del paese, dove potrà vivere con la moglie e i due figli.
Con le uve raccolte da questi ragazzi si ottiene un vino, per lo più a base di Müller Thurgau, denominato lo “Sprigionato, in Vino Libertas”. Bottiglie che vengono poi donate all’associazione come forma di compenso per la manodopera.
La cantina è stata costruita un po’ per volta negli anni ed è una sorta di labirinto che comincia con un primo spazio dedicato allo stoccaggio, sia di vini già pronti per la vendita, sia di bottiglie ancora “nude” e da etichettare.
Cambiando sala si possono trovare le autoclavi ed alcune vasche in acciaio, utilizzate sia per le fermentazioni sia per alcuni affinamenti. Nella parte inferiore ci si imbatte nel cemento, con vasche di diversa portata, dai cinquanta ai trecentocinquanta ettolitri, risalenti a qualche decennio fa, ma ancora oggi adoperate per alcune delle referenze prodotte.
Proseguendo il percorso c’è un’alternanza di legno, acciaio e spazi per lo stoccaggio, soprattutto di Metodo Classico, ancora da sboccare. Queste riposano sui lieviti fino ad un massimo di centoventi mesi, per poi essere posizionate sulle giropalette e sboccate, da una ditta esterna. Oltre alle varie zone di stoccaggio è stato necessario acquisire un capannone a Santa Giuletta, per far riposare gli Spumanti, ad oggi metà della produzione totale di Monsupello, che si attesta sulle trecento/trecentotrenta mila bottiglie per anno. Parlando di legno, invece, il formato utilizzato è principalmente la barrique, di origine francese e diverso passaggio.
Riemersi dalla labirintica cantina, ci spostiamo nella sala degustazioni, al piano superiore, adiacente agli uffici dell’azienda, dove ci tuffiamo all’interno della storia di questa iconica realtà dell’Oltrepò Pavese.
Ufficialmente l’anno di nascita di Monsupello viene individuato nel 1983, come riportano le etichette, anche se, durante un incendio avvenuto qualche anno fa, si sono trovati alcuni documenti che testimoniano che l’avo Ercole Boatti, si occupava già della compravendita di terreni agricoli nel comune di Torricella Verzate, facendo così slittare le varie generazioni.
Tornando però alla data individuata come quella ufficiale di fondazione aziendale, troviamo la prima generazione “moderna” della famiglia Boatti in Maria e Gaetano Boatti, che, ad inizio 1900, portavano avanti diverse colture nell’ottica di sussistenza, barattando i frutti della propria produzione o commercializzandoli a bordo dei carri trainati da cavalli, per guadagnare alcuni spiccioli.
Tra le varie colture era presente anche la vigna, che, come il resto della produzione, era destinato alla vendita e alla sussistenza, dando in questo modo terreno fertile alla passione per la viticoltura del figlio Carlo, classe 1932. Carlo, dopo gli studi a Milano, è tornato nelle terre natali, sia per aiutare la famiglia nella coltivazione dei terreni, ma anche alternando i lavori di assicuratore e produttore di elettrodomestici.
La passione per il mondo enologico ha iniziato sempre di più ad appassionare Carlo, il quale, con il suo spirito filosofico e visionario, ha fiutato la necessità di raccontare quel mondo con passione e precisione, avendo la pazienza di aspettare un prodotto frutto del tempo. Il suo investimento è stato in controtendenza a quanto si faceva in Oltrepò negli anni cinquanta e sessanta, che prevedeva la vendita del vino in damigiana, studiando il Pinot Nero e producendo quasi esclusivamente Metodo Classico. Una passione per le bollicine condivisa con l’amico Duca Giuseppe Antonio Denari, al timone dell’azienda Santa Maria della Versa, di cui Carlo Boatti era consulente.
Al fianco di Carlo, dal 1969, la moglie Carla Dallera, che ha completato il puzzle aziendale, svolgendo da sempre un ruolo più amministrativo, di pubbliche relazioni e commerciale.
Nel corso degli anni, proprio il lato commerciale cominciava a dare soddisfazione sia a livello locale, dove Carlo teneva ad essere in prima linea, sempre a bordo della sua lambretta con la scritta Tango (suo soprannome, proveniente dalla passione per questo ballo), sia a livello internazionale, con viaggi per scoprire cosa stava succedendo sia oltre oceano, sia in casa dei cugini francesi.
