Mayacamas Winery, dal nome delle montagne che la circondano, Napa (California)

Mayacamas, un’azienda fondata alla fine del 1800 che prende il nome dalla catena montuosa che circonda i suoi vigneti

 

01 Maggio 2025

Una fresca mattinata in Napa Valley che si apre con la visita all’azienda Mayacamas, grazie alla nostra guida Michael, originario di Chicago, hospitality director che si occupa dell’accoglienza e delle degustazioni da ormai cinque anni.
Giusto il tempo di parcheggiare l’auto e salire a bordo di un buggy per esplorare le numerose aree vitate di Mayacamas e scoprirne la sua storia.

Questa realtà è stata fondata dall’immigrato tedesco John Henry Fisher, il quale acquistò alcune le terre montuose dove sorge la cantina di vinificazione, nel 1889, precisamente a Lokoya Road. Qui è stata costruita, a fine del diciannovesimo secolo, la prima struttura della cantina e della distilleria, puntano sulla produzione di Zinfandel, che veniva venduto principalmente a San Francisco, dopo essere trasportato in barili, tra insidiosi sentieri di montagna, per poi essere caricati in alcune chiatte che raggiungevano la città principale del nord della California. Il primo nome dell’azienda è stato Fisher & Sons, un’attività che è durata fino al 1906, anno in cui, a causa degli incendi e del devastante terremoto fallì e venne venduta all’asta dal tribunale di Napa per cinquemila dollari.

Nel 1941, l’azienda è passata in mano a Jack, un ex pilota inglese durante la Seconda guerra mondiale, e Mary Taylor, marito e moglie che ribattezzarono la tenuta Mayacamas Vineyards, ispirandosi alla catena montuosa che circonda quest’area. La coppia creò anche la simbolica etichetta, un’elegante icona di stile prettamente inglese, che è in uso ancora oggi, investendo sia sulla comunicazione del loro brand sia sull’ampliamento dei vigneti, piantando per primi lo Chardonnay e il Cabernet Sauvignon, oltre alla costruzione di una più moderna area di vinificazione. Infine, furono i primi ad adottare le grandi botti di rovere per l’affinamento dei vini, che acquisirono così struttura e capacità di invecchiamento. Da ricordare il 1962 come l’anno in cui è stata prodotta la prima bottiglia di Cabernet Sauvignon in purezza, di cui si conserva ancora qualche esemplare.

Nel 1968, la proprietà di Mayacamas passò a Bob ed Eleanor Travers. Il giovane Bob, a soli trent’anni, era già un esperto vinificatore, viste le sue precedenti esperienze in un’affermata cantina della zona. I primi successi arrivarono nel 1971 quando le bottiglie prodotte furono selezionate per la famosa degustazione “Judgment of Paris”, facendo emergere i vini californiani a livello internazionale cinque anni più tardi, grazie anche all’apporto dei Travers. L’approccio di Bob in prima persona, basato sull’impiego costante di metodi tradizionali durò per quasi cinquant’anni, per poi passare nel 2013 alla famiglia Schottenstein (imprenditori in altri settori, i quali hanno voluto diversificare i propri affari investendo sul mondo del vino), che non ne ha snaturato lo stile unico, segreto della qualità dei vini Mayacamas. Nell’ultimo decennio la tenuta è stata protagonista di un grande restauro sia infrastrutturale, sia in vigneto e anche in cantina, adottando nuovi metodi di conduzione che assieme a Michael scopriamo passo dopo passo.

