Oddero, nella storia della famiglia che ha dato il nome a questa cantina, attraverso la settima generazione Mariacristina Oddero, la sua famiglia, l’enologo Luca Veglio e il gruppo di lavoro
07 Ottobre 2025
Siamo a La Morra, dove ha sede la storica azienda Oddero e, assieme a Luca Veglio, capo enologo dell’azienda dal 2001 che segue, assieme al suo affiatato team, tutti i processi “dal grappolo d’uva fino al cartone di vino”, cominciamo a scoprire gli aspetti che più gli appartengono, vigna e cantina.
Il nostro viaggio inizia dalla campagna, dove si contano oggi trentacinque ettari vitati, parcellizzati in più Menzioni. Storicamente la famiglia Oddero ha cominciato nel secolo scorso ad investire in diverse aree della zona di produzione del Barolo, dedicandosi alle vigne di Nebbiolo atte proprio al Barolo, in controtendenza a quella che un tempo era una maggiore coltivazione di Dolcetto o Barbera.
Grazie ad alcuni studi e ricerche si era capito che dalle diverse zone emergevano caratteristiche differenti sia nell’uva sia nel vino, inoltre, avendo vigneti dislocati in più aree, si diminuiva il rischio di perdere tutto il raccolto, a causa di eventuali agenti naturali o malattie. Da questa intuizione e dalle diverse peculiarità che emergevano dalle aree vitate, si era creato un Barolo, diventato il vino biglietto da visita dell’azienda, fino agli anni Ottanta, quando si sono iniziate a valorizzare le Menzioni o Cru, alla francese.
Oggi, le aree da cui si ottengono i Baroli Oddero da singoli vigneti si estendono su sette Cru principali, che sono: Brunate e Capalot a La Morra; Rocche di Castiglione e Villero, a Castiglione Falletto; Bussia, a Monforte d’Alba; Vigna Rionda, a Serralunga; oltre a Monvigliero, a Verduno. A completamento delle aree in cui si coltiva il Nebbiolo atto a Barolo non dimentichiamo anche Roggeri, San Biagio e Bricco Chiesa a La Morra e Fiasco a Castiglione Faletto. Essendo Oddero nata a La Morra, ovviamente, si contano più vigneti a corpo, in un’area che presenta un suolo di origine miocenica tortoniana, caratterizzato da marne grigio bluastre, chiamate marne di sant’Agata, ricche di carbonati di calcio e manganese, che alternano sabbie finissime a calcare. Qui sorge anche il “vigneto di casa”, Bricco Chiesa, ai piedi della chiesa di Santa Maria della Neve dove, scavando a mano per costruire un pozzo, a nove metri di profondità, è stato trovato nel 1928, uno scheletro fossile di pesce. Spostandosi a Monforte, invece, il substrato è di origine Miocenico-Elveziana, con parti di sabbie giallastre più o meno compatte e alcune molto più chiare, incontrando così una superficie biancastra, molto povera di sostanze organiche, che quasi riflette il sole. In zona Castiglione Falletto incontriamo un suolo sciolto, magrissimo, con roccia madre affiorante, poco profondo e ricco di marne calcaree e arenarie; mentre a Serralunga ritorniamo al periodo Elveziano, con strati di marne grigie alternate ad arenarie, formate da sabbie silicee, più o meno cementate tra loro, ricco di carbonato di calcio, di ferro e residui inorganici di organismi vegetali e minerali.
Nel 2017 è stato acquistato anche un vigneto a Monvigliero, nel comune di Verduno, dove si trova un suolo sedimentario tortoniano, limoso argilloso con sabbie e calcare; da cui sarà prodotto un ulteriore Cru di Barolo, protagonista dal 2020 tra i vini Oddero.
A completamento del patrimonio vitato che esula dai grandi Cru di Barolo, sono presenti anche vigneti di Nebbiolo, dedicati alla produzione di questo vino, Barbera e Dolcetto.
Nel 2007 sono state piantate alcune barbatelle di Riesling, sui terreni prettamente calcarei di fronte alla cantina, da cui si ottiene l’unico vino bianco secco dell’azienda, che si aggiunge al Moscato d’Asti, frizzante dolce con tappo raso.