L’azienda ha da sempre creduto nella comunicazione e nella promozione dei propri vini, arrivando a farsi conoscere da Veronelli, non con una bollicina, ma con il vino “Podere la Borla”, blend di Barbera, Croatina e Pinot Nero, provenienti dalla stessa vigna e vinificati tutti assieme. Questa bottiglia è stata inserita nel primo numero della guida di Veronelli, uscita in edicola.
Carlo Boatti ha da sempre creduto nel suo territorio, essendo stato anche uno dei membri fondatori del Consorzio di Tutela dei Vini dell’Oltrepò.
La terza generazione Monsupello è rappresentata da Pierangelo e Laura, fratello e sorella che hanno da sempre affiancato il padre nella produzione del vino. Pierangelo è stato allievo diretto di papà Carlo, oltre ad alternare esperienze produttive in Francia e commerciali in Italia, mentre Laura ha imparato il tutto, quasi per simbiosi, grazie all’ascolto di papà. Il primo oggi gestisce la rete commerciale, composta da circa centotrenta agenti diretti, oltre ad essere lo chef de cave, essendo sua l’ultima parola sui vini, mentre Laura si occupa di pubbliche relazioni, marketing, accoglienza, mettendo in luce le sue doti più creative. C’è da sottolineare che mamma Carla, pur avendo superato la soglia dei novant’anni, è ancora presente in azienda e non si fa sfuggire nessun particolare, sia contabile, ma anche nel presidio di quanto succede quotidianamente. A tendere potrebbe esserci anche una quarta generazione, con Carlotta, figlia di Laura che, oltre ad essere una nuotatrice professionista, ha studiato agraria e comunicazione e, dopo alcune esperienze esterne che oggi sta svolgendo, potrebbe tornare in azienda a lavorare con la famiglia.
L’accoglienza della famiglia Boatti ti fa sentire a casa, con il tipico salame dell’Oltrepò, pane, pizzette artigianali e una selezione di formaggi che comprende: una toma di capra, il Montebore di Mongiardino, un erborinato e uno stracchino verde. Piccola parentesi sul Montebore: è stato il formaggio servito sulla nobile tavola del matrimonio di Gian Galeazzo Visconti e Isabella di Aragona, con i suoi tre strati sovrapposti, rassomiglianti ad una torta nuziale. Si narra che il consulente per il menù dell’evento fosse Leonardo da Vinci, il quale ha ritratto la Monna Lisa del Giocondo, che si presuppone essere la stessa Isabella d’Aragona.
Prima di avventurarci negli assaggi scopriamo che il nome Monsupello deriva da un podere dell’azienda, situato in collina, riprendendo etimologicamente questa parola che significa “altura”. Proprio lì passa la Strada del Monsupè, percorsa dal Beato Luigi Versilia, per raggiungere il santuario della passione di Cristo, simbolo della famiglia. All’interno della famiglia Boatti c’è un ramo che si è dedicato alla vita ecclesiastica, con una serie di monsignori, mestiere che ha rischiato di fare anche papà Carlo.
Per degustare al meglio tutta la gamma dei vini dell’azienda sarebbe forse necessaria una settimana, essendoci trentadue etichette, più una doppia annata del Riesling Renano, facendo così emergere il carattere costantemente effervescente dei Boatti, mai immobili sperimentatori. Monsupello si è sempre più affermata negli anni con le sue bollicine, che vedono: il Nature Pas Dosè; un Brut; Brut Millesimato; tre vini a base 90% Pinot Nero e 10% Chardonnay; Brut Rosè, 100% Pinot Nero; Blanc de Blanc, Extra Brut a base di Chardonnay, dedicato alla Signora Monsupello, Carla Dallera Boatti; la Cuvée de Cà del Tava Brut (che prende il nome da una delle prime abitazioni della famiglia), con un 60% di Pinot Nero, 20% Chardonnay affinato in solo acciaio e 20% Chardonnay che riposa in barrique. Ovviamente non ci si è risparmiati con i vari affinamenti sui lieviti, più o meno lunghi, ma vedremo durante gli assaggi quelli che rappresentano una sorta di “standard aziendale”. Nel corso degli anni è stata prodotta anche una Riserva dedicata a Carlo Boatti, lasciata sui lieviti centoventi mesi, di cui ne rimane qualche bottiglia come scorta personale della famiglia.
