Un altro viaggio tra generazioni nell’azienda Giacomo Fenocchio, Monforte d’Alba (Cuneo)

Giacomo Fenocchio, un’immersione in questa realtà in compagnia della quarta e quinta generazione aziendale, Claudio ed Eleonora

11 Aprile 2024

Ci troviamo a Monforte d’Alba, all’interno dell’azienda Giacomo Fenocchio, dove ci immergiamo fin da subito nella cantina, costruita nel 1999 e ampliata nel 2021. In compagnia di Claudio ed Eleonora, rispettivamente quinta e, ufficiosamente, sesta generazione dell’azienda andiamo a scoprire i diversi vasi vinari, che si dividono nei due ambienti principali della struttura. Dall’acciaio passiamo alle botti grandi di legno, ma non possono non balzare all’occhio due anfore di ceramica, acquistate nell’agosto del 1943, da papà Giacomo, oggi tornate decisamente alla ribalta.

Per quanto riguarda i vini più semplici come Dolcetto, Barbera, Freisa, Nebbiolo le macerazioni sono decisamente più brevi e l’affinamento avviene in parte in acciaio e in parte in botte grande, per circa sei mesi. Tendenzialmente l’Arneis, vino bianco protagonista dell’azienda, viene fatto fermentare con lieviti selezionati, mentre per i rossi il processo è spontaneo. La macerazione dei Barolo dura circa una quarantina di giorni, mentre per le riserve si arriva a novanta, per poi affinare trenta/trentadue mesi in botte grande. Giusto per un paio d’anni, all’inizio del 2000, si sono fatte fermentare le uve di Nebbiolo atte a Barolo in tini troncoconici, abbandonati nell’immediato, per passare all’acciaio, che garantisce maggior freschezza e pulizia.

Curiosità è che un tempo la produzione di Dolcetto la faceva da padrona, con circa ventimila bottiglie per anno, che oggi sono passate a circa sei/sette mila.

Cominciando la nostra avventura in cantina non potevamo non “rubare” qualche assaggio dalle botti, quali il Barolo Villero 2023, che denota una certa prontezza, principalmente al naso, pur essendo ancora scalpitante al palato. La scorsa annata è stata piuttosto calda e siccitosa, facendo concludere la vendemmia a fine settembre, almeno quindici giorni prima delle annate “più normali”. Non che il 2024 sia un’annata del tutto normale, poiché siamo circa un mese in anticipo nel ciclo vitale della pianta, rispetto agli anni scorsi.

Passiamo al Barolo Bussia 2022, che si presenta più maturo al naso con sentori già tendenti al sottobosco e un anticipo di quello che sarà un altro Barolo frutto di un’annata molto calda. Niente a che vedere con lo stesso vino dell’annata precedente, che al naso tende comunque al fungo, ma in bocca risulta più teso e verticale, per un 2021 che si potrà bere anche nel corso degli anni, facendolo riposare più tempo in bottiglia.
Dalla stessa vigna la Riserva 2021, frutto di una più lunga macerazione, vino che si presenta con sentori più scuri al naso e un tocco di rabarbaro. Il suo affinamento sarà di un anno in più in botte grande, anche per integrare al meglio la sua verticalità, spalla acida e tannino scalpitante.

Ritornando alla prima sala, dove affinano una parte di Barolo in botte grande, ci accomodiamo al tavolo delle degustazioni per approfondire la storia di Giacomo Fenocchio. La famiglia di Claudio arriva in queste zone nel 1840, cinque generazioni fa, acquistando la prima casa e qualche ettaro di vigneto, nella zona della Bussia, con cui produrre una modesta quantità di vino venduto sfuso o in damigiana, alle famiglie limitrofe e al mercato locale. Quella di un tempo era un’azienda agricola a tutto tondo, con una parte dedicata ai seminativi, l’allevamento del bestiame e le immancabili nocciole.

Giacomo Fenocchio, classe 1923 era figlio della prima guerra mondiale ed è stato l’unico a fermarsi nella casa natale, mentre i fratelli più giovani avevano intenzione di dedicarsi a sbocchi più redditizi e stabili nella fiorente economia piemontese. Negli anni si cimentò in una piccola produzione di vino e, terminata la seconda guerra mondiale, iniziò anche qualche partita di imbottigliamenti, con la prima bottiglia datata 1947, anno in cui parte ufficialmente la storia di papà. Il ricordo di Claudio va agli aneddoti degli anni sessanta e settanta, quando arrivavano i primi turisti dalla Germania e Svizzera, che, a bordo dei loro Mercedes, si fermavano nel cortile dell’azienda e suonavano il clacson per farsi aprire. Papà Giacomo e mamma Elsa li ospitavano per tutta la giornata, tra visita in cantina, alle vigne e l’immancabile merenda, per poi caricargli le auto di vino, che quasi andavano su due ruote da quanto erano piene. I vini più gettonati erano Dolcetto e Barbera e il Barolo veniva dato come omaggio a chi acquistava un’ingente quantità delle precedenti referenze.

L’ingresso in azienda di Claudio è stato, tristemente, anticipato, poiché papà Giacomo, in una giornata del 1989 è andato con il figlio a lavorare in vigna e non è più tornato a casa.