In realtà, nel 2020, il figlio di Mariacristina, Pietro e sua nipote Isabella, si sono concentrati in un’altra zona del Piemonte, a Monleale, provincia di Alessandria, dove sono stati piantati tre ettari di Timorasso, ampliando così la proposta dei vini bianchi dell’azienda.
Oltre il confine del Barolo, non possiamo non citare Neive, dove sono allevate le vigne, in affitto dal Vescovo di Alba, atte a Barbaresco con menzione Gallina. Di recente è stato siglato un secondo accordo di affitto, nell’area di Montaribaldi, da cui si produrrà un secondo Barbaresco.
Non solo vigneti, ma sono presenti anche sei ettari di noccioleti e, fino a qualche anno fa, si produceva anche una buona quantità di alberi da frutto, di cui si vendeva la produzione. Un’attività che è diventata sempre più sconveniente, facendo decidere alla proprietà di sostituire i frutteti.
Oddero è stata una delle prime aziende in Barolo ad ottenere la certificazione Bio, anche se, nel corso degli anni, si è ritenuto che tale disciplinare fosse focalizzato solo in alcuni aspetti e fosse troppo restrittivo su alcune pratiche a beneficio della conduzione dei vigneti. Così, si è scelta la strada della lotta integrata, certificandosi SQNPI e mantenendo un approccio biologico dove è possibile portarlo avanti, senza utilizzare troppi prodotti di copertura e senza entrare eccessivamente in vigna. Per esempio, circa l’80% dei Cru viene condotto in Bio, grazie alle caratteristiche favorevoli del terroir in cui si trovano.
I filari vengono lavorati in maniera alterna, arieggiando così la vigna e permettendo anche la crescita di una flora indigena, che possa resistere nel periodo estivo (al contrario di quella che si semina e si è provata a seminare).
Spostando lo sguardo alla cantina, dobbiamo tornare al punto di partenza, dove sorge quella che un tempo parte di abitazione di famiglia, affiancata da un’azienda agricola a tutto tondo, che contava sia allevamento di bestiame, coltivazioni di diverso genere e ovviamente la trasformazione delle uve. All’interno dello stabile, venendo meno le prime attività di allevamento e coltivazione, si è strutturata la cantina.
Un lavoro graduale, come è solito fare in queste zone del Piemonte, man mano che l’azienda è cresciuta si è costruita una parte aggiuntiva, di cui l’ultima è stata terminata nel 2025.
Dando uno sguardo ai vari ambienti, si può trovare una prima sala dedicata all’affinamento dei vini, con botti di legno di grande formato, dai quindici ai cento ettolitri, ma anche vasche in cemento, dedicate alla stabilizzazione del vino dopo la maturazione in legno, evitando così chiarifiche e filtrazioni.
Tra le vasche qualche pezzo di storia dell’azienda, come il primo trattore arrivato come supporto in campagna, da poco restaurato e ancora funzionante.
Solitamente il Barolo riposa in botte grande per venti/ventiquattro mesi, un tempo uniforme per tutte le aree di provenienza delle uve, così da valorizzare le caratteristiche di ognuna e le peculiarità dell’annata. Solitamente nelle annate calde il periodo di affinamento è minore, viceversa in quelle più fredde.
Sono presenti numerosi contenitori, poiché ogni vigneto viene vinificato in maniera separata, richiedendo così una grande quantità di spazio.
Andando a ritroso nel processo di vinificazione, tocchiamo con mano anche l’area dedicata all’acciaio e alle vasche troncoconiche in legno. Le uve vengono pressate direttamente nel caso delle varietà a bacca bianca, mentre per i rossi si procede ad una diraspatura e macerazione a grappolo intero, per un periodo che può essere anche molto lungo, arrivando a sessanta/settanta giorni, come nel caso del 2025, per le partite a cappello sommerso.
La fermentazione avviene in maniera spontanea, senza alcun inoculo o pied de cuve, ottimizzando il processo con il solo controllo della temperatura. Temperatura che viene controllata sia tramite i condotti di areazione, ma anche con un sistema di riscaldamento a pavimento. Inoltre, si regola anche l’umidità, con alcuni getti che spruzzano del vapore, nell’area di affinamento del vino in botte.
Tra i vari contenitori si possono notare due clayver di ceramica, dedicati alla vinificazione ed affinamento del Timorasso.