Oggi Mayacamas si estende per cinquecento acri (poco più di duecento ettari) di cui quarantanove (una ventina di ettari) sono vitati, puntando sull’allevamento delle varietà che negli anni si sono rese protagoniste della Napa Valley, quali il Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Chardonnay (soprattutto nelle aree più alte, fresche ed esposte), ma anche Grenache per la produzione del rosato,

Una peculiarità dei numerosi appezzamenti, che tocchiamo con mano a bordo del nostro buggy, è che sono tutti ad un’altitudine compresa tra i cinquecentocinquanta e i seicentosessanta metri sul livello del mare, offrendo panorami unici orientati sia alle catene montuose, sia all’oceano, nelle giornate di sole. Il monte principale in cui si estendono i vigneti è il Monte Veeder e le viti sono influenzate sia dalle correnti della Baia di San Pablo, a sud, sia dall’Oceano Pacifico, ad ovest. Montagne ed Oceano impattano positivamente sulla sanità dei vigneti, sommati anche al clima fresco dell’inverno e le estati calde e asciutte, che rendono meno necessari i trattamenti e l’intervento da parte dell’uomo. Tocchiamo con mano gran parte della proprietà, con alcuni dei principali vigneti, tra cui (in ordine dal cancello alle vigne più distanti): Upper Gate, Old Cabernet (il più vicino alla cantina e l’ultimo ad essere vendemmiato), Hunter’s Camp, Grape Bowl, Deer Hallow, Top Vineyard, Terrace Vineyard, Sunset Vineyard, E. Meadow, Far and Near Far, Golden Hill, Upper and Lower Coyote. I panorami e le terrazze, naturali o meno, offrono delle viste uniche sia dei picchi delle catene montuose, come il Mount Diablo, ma anche dei numerosi boschi, o l’affascinante limite naturale dove si ferma e si concentra una tanto spettacolare quanto spettrale nebbia, che sembra spezzare il mondo in due e lascia all’immaginazione capire cosa c’è sotto di essa.

Tra una vigna e l’altra Michael apre una bottiglia di Chardonnay 2023, affinato per circa dieci mesi in barrique di legno usato per il 90% e legno nuovo per il restante 10%, che possiamo godere nell’ecosistema Mayacamas in uno dei suoi scorci più belli. Al naso esprime sentori fruttati, di agrume maturo, ma anche un tocco di ananas, fieno, ma anche origano, un sentore balsamico che lascia poi spazio alla micetta e pietra focaia. In bocca entra fresco e deciso con una buona acidità, minerale, abbastanza sapido, morbido ma non troppo, per una discreta persistenza.

Parlando di composizione del substrato, troviamo principalmente roccia vulcanica e cenere, con alcune aree che presentano più o meno scheletro e poca quantità di argilla (circoscritta in poche zone), così da avere, tendenzialmente, suoli molto drenanti, poveri di sostanza organica, ma ricchi di sostanze minerali.  Composti principalmente da roccia vulcanica e cenere, i terreni sono molto drenanti, ricchi di minerali ma poveri di sostanza organica.

Nel 2013, con la nuova proprietà, è stata introdotta l’agricoltura biologica, avviando un ampio progetto di restauro e reimpianto dei vigneti, mentre l’anno successivo ci si è orientati anche ad un approccio biodinamico, adottando alcuni principi di questa filosofia. Una scelta dettata sia dalla volontà di impattare il meno possibile sul presente, ma anche con l’idea di lasciare alle generazioni positive un ecosistema il più intatto possibile. I trattamenti sono limitati a piccole quantità di zolfo e, oltre alle numerose piante spontanee, una delle tecniche più visibili, soprattutto in questa stagione è quella del sovescio, con diverse essenze seminate manualmente, utili per arricchire il terreno. Per evitare di compattare il meno possibile il terreno, la maggior parte delle operazioni in vigna viene effettuata manualmente, non servendosi di moderne meccanizzazioni.
C’è da sottolineare che in queste aree l’irrigazione è consentita e si possono intravedere alcuni serbatoi tra le vigne.

Piccola curiosità è che l’ecosistema vitato di Mayacamas è spesso frequentato anche da alcuni animali selvaggi, tra cui numerosi cervi, puma, orsi neri e linci; per questo motivo tutte le vigne sono state chiuse con appositi recinti. Oltre a questi ospiti, da qualche anno, sono state introdotte alcune pecore, che vengono liberate in alcune zone per mantenere una pulizia naturale della vigna, oltre ad una concimazione spontanea con il loro letame.

