Martedì pomeriggio in compagnia di Matteo Moser, che assieme al cugino Carlo e allo zio Francesco conducono l’azienda di famiglia a Maso Warth
13 Giugno 2023
Ad una manciata di chilometri più a nord di Trento si trova Maso Warth, il quartier generale dell’azienda Moser, ed è proprio qui che incontriamo Matteo Moser.
Un incontro che comincia dal racconto del processo di vinificazione che vede Matteo protagonista; dal piazzale esterno arrivano dai diversi appezzamenti vitati le uve vendemmiate a mano in bins e quelle a bacca bianca vanno direttamente nella pressa posizionata al piano inferiore, collegata da un buco, mentre quelle a bacca rossa, dopo essere state diraspate, nelle vasche in acciaio posizionate nella parte più recente della cantina, sempre con un sistema a caduta, essendo scavata sottoterra.
Per capire più approfonditamente i numeri dell’azienda Moser possiamo dividere in questo modo la produzione: un 20% circa sono a bacca rossa destinate ai rossi fermi, un 30% per i bianchi fermi e la restante metà è dedicata alle basi spumanti divise tra Chardonnay e Pinot Nero.
Entrando nella prima parte di cantina, costruita nel 2003 e rinnovata nel 2016, si possono vedere numerose vasche in acciaio, all’interno delle quali avvengono le fermentazioni, macerazioni e parte degli affinamenti in un processo di vinificazione definito da Matteo come “semplice e tecnica”; non vengono effettuate lunghe macerazioni sui bianchi e medie sui rossi, non si utilizzano vasi vinari se non acciaio e legno (anche se a tendere il desiderio è quello di ri-organizzare gli spazi per acquistare alcune vasche in cemento, un tempo presenti nella vecchia cantina), si utilizzano lieviti selezionati e il controllo della temperatura.
Negli anni sono state provate strade alternative con diverse sperimentazioni, anche utilizzando saturazione di azoto o ossigeno oltre che provare ad abbassare, talvolta in maniera estrema le temperature; pratiche che sono state abbandonate per dedicarsi a processi “lineari” al fine di ottenere nei vini fermi l’enfatizzazione dei varietali, l’animo dell’uva che si ritrova in vini dalla beva verticale, espressione del territorio e con la capacità di durare e regalare emozioni negli anni. Questa teoria viene meno negli spumanti, nei quali si percepisce più la zona di provenienza, il terroir e la mano dell’enologo che, come un pittore seleziona i migliori colori nella sua tavolozza, crea il blend per lui più interessante da far rifermentare e riposare in bottiglia.
Una seconda area, adiacente alle vasche d’acciaio, è quella che viene chiamata “spumantificio”, poiché si trovano le bottiglie di spumante che devono essere portate in punta, tramite giropalette, oltre a quelle che sono in attesa di essere sboccate.
La parte più vecchia è quella posizionata sotto al Maso, un ambiente di più di cento anni ristrutturato nel 1989, all’interno del quale, oltre ad un paio di vasche d’acciaio, sono presenti botti grandi e barrique, ad oggi tutte vuote ad eccezione di tre vasche da venticinque ettolitri nelle quali riposa una riserva perpetuale di Chardonnay, dal 2016, utilizzata per una piccola percentuale nel Metodo Classico Brut.
Questa parte di cantina mantiene una temperatura costante che non si innalza mai troppo, nemmeno nei mesi estivi, ideale per il riposo dei vini rossi, mentre il primo ambiente toccato con mano tende ad essere più caldo, ma grazie all’aiuto della tecnologia e del freddo, si riescono a gestire i vini bianchi e le basi spumante. Vini bianchi che non fanno mai fermentazione malolattica, al contrario dei rossi dove viene effettuata su tutti e per le basi spumante talvolta solo una piccola parte dedicata al Brut.
Parlando di vigna l’azienda Moser conta oggi venticinque ettari vitati, di cui venti di proprietà, nove a corpo a Maso Warth; due piantati cinque anni fa con uve Chardonnay a cinquecento metri dove prima c’era il bosco, vigneto denominato “Warthino”; tre ettari a Lavis; due tra Sorni e Pressano e due ettari e mezzo in Val di Cembra.
La conduzione è biologica certificata, con un percorso cominciato nel 2016, anche se ad oggi, per scelta, non è stato indicato il simbolo in etichetta. Trattamenti con rame e zolfo e una presenza puntuale in vigna, dove si trovano tutti impianti trattorabili, pergole a parte. “Quello che conta è avere uve biologiche, una volta veniva indicato in bottiglia che il vino era prodotto da uve biologiche, oggi si parla solo di vino BIO”. “Per condurre in biologico è necessario mettere sul piatto costi e benefici, soprattutto nei territori dalle pendenze importanti, che possono mettere a rischio le persone, principalmente in caso di pioggia.
