Tappa non prevista all’azienda Manincor a S. Giuseppe al Lago, Caldaro (Bolzano)

Una visita inaspettata all’azienda Manincor, di passaggio per il Lago di Caldaro, con un’accoglienza delle migliori da parte di tutto lo staff

29 Novembre 2024

Di passaggio a Caldaro, sulla strada del vino, per fermarci nell’azienda Manincor, una tappa non prevista, a causa dell’annullamento di un appuntamento, resa molto piacevole da tutto il team che ci ha accolti nel migliore dei modi.

Siamo all’interno di una realtà con radici storiche e un percorso quasi trentennale nella produzione di vino in bottiglia, affermandosi negli anni come una delle aziende più conosciute dell’Alto AdigeIn compagnia di Franzisca, che si occupa delle visite e del wine shop, andiamo ad esplorare una prima parte degli ambienti esterni, dove incontriamo la casa padronale della famiglia Enzenberg. Qui si può notare l’affresco rappresentante il simbolo dei Manincor, composto da una mano che stringe un cuore, all’interno di due ali, rappresentando anche la filosofia di lavoro che unisce il lavoro manuale e quello “fatto con il cuore”.

Per scoprire la storia di questi edifici e della famiglia che li abita e ne ha creato una tenuta vitivinicola, bisogna andare indietro di qualche secolo. Gli edifici storici sono stati costruiti nel 1608 da Hieronymus Manincor che, per i servigi resi all’Austria, aveva ricevuto dall’Imperatore un titolo nobiliare e alcuni terreni sul Lago di Caldaro. A far dipingere il simbolo citato poco fa è stato proprio Hyeronimus, la cui nipote, nel 1662, ha sposato un antenato del conte Enzenberg. Il nome Enzenberg compare per la prima volta in Alto Adige nel 1236 e la famiglia risiede in queste zone dal 1500 circa.

Uno dei capostipiti di questa famiglia Kassian Ignaz Enzenberg, insigne illuminista e riformatore del XVIII secolo, è stato registrato nelle matricole nobiliari tirolesi nel 1764 con il titolo di conte. Tornando al secolo scorso, dal 1978 la tenuta è divenuta proprietà degli Enzenberg e, nel 1991, il conte Michael Goëss-Enzenberg rilevò Manincor dallo zio. A quei tempi la tenuta conferiva le uve alle cooperative vinicole di Caldaro e Terlano. È testimoniato che la famiglia Enzenberg si occupa di viticoltura dalla fine del XVII secolo, con cantine a Terlano, Caldaro e nella località tirolese di Schwaz, ma dal 1996 ha iniziato ufficialmente la produzione di vino in bottiglia, con le prime sei referenze di Schiava, Moscato Giallo, Pinot Bianco, “Sophie”, “Mason” e “Cassiano”.

Nel 2004 è stata inaugurata anche la nuova cantina, costruita principalmente sottoterra, per non impattare sull’ecosistema originario, che riporta indietro nella storia.

Liberata Franzisca, per seguire un altro gruppo in visita, incontriamo il direttore, enologo ed agronomo, che dal 2008 porta avanti l’azienda assieme alla famiglia. Con lui andiamo a scoprire i principali dettagli di Manincor, che oggi conta cinquantadue ettari vitati di proprietà, oltre a tre conferitori piuttosto storici da cui acquista l’uva prodotta da un’altra decina di ettari.

Gli appezzamenti si dividono in diverse aree, tra cui trenta ettari a corpo, limitrofi al Lago di Caldaro, dove sono presenti la Schiava, il Lagrein e i bordolesi, oltre al Moscato, incontrando terreni morenici, con zone più o meno ricche di depositi calcarei e di roccia dolomitica, pur essendoci una base porfirica in profondità. Dodici ettari sono a Terlano, dove crescono le varietà a bacca bianca, come Pinot Bianco, Chardonnay e Sauvignon, in substrati di origine vulcanica, con porfido macinato e sabbioso.

Altri dieci ettari sono situati tra le colline di Caldaro, caratterizzate da un substrato principalmente morenico, sempre misto, con rocce tonde, sia granitiche sia porfiriche che sono state negli anni trasportate in questa zona, oltre ad un deposito calcareo dolomitico. Qui si trovano per lo più Pinot Nero, Pinot Bianco e Sauvignon.
Possiamo affermare che nelle zone più in prossimità del Lago di Caldaro c’è una maggiore prevalenza di calcare, mentre salendo tra le colline si incontra una maggior quantità di roccia morenica mista.

