Al confine tra Liguria e Toscana nell’azienda Il Torchio, Castelnuovo Magra (La Spezia)

Prima tappa in Liguria, al confine con la Toscana, per immergerci nell’azienda Il Torchio guidata dal 2012 dai fratelli Gilda e Edoardo Musetti

07 Luglio 2023

Siamo al di sotto del paese di Castelnuovo Magra in compagnia di Gilda Musetti, che assieme al fratello Edoardo conduce l’azienda Il Torchio.

Ci immergiamo subito tra i vigneti per approfondire la storia di questa piccola realtà famigliare cominciata da nonno Giorgio negli anni sessanta con una conduzione “artigianale e contadina”, che si è ben presto lasciata travolgere dalle innovazioni tecnologiche e chimiche che sono imperversate con lo sviluppo economico ed industriale. Un grande salto generazionale, che ci porta al 2012, anno in cui Giorgio ci ha lasciati e ha fatto riflettere i due nipoti sul da farsi. Gilda a quei tempi indossava la toga, mentre Edoardo aveva appena iniziato a studiare enologia e il desiderio di entrambi era quello di portare avanti la realtà lasciata in eredità. In prima battuta la decisione era orientata a gestire l’azienda part-time, ma già dopo qualche mese Gilda ha lasciato l’attività lavorativa ed Edoardo gli studi, per dedicarsi a pieno a questo mestiere, quasi sconosciuto per entrambi, visto che il nonno, uomo d’altri tempi, non era solito condividere o insegnare il suo mestiere. Della vecchia realtà è stato mantenuto solo il nome, “Il Torchio”, tramandato dal nonno e ancora prima dai bisnonni, che erano più concentrati sulla produzione di olio, che a quei tempi veniva torchiato in maniera casalinga. Il vino non era così popolare e, soprattutto agli inizi del ‘900, senza un grande valore d’acquisto.

Un piccolo inciso del passato che ricorda Gilda dai racconti dei famigliari e degli anziani del posto è che un tempo il vino bianco era dedicato ai proprietari terrieri, mentre il rosso, ottenuto da uve rosse, ma anche dallo “strizzo” (seconda torchiatura) del bianco, era quello che bevevano i mezzadri. Ancora oggi nonna Vanna quando ha voglia di un bicchiere non chiede mai il bianco, ma sempre un vino rosso.

Inizio in salita, con la voglia di apprendere quanto veniva portato avanti Giorgio, ma in un’ottica più alternativa e sentita, con metodologie che appartenevano al passato, senza denigrare gli studi moderni. Dopo la perdita del nonno si è presentato quasi subito un consulente proponendo un protocollo enologico per la produzione del vino, episodio che ha fatto ancora di più capire ai due fratelli che non era assolutamente quella la strada corretta da prendere. Un impulso interiore li ha portati a frequentare corsi alternativi, confrontarsi con produttori “non convenzionali” per poter imparare tecniche diverse da quelle imposte dall’industrializzazione.

Oggi troviamo sei ettari vitati con un corpo principale dove si trova la cantina, un anfiteatro naturale di circa tre ettari e mezzo, ed un secondo appezzamento di circa due ettari e mezzo al di là di un boschetto, sempre di proprietà dell’azienda. Salendo nella parte più alta del vigneto si può godere, oltre che della costante brezza che accarezza queste terre, di una vista sul parco naturale del Monte Marcello e sulla Val Magra, che prende il nome dal Fiume Magra che qui vi scorre.

La vigna è il punto di partenza dell’attività de Il Torchio ed è proprio da qui che Gilda ed Edoardo sono partiti per poter esprimere negli anni la loro filosofia. L’imperativo è “riportare e non togliere”, riportare quello che un tempo veniva sottratto alla natura, impattando sulla durata della vita della pianta guadagnando su una resa maggiore e più immediata. Oggi la conduzione sposa la biodinamica, con pratiche che non hanno una ricetta, ma si cerca il più possibile di rispettare la terra e l’ecosistema. L’operazione più importante di questo decennio è stata quella di recuperare i vigneti ereditati, dandogli una nuova vitalità, modificandone così il concetto produttivo. Si può notare come ogni sotto-fila sia ricoperto da paglia che subisce una pacciamatura e, toccando il terreno con mano, si sente una temperatura molto più fresca di quella della terra esposta al sole. L’erba non viene sfalciata e talvolta si semina del sovescio a filari alterni, anche se questo negli anni è diventato sempre più spontaneo, essendoci preziosi alleati, come le api, che distribuiscono le infiorescenze. I trattamenti si effettuano con rame e zolfo, oltre a decotti di ortica ed equiseto; si adottano i preparati biodinamici 500 e 501 (anche se quest’ultimo nel 2022 non è stato necessario) e si utilizza un compost ottenuto da stallatico di cavallo o asino di allevamenti certificati BIO oltre agli scarti delle lavorazioni, lasciato riposare al fresco del vicino boschetto. Parlando di biologico l’azienda Il Torchio è certificata, anche se non si applica l’apposito simbolo in etichetta.