Ulteriori due bollicine sono rappresentate dalla linea “Germogli”, frizzanti a base Pinot Nero, in bianco e in rosè, vinificati in autoclave e proposti sul mercato come figli dei Metodo Classico, di più immediata e semplice beva. Tra i bianchi troviamo il Riesling Renano; Pinot Grigio; Sauvignon Blanc; Chardonnay, Müller Thurgau e Chardonnay “Senso”, fermentato ed affinato in barrique, per poi passare al mondo dei rossi vivaci, tra cui Bonarda “Vaiolet”; Barbera “Magenga” e un blend di uve a bacca rossa, “Great Ruby”. Il mondo dei rossi fermi si apre con una Barbera più giovane, affinata in solo acciaio “Che Barbera!”, per poi incontrare la Barbera “I Gelsi”, affinata in legno; Nebbiolo (Barbera e Nebbiolo sono state le prime uve trovate negli appezzamenti vitati, all’inizio della storia dell’azienda); Bonarda “Calcababio”; “Podere la Borla”, il Rosso Oltrepò a base di Barbera, Croatina e Pinot Nero; Merlot “Monsupè”; un secondo Merlot dedicato a Gianni Brera “Cipperimerlo’T”, Cabernet Sauvignon “Aplomb”; Cabernet Sauvignon “Tangowine”; Pinot Nero “Junior”, affinato in solo acciaio; un secondo Pinot Nero “3309”, affinato in legno, e “Rosso Mosaico”, con uve Barbera e Croatina. Conclusione con tre vini dolci, Moscato “Feeling”; “Dolcecarlotta”, Croatina e Moscato da uve appassite (Moscato, Chardonnay, Semillon e Muscat) “La Cuenta”.
Raggiunti anche da Pierangelo Boatti cominciamo il nostro focus sulle bolle con il Brut, a base 90% Pinot Nero e un 10% di Chardonnay, affinato trentasei mesi sui lieviti. Il vino che più rappresenta Laura e la sua personalità di mediatrice, il quale si presenta al naso con sentori delicati, un tocco di confetto, nota di mentuccia, per un palato dalla buona spalla acida, bolla fine, buona mineralità e sapidità, equilibrato e con una discreta persistenza.
La seconda bolla Monsupello è il Pas Dosè Nature, anche in questo caso affinata trentasei mesi sui lieviti, la quale regala note più gessose, che fanno trasparire la sua grande mineralità, un leggero tocco di confetto, e una costante nota di erba aromatica. In bocca entra più dritto e pungente, con una bolla molto fine, più spalla acidità, sapidità, mineralità e buona persistenza. Il Nature è la bollicina che Carlo Boatti beveva con gli amici o con le persone che gli andavano più a genio e oggi questo vino rappresenta il figlio Carlo.
Passiamo al Rosè Brut 100% Pinot Nero, sboccato in questo caso dopo ventiquattro mesi, a causa della grande richiesta di mercato, pur essendo il progetto originario di quarantadue mesi. Al naso regala note di fragolina di bosco delicata, sanguinella, un tocco pietra bagnata, erba aromatica, origano e leggera balsamicità. In bocca entra dritto, fresco, pungente, con una buona sapidità e mineralità e un grado alcolico di 13,5%, ben bilanciato.
Per quanto riguarda le bollicine Metodo Classico le uve, raccolte manualmente, si pressano ad una pressione inferiore agli 0,2 Bar e c’è da sottolineare che tutti i mosti vengono chiarificati in maniera statica, con un paio di sfecciature, per poi alzare la temperatura ed inoculare il pied de cuve, procedendo alla fermentazione con una temperatura di diciotto gradi. Dopo un travaso si lascia il vino sulle proprie fecce fini, abbassando la temperatura e aggiungendo poca quantità di solforosa. Fino a maggio si effettuano periodici battonage e rimontaggi, per poi procedere con i tagli e gli imbottigliamenti. Ovviamente è scontato affermare che non c’è un protocollo e si segue quanto offre ogni annata.