C’è da considerare inoltre un tema legato alle tempistiche di intervento in vigna, poiché se gli impianti non sono trattorabili si impiega uno sforzo di energie manuali non indifferente”.
Prima degli assaggi ci tuffiamo assieme a Matteo nella storia dell’azienda Moser, che vede come primo protagonista nonno Ignazio, il quale da sempre ha prodotto vino sfuso, principalmente Schiava, dai vigneti di proprietà in Val di Cembra. Nel 1979 papà Diego assieme al fratello Francesco Moser, entrambi ciclisti professionisti hanno iniziato a portare avanti l’eredità del padre fino al 1988, anno in cui è stato acquistato Maso Warth da parte di Francesco, investendo in quella che era l’attività vitivinicola, parallelamente alla sua florida carriera di ciclista. Al termine della prima decade degli anni duemila è entrata la seconda generazione Moser, rappresentata dai cugini Matteo e Carlo, anche loro dopo aver inseguito le orme dei padri nella carriera ciclistica. Matteo, dopo aver studiato enologia a San Michele all’Adige e alcune esperienze tra Franciacorta, Toscana, California, Uruguay, si occupa della parte viticola e delle vinificazioni, mentre Carlo ha in mano la parte amministrativa e commerciale. Ovviamente i due protagonisti sono supportati anche da un team di collaboratori sia in vigna, sia in cantina, ma anche per gli aspetti ricettivi.
Circa centocinquanta mila bottiglie prodotte per anno, che si dividono in quattro spumanti a nome Moser, quattro bianchi fermi più uno appena lanciato sul mercato e tre vini rossi che escono con il nome di Maso Warth.
Cominciamo ad avventurarci nel mondo dei vini bianchi con il Müller Thurgau 2022, imbottigliato a marzo, con sentori che spaziano da tè verde, pesca bianca, spunti di mandorla, confetto, note erbacee, di prezzemolo, balsamiche e mentolate. Al palato è fresco, di beva, dalla buona sapidità, mineralità, spalla acida e discreta persistenza. Le uve dedicate a questo vino sono piantate in Val di Cembra e sono le prime ad essere vendemmiate, al contrario di quelle del Moscato, del vigneto a corpo, ultime ad essere raccolte.
Moscato 2022 che al naso fa percepire un’aromaticità balsamica, di macchia mediterranea, salvia, zagara, miele che ritorna al palato. In bocca l’acidità è più moderata, è presente una percezione dolce, pur essendo “tirato a secco”, resta comunque una discreta acidità e parti più dure come sapidità e mineralità in sottofondo.
Concludiamo il mondo degli aromatici con il Traminer 2021, da uve piantate sia a Sorni, sia a Maso Warth e in Val di Cembra. Un vino che si carica di maggior alcolicità, che viene ben integrata e bilanciata sia al naso sia in bocca; un naso dove emergono le note di uva matura, albicocca, tiglio, tè alla pesca, tè verde, per un palato fresco, verticale, con una buona mineralità, discreta sapidità e persistenza.
L’ultimo dei bianchi è il Riesling Renano 2021, che assaggiamo in anteprima, vestito di una nuova etichetta. Come i vini precedenti, vinificazione ed affinamento sono in acciaio, con la sola differenza che per questo vino il riposo in bottiglia è di un ulteriore anno. Ancora giovane fa emergere al naso note di albicocca, gelsomino, spezie, fiore di sambuco ed un principio di idrocarburo per un sorso ricco in acidità, buona mineralità, sapido e persistente.