Claudio si è trovato, così, a prendere in mano quella che era l’azienda di famiglia, in anni in cui il mondo del vino e del Barolo in particolare stava cambiando. Erano i tempi delle rivoluzioni sul metodo di produzione di questo vino, di correnti di pensiero innovative e mode alla francese e le decisioni sul da farsi non erano così semplici da prendere. Il suo grande maestro è stato comunque il padre e non si è voluto abbandonare il suo percorso di insegnamento, rimanendo fedeli alla produzione del Barolo come voleva la tradizione. Sicuramente con molti dubbi si è tenuta salda la strada più classica, trovando il sostegno dei mercati più tradizionali, rimboccandosi le maniche, grazie anche al supporto del fratello Albino (protagonista dell’azienda, rimasto sempre più in disparte, dedicandosi principalmente alla campagna), così da sventare la corrente della nuova moda.

Oggi troviamo anche una sesta generazione, rappresentata da Letizia, che sta proseguendo gli studi e collabora più nella comunicazione dell’azienda e Eleonora, la quale, dopo gli studi alla scuola enologica di Alba, ha iniziato a toccare con mano questo settore, partendo dalla Toscana, per poi spostarsi in Australia sette mesi, in Oregon e in Sudafrica, fino a tornare a casa ed essere impegnata, per ora, principalmente in cantina.

Ad oggi si contano diciotto ettari vitati che, dalla cantina e dall’abitazione di famiglia, si possono vedere praticamente tutti a vista d’occhio. Oltre a Nebbiolo, Barbera, Freisa e Dolcetto, si contano tre ettari vitati di Arneis, oltre a seimila metri di Nebbiolo in Roero, al fine di sperimentare questa varietà che in quelle zone da un prodotto più morbido, decisamente interessante per essere blendizzato con i Nebbioli di Langa.
La vigna è condotta nel rispetto di un’agricoltura biologica, pur non avendo alcuna certificazione. Non si utilizzano diserbanti ne concimi chimici, se è necessario si interviene con sostanza organica, come nel caso della vigna nel Roero, dove, lo scorso anno, le nuove piante sono state aiutate da ottocento quintali di letame. Talvolta si riflette sull’utilizzo di rame e zolfo, che, in annate come la 2023 o la 2014, avrebbero richiesto un utilizzo molto elevato, risolto da un paio di trattamenti convenzionali.

Le bottiglie prodotte dall’azienda Giacomo Fenocchio sono circa centodiecimila per anno, di cui poco meno di metà sono di Barolo, producendo quatto Cru (Cannubi, Castellero, Villero, Bussia), un Barolo Riserva, con uve provenienti da Bussia e un Barolo che è il riassunto di uve Nebbiolo dei terreni di Monforte d’Alba, Castiglione Falletto e Barolo.

Il primo vino assaggiato è il Barolo Cannubi 2020, che presenta sentori delicati al naso, di piccoli frutti rossi, molto floreale, con un tocco di arancia sanguinella e rabarbaro, spunto di rossetto e un fine e leggero sottofondo di sottobosco. In bocca entra gentile ed elegante, con un tannino delicato, discreta spalla acida e mineralità, buona sapidità e discreta persistenza Le bottiglie prodotte sono circa tremila per anno, ottenute dalle uve dell’appezzamento in zona Cannubi Boschis, che presenta una maggiore presenza di sabbia rispetto a tutta la zona di Cannubi. “Ricordiamo che è nato prima il Cannubi del Barolo!

Passiamo al secondo Cru, Castellero 2020, una delle quattromilacinquecento bottiglie circa, prodotte per anno. Posizionato specularmente a Cannubi Boschis, i terreni su cui sorge questo vigneto sono sempre ricchi di sabbia, che si trasforma in una materia più giallastra e grossolana. Questo vino al naso presenta note più speziate e un tocco di grafite, che alternano un pot-pourri di fiori rossi. Al palato un corpo leggermente maggiore, discreta sapidità, con un tannino più marcato, pur mantenendo una buona eleganza e discreta persistenza.

Dai terreni argillosi di Villero, a Castiglione Falletto, un assaggio di una delle settemila bottiglie di questo Cru, sempre annata 2020, dove troviamo un naso che si sposta più sul sottobosco, con frutti più neri rispetto al precedente e, anche in questo caso, un tocco di grafite, oltre al cacao, In bocca una maggior sapidità, un corpo che si fa più robusto, aumentando anche in persistenza e trama tannica.

Il quarto Barolo 2020 assaggiato è quello proveniente da Bussia, dove troviamo la produzione più grande dei vini Giacomo Fenocchio, su un’area di dieci ettari (di cui sei sono coltivati a Nebbiolo atto a Barolo). Bussia è situata nella collina parallela a Villero, nella quale troviamo, però, meno sabbia e una più importante quantità di argilla e limo. Molto simile al precedente, notiamo, però, più note erbacee e maggiore sottobosco, per un corpo ancora più robusto, tannino che si fa sentire e buona persistenza.

Tutto questo è frutto della magia della distanza del Nebbiolo”.

Concludiamo in bellezza con una delle cinquemila bottiglie di Riserva Bussia, annata 2018, all’interno della quale i sentori si caricano leggermente, pur mantenendo la freschezza del frutto. La frutta rossa è ben presente ma si denotano ancora di più le tracce di sottobosco, i sentori erbacei, ma anche le note di spezia dolce. In bocca ha una certa importanza, pur mantenendo beva, freschezza, eleganza, con un tannino che si fa sentire, ma non disturba e una decisa persistenza.

Un ringraziamento Claudio ed Eleonora Fenocchio, che meritano la maglietta numero 329!

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