A poche decine di metri dalla cantina di lavorazione è stato ricavato, una quindicina di anni fa, un altro ambiente, all’interno del quale si trova una sala degustazioni dedicata ai gruppi più numerosi nella parte più alta, mentre, nel piano interrato, si è creato il magazzino di stoccaggio delle bottiglie, che per anno variano dalle centocinquanta alle centottanta mila circa.
In una sala adiacente al magazzino, è presente la libreria delle annate storiche della famiglia Oddero, con bottiglie dal 1958 alle ultime prodotte. Puntualmente si conserva una discreta quantità di ogni referenza, inclusi i vini bianchi e il Dolcetto, per poterne scoprire l’evoluzione nel corso degli anni.
Per immergerci nella storia di questa realtà torniamo nella sala degustazioni, vicina alla cantina, dove incontriamo Mariacristina Oddero. Assieme a lei facciamo un salto nel diciannovesimo secolo quando troviamo le prime tracce e documenti che attestano la compravendita del Barolo, chiamato con questo nome. È ancora presente negli archivi di famiglia un documento che attesta l’acquisto di Barolo da parte del vescovo di Aosta, nella prima metà dell’800. Barolo che veniva fornito in botticelle, che saltuariamente venivano trafugate con piccoli trapani manuali che le bucavano e le lasciavano scolme, trasformando in aceto il contenuto. Anche per questo motivo sono state introdotte le damigiane in vetro, impossibili da forare o da rubare, se non intere.
I documenti e le testimonianze scritte sono numerose e ben conservate, facendo arrivare ai giorni nostri anche uno scritto nel quale un commerciante di Milano ha chiesto alcuni campioni di Barolo e Barbera in bottiglia. Correva il 1878 e la campionatura è stata spedita, pur non sapendo se poi è stata effettivamente acquistata una fornitura, ma questo avvenimento è decisamente una testimonianza di uno dei primi imbottigliamenti, finalizzato alla vendita del vino in questo contenitore.
In quegli anni si sono mossi i primi passi per la creazione di una vera e propria azienda vitivinicola, grazie al bisnonno di Mariacristina, Giacomo Oddero, il quale ha iniziato ad impostare tale attività commerciale, stampando i listini del vino su carta intestata, mandando lettere imbustate con i prezzi e disponibilità ai clienti, dimostrandosi una sorta di precursore del moderno marketing. Un lavoro di commercializzazione seguito dal fratello Luigi, ritornato nelle sue terre natali in seguito al pensionamento dopo aver prestato servizio come Tenente dei Reali Carabinieri, ma anche dal figlio Giovanni, nonno mai conosciuto di Mariacristina.
Il consolidamento aziendale e la creazione del brand Oddero, giusto fino ai giorni nostri, sono stati meriti di papà Giacomo Oddero, farmacista di professione, il quale ha avuto la lungimiranza di diversificare la proprietà, acquistando vigneti in diverse aree del Barolo. Una scelta che sicuramente non ha giovato la logistica e gli spostamenti per la conduzione della campagna, ma che, come già anticipato, ha favorito un ventaglio molto variegato nella produzione delle uve, che, in fase iniziale, formavano lo storico blend e nel corso degli anni ha permesso di ottenere Cru differenti di Barolo. Parallelamente alla diversificazione e all’ampliamento delle vigne, si è puntato sull’aumento del numero di bottiglie, allargando anche la rete commerciale, sia in Italia sia all’estero.
È necessario sottolineare che molto è stato fatto da Giacomo Oddero, durante la sua lunga vita, per quanto riguarda i Disciplinari di produzione dei vini DOC e DOCG della zona, portando innanzitutto l’acqua sulle colline delle Langhe, con la costruzione di un importante acquedotto e dando il via a quel processo di ricerca della qualità che ha reso grande questo territorio.
Siamo così arrivati a Mariacristina e Mariavittoria che rappresentano la settima generazione Oddero, pur essendo la seconda impegnata in altre attività. Mariacristina si è laureata in agraria, presso l’Università di Torino specializzandosi in Viticoltura ed Enologia, tra Alba e Torino, appassionandosi sia di vigna che di cantina, lavorando in entrambe.
Da qualche anno è presente anche l’ottava generazione, con il figlio di Mariacristina, Pietro e la nipote Isabella.