Manincor è certificata Bio dal 2008 e dallo stesso anno lavora in maniera biodinamica su tutta la proprietà (anche negli approvvigionamenti delle uve dai colleghi vignaioli) utilizzando solo prodotti di copertura, quali rame e zolfo e i vari preparati e infusi di tè, ortica, equiseto. L’azienda fa parte dell’associazione respekt-BIODYN, assieme ad altre trentacinque realtà, dall’Italia, alla Francia, Slovenia, Germania, Austria.

Il clima in questa zona è piuttosto caldo d’estate, ma sempre ventilato, grazie alla brezza fresca che arriva sia dalla montagna, precisamente dal Monte Mendola, sia dal Lago di Garda.

Lo scopo ultimo è quello di portare in cantina uva matura e sana, per procedere con una trasformazione semplice e spontanea, al fine di ottenere le espressioni sia della varietà sia della zona dove cresce. L’uva arriva in cantina in bins o cassoni e viene raffreddata per qualche ora o per un’intera notte. Ogni parcella fermenta in una propria vasca, che tendenzialmente è di legno o acciaio, senza aggiungere solforosa in questa fase. Dando uno sguardo alla cantina si può notare una prima area con vasche troncoconiche in acciaio e alcune barrique dove avvengono i primi passaggi di alcune masse. Dopo un’accurata cernita le uve a bacca bianca si pressano direttamente, mentre quelle a bacca rossa si lasciano nei serbatoi di fermentazione, regolando le temperature. Nell’area sottostante sono presenti alcuni tini di legno, dove si trasferiscono le masse per caduta. Solitamente quasi tutte le uve a bacca rossa fermentano in tini di legno troncoconici, diraspate o con una percentuale di raspi, dipendentemente dall’annata. Solo in una fase avanzata e solo se necessario si interviene con una minima parte di bisolfito, necessario per la protezione di vini che sono destinati ad avere un’ottima durata nel tempo.
Nella parte più sotterranea della cantina si trovano anche quattrocento barrique, destinate all’affinamento di una gran parte delle referenze Manincor, utilizzando sia contenitori prodotti con legno di proprietà (possedendo un bosco a corpo e un paio in Austria), sia legno francese. Le barrique si utilizzano per cinque anni e se ne cambiano ottanta per anno. La parte più moderna della cantina è stata collegata con l’area più storica, da dove hanno preso vita le prime vinificazioni, oggi dedicata principalmente all’affinamento di vini bianchi in botte grande, sempre ottenute con legni per lo più di proprietà e realizzati da una famosa azienda austriaca, dopo aver fatto maturare le doghe per almeno due anni, sui tetti della proprietà.
Curiosità è che uno dei boschi da dove proviene il legno è ben visibile dall’area esterna dell’azienda, situato proprio sopra al Lago, dove sorgono anche le rovine di un castello, proprietà di famiglia.

Le bottiglie prodotte per anno sono circa trecentocinquanta/quattrocento mila, se tutto va bene, 60% rossi e 40% bianchi, e si dividono in tre diverse linee: “Mano”, “Cuore”, “Corona”.
Nella linea “Mano” troviamo “La Manina”, blend di Pinot Bianco, Chardonnay e Sauvignon, affinato sia in acciaio che botte grande; un Moscato Giallo secco; “La Contessa”, blend di Pinot Bianco, Chardonnay e Sauvignon, con un nome che riprende il titolo nobiliare della famiglia e un affinamento in botte grande; “La Rose de Manincor”, rosato in stile francese con quasi tutte le uve a bacca rossa; “Der Keil”, Schiava proveniente da un vigneto di più di ottant’anni che forma un triangolo (da cui ne deriva il nome) ed infine “Il Conte”, la bottiglia più prodotta, a base di Merlot, Lagrein, Cabernet Franc che affina in barrique.
Nella linea “Cuore” troviamo “Ebeneich”, un nuovo vino ottenuto da Souvignier Gris, Bronner, Muscaris; “Eichorn”, Pinot Bianco in purezza; “Tannenberg”, Sauvignon Blanc in purezza (questi vini prendono il nome dai vigneti dove crescono le uve con cui sono prodotti); “Sophie”, dal nome della proprietaria, uno Chardonnay 100%.; “Rubatch”, Lagrein in purezza e “Mason”, Pinot Nero 100%.
Nella linea “Corona” troviamo il Pinot NeroMason di Mason” ottenuto da uve del vigneto di Mazzon, come nell’altro Pinot Nero prodotto. Incontriamo anche “Cassiano”, uno dei primi vini prodotti nel 1996, in onore di uno dei capostipiti di famiglia, da cui ha preso anche il nome il figlio del conte Michele, nato proprio nello stesso anno; blend di Merlot, Cabernet Franc, Syrah, Petit Verdot, Tempranillo e Cabernet Sauvignon.
Un altro rosso di punta è il “Castel Campan”, dall’omonimo vigneto, ottenuto con uve Cabernet Franc per il 70/85% e Merlot per il 30/15%. Infine, un ultimo bianco “Lieben Aich”, Sauvignon in purezza proveniente dagli appezzamenti di Terlano e il vino dolce con uve Petit MansengLe Petit”.