Passiamo alle bolle, dove troviamo il biglietto da visita dell’azienda Moser, il Trento DOC “51,151”, di cui ne vengono prodotte circa sessantamila bottiglie per anno, un terzo della produzione totale dell’azienda. Vino nato nel 1985, un anno dopo il successo di Francesco Moser avvenuto il 23 gennaio 1984 a Città del Messico che, oltre ad aver battuto il belga Eddy Merckx, ha segnato il Record dell’Ora, percorrendo 51,151 chilometri in un’ora, diventando così il primo ad abbattere il muro dei cinquanta chilometri orari. Su suggerimento di un amico che lo invitò a creare un vino per celebrare i suoi successi, è nata questa bollicina dal nome commemorativo, nome tinto di rosa, chiaro riferimento alla maglia conquistata al giro d’Italia (vinto nello stesso 1984). Questo è l’unico vino che porta riferimenti al mondo del ciclismo ed è quello che riassume tutta l’enologia che l’azienda Moser vuole trasmettere ai consumatori finali. Un Brut che talvolta è il vino considerato più semplice nelle aziende, ma in questo caso contiene al suo interno uve provenienti da quasi tutti gli appezzamenti di Chardonnay, parte di vino riserva, parte di base che ha effettuato malolattica, per un affinamento che può variare dai ventiquattro ai trenta mesi sui lieviti. Metodo Classico che si esprime con sentori agrumati, un tocco di mandorla, frutta secca, gelsomino essiccato, note iodate, pietra bagnata, delicata pasticceria, per una bolla fine, fresco, “pulito”, dalla buona acidità, immediato ma complesso, largo e abbastanza persistente.
Le “costole” di questo vino sono il Trento DOC Brut Nature millesimo 2016, con uve Chardonnay provenienti dalla Val di Cembra, definita il cuore dell’azienda e da Maso Warth, definito la mente aziendale e il “Blauen” con uve Pinot Nero. Nel primo vino troviamo un’unione di terroir che riposa in bottiglia almeno sessanta mesi e si esprime con note salmastre, che ricordano l’acqua delle ostriche, leggera nota di mandorla, rosa bianca essiccata, per una bolla pungente, fine, vino diretto, una lama al palato, con una ricca acidità, minerale, sapido, dritto e dalla discreta persistenza.
Il secondo vino “Blauen” è vestito di un’etichetta che si scosta dalle altre, in blu, e la bottiglia è rivestita di una velina che ricorda il colore blu/violaceo dell’uva Pinot Nero, corredata da alcune piccole stelle. Un nome che richiama chiaramente Johann Strauss e il suo Sul bel Danubio Blu, in tedesco “An de schönen blauen Donau”. Uve Pinot Nero provenienti da Maso Warth, vendemmiate nel 2015, vino tirato nel 2016 e sboccato nel 2022. Un Extra Brut dal colore bronzeo, nel quale emergono note di piccoli frutti rossi, spunti mentolati, sottofondo fumè e di frutta secca, per una bolla anche in questo caso molto fine, buona mineralità, sapidità e discreta persistenza.
Per completare la gamma delle bollicine resta un Rosè, 100% Pinot Nero, che riposa quarantotto mesi sui lieviti e il prossimo anno uscirà un nuovo Trento DOC, dopo un lungo riposo sui lieviti. Il tempo per assaggiare i vini rossi Lagrein, Teroldego e una riserva dello stesso Teroldego purtroppo non c’è stato, ma la serata è continuata con una cena a Villa Madruzzo, non prima di aver consegnato la maglietta numero 257 a Matteo.
Non si può lasciare la sala degustazioni senza aver visto il museo dedicato a Francesco Moser, dove viene riassunta la sua florida carriera ciclistica.
Spicca un’area dedicata alle bici con cui si sono vinte le più importanti gare, la maglia rosa, la maglia di campione del Mondo, le varie coppe e numerosi altri premi, cimeli, capi di abbigliamento, maglie, cappellini e scarpette, caschi, borracce, i numeri da applicare alle maglie.
Sicuramente un’esperienza da fare alla fine di visita e degustazione.
Una serata anche in compagnia di Francesco Moser e dei suoi numerosi aneddoti ciclistici, ma non solo. Il ricordo è andato più volte a quando ha iniziato a correre in bici, negli anni ’70, in un periodo nel quale, dopo Coppi e Bartali, c’era una sorta di crisi per questo mondo. Una crisi dettata dai pochi corridori, ma anche dalla scarsa produzione di biciclette, esordendo a diciotto anni “non ritenevo di essere così forte da correre” con il mezzo del fratello Aldo, fresco di Giro d’Italia. “Oggi gli sponsor pagano milioni per fornire le migliori bici alle squadre, ma un tempo dovevamo comprarcele in autonomia, accontentandoci di quello che si trovava”. Prima di entrare a far parte delle categorie di professionisti l’attività ciclistica era parallela a quella della campagna, con la presenza e la conduzione costante in vigna. Un’inversione di ruoli con i fratelli Aldo e Diego che, dopo aver appeso le bici al chiodo, si sono dedicati loro in prima persona alla campagna, mentre Francesco intraprendeva la carriera che tutti gli appassionati di questo sport e non solo, conoscono.
Dopo la maglia rosa, per Francesco Moser la maglietta 258 di Winetelling.