C’è da dire che questa zona è una delle più piovose d’Italia e che anche qui la peronospora quest’anno si è fatta sentire, ma, grazie all’attenzione alla vigna e anche agli alleati della natura, come la brezza che arriva dal mare o il micro-clima mediterraneo o ancora, l’influenza del bosco, non ci sono stati danni ingenti.

Approfondendo il terreno troviamo un substrato abbastanza uniforme, con una parte bassa composta da argilla più compatta, talvolta di colore rosso e una parte più alta, circa settanta/ottanta metri sul livello del mare, che si arricchisce di scisto e rocce. C’è da sottolineare che, al di là del paese, si possono scorgere le Alpi Apuane, dove sono presenti numerose cave di marmo.

Ogni appezzamento ha il proprio nome, “Margherita”, “Estremo”, “Elle”, “Le Piane”, “Cipressi”, “Aeroporto”, “Casa”, “Nonno”, “Merlot”, “Sauvignon”, “Fausto” e le uve di ognuno, vendemmiate in diversi tempi, vengono vinificate separatamente, per poi trovare il blend più rappresentativo. Le varietà che si trovano sono state ereditate dal nonno: un 85% di Vermentino, Moscato e Sauvignon (tra le piante più vecchie), per le file dei bianchi; mentre quelle a bacca rossa: Merlot, Vermentino Nero, Syrah, Cabernet Sauvignon, Canaiolo e nella parte più bassa Sangiovese.

La filosofia che unisce vigna e cantina è quella di voler raccontare il territorio dei Colli di Luni che, fino a qualche anno, fa concentrava le vendite sul territorio locale, con un raggio chilometrico abbastanza limitato. Oggi si vuole promuovere questa terra in tutta Italia e anche all’estero, puntando sulla qualità e non su grosse quantità, essendo la produzione media di venticinque mila bottiglie, con punte eccezionali di trentamila nel 2020 o di annate poco generose come la 2021 e 2022 in cui si sono prodotte circa ventunomila bottiglie.

La cantina è composta da una sola stanza, dove riposano barrique e tonneau usati, ma nella parte esterna si possono trovare anche alcune botti in cemento, due pallò di ceramica provenienti da Impruneta e le vasche d’acciaio usate per avviare le fermentazioni, in maniera spontanea mantenendo una temperatura controllata che si avvicina a quella che possiamo definire “temperatura di cantina”, e per alcuni affinamenti. Tutta la produzione viene imbottigliata prima della vendemmia dell’anno successivo, visti gli spazi limitati, lasciando così riposare il vino in vetro per il periodo necessario.

Le etichette prodotte sono quattro: il Bianco, a base di Vermentino 100%, affinato principalmente in acciaio, ma dove si può inserire sporadicamente un tonneau e del cemento; lo “Stralunato” blend dei vini Vermentino, Moscato e Sauvignon, vinificati ed affinati separatamente tra tonneau e acciaio poi uniti in vasche di quest’ultimo materiale; “Lunatica”, il terzo bianco a base Vermentino con uve che macerano per circa otto mesi in pallò, un affinamento in legno e assemblaggio in acciaio (per comprendere la filosofia di affinamento de Il Torchio c’è da dire che l’annata 2021 uscirà nel 2024); infine l’unico rosso “Logorroioco” e prodotto assemblando le micro vinificazioni delle varie uve a bacca rossa presenti in azienda. “Ognuno fa il proprio percorso e poi li uniamo in questo blend che affina tra legno ed acciaio”.

Ogni etichetta ovviamente rappresenta un membro della famiglia, ma lascio scoprire a voi quali sono i volti d’ispirazione delle varie bottiglie.

Nella cantina è presente anche una piccola linea di imbottigliamento che, seppur vecchia, fa il suo lavoro, oltre che ad un magazzino, situato in un’altra area, di fianco al Garage del Vino, luogo dove avvengono le degustazioni. Essendoci trentacinque gradi esterni e poco meno interni gli assaggi sono stati di acqua, ma, grazie a Gilda e le bottiglie lasciate, la degustazione verrà fatta con calma e al fresco tra le mura casalinghe.

I ragazzi de Il Torchio sono partiti senza esperienza, ma anche senza pressing o ansie famigliari, non dovendo dare un continuum a dinastie di vignaioli e nemmeno dimostrare nulla ai vari parenti. Un’eredità che è stata ribaltata e rivoluzionata da cima a fondo a modo loro, anche perché quella volta la mamma, astemia, ha detto ai figli “se volete l’azienda queste sono le chiavi, ma vi dovete arrangiare”.

Sicuramente per il futuro ci saranno nuove migliorie e sorprese positive frutto dell’esperienza, ma intanto maglietta numero 269 per Gilda, curioso di assaggiare il vino portato a casa.

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