Lasciamo il gentile Helmuth, a cui viene affidata la maglietta numero 375 di Winetelling, per dedicarci agli assaggi, all’interno del wine shop in compagnia di Heidi. Cominciamo con “La Contessa” 2023, il bianco più venduto dall’azienda, blend di 60% Pinot Bianco, 30% Chardonnay e 10% Sauvignon, affinato per sei/sette mesi in botte grande, di cui un 20% è legno nuovo. Vino dai sentori di frutta, pesca bianca, ananas, un tocco verde di foglia di pomodoro, note di tiglio e una buona speziatura. Un giovanotto che regala comunque note fresche anche al palato, con un buon corpo, morbidezza, sapidità, discreta mineralità e acidità, per una buona persistenza.

Un secondo bianco è il “Eichorn” in due annate, la 2023 e la 2016, un Pinot Bianco in purezza affinato per circa nove mesi in botti grandi di rovere. Il 2023 si presenta ancora molto giovane e in fase di integrazione, con note timide, di albicocca, fieno, fiori gialli, pietra bagnata e un tocco di miele di acacia. Il secondo vino si carica di sentori, che restano comunque sempre delicati, presentando note più erbacee, tendenti anche alla frutta secca e spicca una buona aromaticità, con note di agrume, cedro, litchi e una pesca matura. In bocca entrambi fanno notare una piacevole tensione, ma comunque corpo, più integrato nel secondo, dove si mantiene una buona acidità, si caricano le note minerali e sapide, per una maggior persistenza e un ottimo equilibrio del legno.

Il mondo dei vini rossi si apre con “Mason” 2022 e “Mason di Mason” 2021, entrambi Pinot Nero provenienti dal vigneto di Mazzon di Caldaro, denominato Mason in dialetto. Affinato sedici mesi in legno, per il 20% nuovo, il “Mason” regala note generose, di ciliegia matura, un tocco di rabarbaro, leggero cioccolato, uno spunto più terroso, leggera prugna, con un impatto del legno più percettibile. In bocca presenta una buona acidità, sapidità, per un sorso fresco, di beva ma comunque con un buon corpo, persistenza e un tannino molto delicato.
Il secondo vino, frutto della selezione delle migliori e più alte uve dell’annata, affina per un anno in barrique, con un 50% di legno nuovo e si esprime al naso più delicato, con sentori freschi più ematici e ferrosi, una ciliegia più fine e una spezia tenue, con il capolino dell’arancia sanguinella. In bocca entra più dritto, ma sempre in punta di piedi, con buona acidità, sorso teso, buona mineralità e sapidità, tannino setoso e buona persistenza.

Concludiamo con un’altra coppia di rossi, di cui il primo è il “Cassiano” 2021, 40% Merlot e 30% Cabernet Franc e la restante parte di Syrah, Petit Verdot, Tempranillo e Cabernet Sauvignon. Un vino che affina diciotto mesi in barrique di cui il 50% è nuova, il quale si presenta con note di frutta più cariche, frutti di bosco, fragola matura, note di sottobosco, corbezzolo, tabacco dolce, rosa rossa, una nota di cioccolato e spezia dolce, per un sorso pieno, di corpo, ma ben bilanciato, con una discreta acidità, sapidità e mineralità, tannino che fa capolino e buona persistenza.
Il secondo rosso è il “Castel Campan” 2021, ottenuto dalla maggior parte di Cabernet Franc e la restante di Merlot, con un affinamento di venti mesi in barrique, con un 50% di legno nuovo. Sentori simili al precedente, che fanno emergere note più terrose, di pietra focaia, inchiostro, sottobosco, bastone di liquirizia, cacao, violetta e una spezia più pungente. In bocca ha un maggiore corpo, comunque ben bilanciato dalle parti dure, un tannino leggermente più marcato e una buona persistenza.

Una conclusione a sorpresa, con un vino principalmente dedicato ai membri del wine club, il SyrahPanholzer”, che prende il nome dall’omonimo vigneto, dove è presente anche un ristorante appartenente alla famiglia, oltre ad una camera. Un 2019, edizione speciale, affinato in legno per diciotto mesi in quattro barrique nuove, il quale arriva al naso con note speziate, di mirtillo, prugna, cioccolata, uno spunto erbaceo e un inizio di sottobosco, per un vino ben equilibrato, dove emerge una buona acidità, beva, freschezza, ma anche mineralità, tannino moderato e persistenza.

Un grazie a tutto lo staff di Manincor per la super accoglienza last minute!

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