Dopo aver circumnavigato i vigneti, parcheggiamo il buggy per andare a toccare con mano la cantina, situata all’interno dell’originale struttura in pietra, più volte restaurata e adattata all’aumento di produzione, senza denigrare lo stile di vinificazione consolidato nel tempo. Qui si possono incontrare diverse aree, dalla zona di fermentazione, che avviene per lo più in vecchie vasche di cemento vetrificato, ad aree dove sono disposte le botti di legno, quasi tutte barrique di diverse tonnellerie francesi e qualche botte grande, sempre di rovere francese. Dagli anni ’50 la vinificazione e l’affinamento dei vini Mayacamas sono rimaste pressoché costanti, fatto che si può dimostrare anche negli ambienti esplorati, che non riportano un’eccessiva modernità. Tendenzialmente si prevede una vendemmia anticipata, al fine di preservare l’acidità e favorire la componente aromatica delle uve, per poi lasciare i vini in affinamento diversi mesi in legno, oltre ad un ulteriore riposo in bottiglia prima della commercializzazione. La volontà dell’azienda è quella di avere vini pronti al consumo, ma che possano durare nel tempo ed essere apprezzati anche a distanza di diversi anni dalla vendemmia delle uve.

Proprio a dimostrazione di questa filosofia produttiva, assaggiamo un Cabernet Sauvignon del 2003, affinato in botte grande per due anni, per poi passare in barrique per un ulteriore anno e riposare altri dodici mesi in bottiglia. Un vino dai sentori ancora freschi, con note di frutta matura, frutti neri, prugna, mora, che tendono al sotto spirito, lasciano spazio a sentori come il cuoio, sottobosco, tabacco dolce, note terrose ed ematiche. In bocca un sorso invita al secondo, mantenendosi fresco, ma con un buon corpo, ben bilanciato, con una buona acidità, minerale, abbastanza sapido, dal tannino molto delicato e una lunga persistenza.

Parlando sempre di vinificazione, dipendentemente dall’annata, si possono lavorare le uve dei diversi appezzamenti tutte assieme, distinguendone ovviamente la varietà, oppure produrre uno o più “imbottigliamenti speciali” con le uve di un singolo vigneto. La produzione è di circa seimilacinquecento casse di vino per anno (circa settantotto mila bottiglie) con i protagonisti principali Cabernet Sauvignon e Chardonnay, ma anche Merlot, Sauvignon Blanc, un rosè a base di Grenache ed infine le “Special Bottling Series”, Chardonnay e Cabernet Sauvignon di singoli appezzamenti, dipendentemente dalle annate e dalla qualità delle uve prodotte.

Nell’annata 2018, oltre ad uno Chardonnay del vigneto Hill Block è stato prodotto anche un Cabernet Sauvignon, con le uve della vigna Sunset, che abbiamo il piacere di assaggiare. Anche in questo caso la fermentazione avviene in cemento, per poi lasciare il vino circa venti mesi in botti grandi, un anno in barrique e dodici mesi in bottiglia. Troviamo un vino che si esprime con sentori più fruttati e freschi, con una buona frutta rossa al naso, con qualche nota cioccolatosa, ma meno sentori terziari del precedente e una struttura più fine al palato, dove entra con una buona acidità, minerale, abbastanza sapido, un tannino abbastanza setoso e una buona persistenza.

Prima dei saluti, uno sguardo ad una seconda struttura in pietra poco distante dalla cantina, la quale è stata adibita a cottage per gli ospiti dell’azienda, quali collaboratori commerciali, amici o visitatori speciali, dotata di alcune camere e cucina in comune.

Ringraziando Michael ci auguriamo di poter ritornare in queste meravigliose e rilassanti zone, magari provando una delle stanze del cottage!

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