Continuiamo la carrellata delle bolle con lo Chardonnay Extra Brut, con una base che per il 60% affina in acciaio e un 40% in legno, di primo, secondo e terzo passaggio. I mesi di affinamento sono cinquanta, per regalare note di agrume, frutta tropicale, spezia, frutta secca, vaniglia, micetta, polvere da sparo, un tocco ossidativo, per entrare in bocca sempre teso e fresco, sicuramente più tondo, ma comunque ricco in mineralità, sapidità e buona persistenza.
Altro aneddoto è inerente alla “cravatta” che riveste il collo delle bottiglie Monsupello, appena al di sotto della capsula. Fin dagli inizi dell’attività spumantistica è stata utilizzata una cravatta che si concludeva con una sorta di fiocco, molto simile ad un’azienda di Champagne. Negli anni è stata sfiorata una guerra giudiziaria, che si è prevenuta cambiando la forma di tale rivestimento, così da evitare infinite battaglie legali.
È il turno del Millesimato Brut, annata 2017, anche in questo caso blend di 90% Pinot Nero e 10% Chardonnay, a cui viene aggiunta una liqueur più importante, ricetta segreta dell’azienda. Questo vino è prodotto secondo un disciplinare definito da papà Carlo Boatti, ovvero il “Metodo Classese” (quando la parola champenoise è diventata un tabù), il quale prevedeva che ci fossero almeno l’80/85% di uve Pinot Nero, un affinamento di almeno cinquanta/sessanta mesi sui lieviti, che la produzione fosse esclusivamente all’interno dell’area dell’Oltrepò Pavese e che in termini di degustazione passasse almeno la soglia degli ottanta centesimi. Vino che si presenta al naso con sentori più pieni, di crosta di pane, leggera pasticceria, un sottofondo di fragolina e una spinta verso il miele. In bocca è decisamente più pieno, ma, anche in questo caso, vengono mantenute le note legate alla freschezza, bolla precisa, con una buona spalla acida, mineralità, sapidità e maggiore persistenza.
Concludiamo le bollicine con il “Cà del Tava”, vino che rimane sui lieviti almeno ottanta mesi (anche se questa bottiglia ne ha fatti novanta), ottenuto da uve Pinot Nero per il 60%, 20% di Chardonnay, affinato in acciaio e il rimanente 20% di Chardonnay affinato in legno. Un vino che è nato nel 1997, dalla prima vigna di famiglia, appartenuta al bisnonno Gaetano, in quale si presenta con note più evolute ma delicate, dove troviamo anche uno spunto di ostrica, salmastro, tocco di gesso e pietra bagnata, per un sorso tondo, sempre caratterizzato da una buona spalla acida, buon corpo, quasi grasso e maggiormente opulento, per una buona persistenza.
L’azienda Monsupello è ricca di aneddoti ed è da sempre stata in prima linea su idee innovative, sia di vinificazioni, sia di progetti legati al mondo enologico. È fondatrice di “VIDE”, un’associazione che racchiude i Viticoltori Italiani D’Eccellenza e mamma Carla è stata una delle socie fondatrici delle Donne del Vino.
Dopo aver assaggiato le bollicine un bianco ci porta a concludere il percorso di scoperta dell’azienda Monsupello, lo Chardonnay “Senso”, annata 2020, affinato per circa un anno in barrique di più passaggi. Questo vino, mescolato alla bolla Brut, in una sorta di cocktail o “piscina” come viene chiamata in famiglia, è stato fonte di ispirazione per la produzione del Metodo Classico meno dosato. “Senso” è un vino che coinvolge tutti i sensi, con la sua ricchezza al naso ed in bocca, facendo scoprire quello che papà Carlo definiva come una scoperta dell’interiorità e di andare oltre alle cose. Un naso che regala note tropicali, di agrume, cedro, tiglio, pepe, bianco, micetta, polvere da sparo e miele, per un sorso intenso, pieno, ma comunque dritto, con una discreta acidità, buona mineralità, sapido, “grasso” e persistente.
Un incontro che possiamo considerare la prima tappa di un viaggio per scoprire dall’interno la famiglia Boatti e l’azienda Monsupello, che sicuramente vedrà un “episodio due”, durante il quale approfondire anche i vini fermi di questa realtà dai mille aneddoti e sfaccettature.
Nel frattempo maglietta numero 351 a Laura e Pierangelo.