Dopo un lungo percorso di scoperta di questa storica azienda, assaggiamo i vini prodotti, cominciando con la prima annata di Timorasso, un 2023, che per circa il 20% della massa viene affinato in botte grande. Vino che si presenta molto fresco, con note agrumate, di pompelmo, zest di limone, un tocco di pepe bianco, note erbacee e un inizio di idrocarburo, per un sorso verticale, con una buona acidità, sapido, minerale, ben equilibrato e abbastanza persistente.
Passiamo subito ai rossi, dove incontriamo il Dolcetto 2024, affinato in solo acciaio, il quale regala note di violetta, ciliegia, fragolone per un sorso delicato, con un’ottima beva, tannino molto velato e discreta persistenza.
Ci spostiamo verso la Barbera Nizza 2023, dove l’affinamento avviene in legno grande per circa sedici mesi e i frutti si tingono di nero, con mora, mirtilli, ma anche note speziate, di cacao, caffè e un tocco di inchiostro. Anche in questo caso la beva è una grande peculiarità, con una buona freschezza, tannino abbastanza delicato, note minerali e sapide e una maggiore persistenza.
Un assaggio di Nebbiolo 2023, affinato per circa un anno in botte grande, che ci riporta ai piccoli frutti rossi, tra cui una fresca ciliegia, ma anche fragolina e un tocco di sanguinella, facendo emergere un iniziale sentore di sottobosco. Un vino che vuole essere delicato, con un tannino vellutato, buona mineralità, sapidità e persistenza.
Il mondo del Barolo si apre con il classico del 2021, blend dei vini ottenuti dalle uve di La Morra e Castiglione Falletto, il quale regala una frutta più matura, sentori balsamici, di mentuccia, note speziate di spezia dolce, ma anche ematiche, un tocco di liquirizia e sottobosco per un sorso fresco, teso, con un tannino che si fa sentire, oltre alla sua buona persistenza.
Continuiamo con due annate del Cru Villero, rispettivamente la 2020 e la 2021. La prima si presenta con una maggiore prontezza, frutto di un’annata calda, con sentori di frutta rossa matura, un maggior equilibrio al palato e una beva immediata e ben equilibrata. Il 2021 è sicuramente meno pronto, con sentori di frutti rossi che lasciano spazio anche a note maggiormente erbacee, terrose, con un sorso più austero, dal tannino più largo e meno integrato. È sicuramente un vino da aspettare, al fine di godere di una maggiore evoluzione ed equilibrio.
Un quarto Barolo è il Capalot, prodotto in soli magnum e nelle sole annate migliori, ottenuto da una vigna da sempre di proprietà, la cui produzione era solitamente inserita nel Barolo Classico. Annata 2021 che si presenta con un tripudio di frutti rossi, violetta, rosa rossa, per una grande freschezza, spalla acida, ma anche un tannino discreto, buon equilibrio, mineralità e persistenza. L’etichetta che veste questa bottiglia è stata ripresa da una vecchia etichetta del bisnonno Giacomo Oddero e l’annata 2021 è stata dedicata all’enologo Luca Veglio, per i suoi ventun anni di lavoro in azienda. Piccolo spoiler: la prossima annata prodotta sarà la 2025.
Una conclusione con il Barolo Riserva Vignarionda 2019, il quale affina per circa quaranta mesi in botte grande e regala note di frutti più scuri, mora, mirtillo, ma anche un tocco di ciclamino, rosa rossa appassita, note terrose, oltre ad una foglia bagnata, tabacco dolce, un sottofondo balsamico e ancora spunti ematici e di sanguinella. Al palato entra con un buon corpo, tondo, equilibrato, con un sorso avvolgente, tannino setoso, una buona freschezza e verticalità, con note minerali e una discreta sapidità, oltre ad una buona persistenza. Peculiarità di questa bottiglia è che la sua etichetta richiama una vecchia carta intestata e decorata, risalente sempre all’epoca del bisnonno Giacomo.
Dopo aver sbirciato qualche documento, foto, riconoscimenti, cimeli e vecchie etichette, che circondano la sala degustazioni, un ringraziamento speciale a Mariacristina e Luca che meritano la maglia 419 e 420 di Winetelling!


