APPASSIONATO DI VINO - NO INFLUENCER

domenica, 29 gennaio, 2023

In località Cerrete con Giampiero Bea nella sua azienda Paolo Bea, Montefalco (Perugia)

Paolo Bea, assieme a Giampiero Bea, architetto, vignaiolo e co-fondatore di Vini Veri

13 Novembre 2021

Dopo più di qualche telefonata riesco a prendere appuntamento con Giampiero Bea, che tra i mille impegni mi accoglie nell’azienda che porta il nome del padre Paolo Bea, a Cerrete, nel comune di Montefalco.

Gianpiero BeaL’arrivo nel tardo pomeriggio fa godere le ultime ore di luce e un tramonto con un sole arancione che si nasconde tra gli alberi di ulivo.

L’incontro con Giampiero si apre con uno sguardo alla cantina, nella quale svettano le numerose vasche d’acciaio e l’occhio non può che cadere nell’interpretazione moderna ed automatizzata del vecchio torchio: un torchio automatizzato ed estremamente tecnologico, prodotto da una ditta francese. Giampiero ha adottato questo innovativo strumento che comprime in modo uniforme i grappoli, senza disperderne la massa finale, stressando in maniera inferiore le uve rispetto alle presse orizzontali.

Gianpiero BeaSi entra subito nella filosofia dell’azienda Paolo Bea che applica i sistemi più tecnologici alle modalità del fare vino “come una volta”, che è stato uno dei motori scatenanti del vignaiolo architetto Giampiero Bea nel cimentarsi in questa attività.

A pochi metri dal torchio alcuni tini aperti con le uve a bacca bianca ancora in fermentazione; un processo che può variare di anno in anno e l’indicatore che fa capire che il tempo di permanenza sulle bucce è concluso, oltre all’assaggio che non manchiamo di fare, è la quantità di liquido che si forma, lasciando le bucce ormai scarne e trasparenti, quasi rassomiglianti alla pellicola di un cecio.

Le uve a bacca bianca, principalmente di Trebbiano Spoletino, provengono da alcuni micro-appezzamenti in gestione tra Spoleto, Foligno e Trevi, circa una dozzina, che vedono principalmente viti maritate a piede franco. Purtroppo non c’è occasione di poterle vedere dal vivo, ma già dalle foto che mi mostra Giampiero si evince la bellezza di queste piante che si innalzano per due/tre metri, con lunghi tralci, legati di anno in anno ad un filo, dai quali vengono prodotti i grappoli, o meglio grappoloni, di quest’uva.

Il percorso di Giampiero nel mondo del vino è stato graduale e alternato agli studi legati alla sua prima professione di architetto, sfruttando in prima battuta la sua vena artistica per disegnare le etichette dell’azienda del padre Paolo, che era impostata in maniera totalmente differente da quella che troviamo oggi; sicuramente con meno regole, burocrazia e con una maggior produzione, talvolta a discapito della qualità.

Erano tempi di analfabetismo enologico, nei quali si badava più a spendere poco per produrre molto”.

In quei tempi tutto era importante e per sottolineare questo tema, il ricordo torna all’attività principale del padre Paolo Bea (descritto come più appassionato di animali che di vino), di allevatore di bestiame, con le stalle al posto dell’attuale sala degustazioni. Proprio davanti alla porta d’ingresso, a circa due metri e mezzo/tre, sorgeva un ulivo di grandi dimensioni, che ostruiva non di poco il passaggio degli animali che dovevano essere caricati nei camion per essere macellati. Pur essendo un ulivo su circa sei/settecento che aveva la proprietà e non era questo che di certo cambiava le sorti produttive dell’azienda, anch’esso ne faceva parte e anch’esso era considerato importante come gli altri. Le imprecazioni dei camionisti nel caricare il bestiame non hanno mai avuto la meglio sulla vita dell’ulivo!

L’imprinting dell’architettura ha segnano enormemente la filosofia aziendale negli anni, applicando i principi che si possono incontrare nell’urbanistica per esempio, quali l’osservazione, la comprensione, l’ascolto, evitando assolutamente la dominazione dell’ambiente.

Il vino è come un figlio che magari non viene progettato, è sicuramente il frutto di una serie di conseguenze e all’inizio sarà per te sempre il più bello, ma poi non saprai come avverrà la sua evoluzione”.

Oggi troviamo circa quindici ettari vitati tra gestione e proprietà sparse per lo più nel territorio di Montefalco e in alcuni paesi vicini, come nel caso delle già citate viti maritate.
La mission di Giampiero Bea va oltre alla sola produzione del vino; nel caso di queste viti, ormai molto rare, lo scopo è quello di mantenerle in vita con un sacrificio non indifferente, che contrasta anche con il tema burocratico dell’acquisto delle uve prodotte, non essendo le piante di sua proprietà.
Un paradosso non indifferente per chi si sforza di portare avanti una coltura e cultura così unica!
Le uve a bacca rossa, invece, sono nelle zone più alte di Montefalco, nei toponimi di Cerrete a quattrocentoquaranta metri s.l.m., Pagliaro, a quattrocento metri, San Valentino, a trecentocinquanta metri. Le esposizioni sono sia a nord sia a sud, con un substrato principalmente limoso, con strati di argilla e ghiaia.

Gianpiero BeaVisto che siamo in cantina un piccolo furto dalle vasche in acciaio per assaggiare alcuni vini rossi a base di Sagrantino della vendemmia 2021, annata in cui non ha piovuto per cinque mesi, ma che ha regalato comunque delle uve molto succose.
Il processo di vinificazione è simile per quasi tutte le uve a bacca rossa, con una macerazione in acciaio o tini tronco conici aperti ed un lungo contatto sulle bucce, per estrarre tutte le sostanze che può donare l’uva. Le lavorazioni seguono l’andamento delle lune e i battonage avvengono dopo il mese di dicembre; solitamente il primo travaso si fa a marzo e all’occorrenza viene utilizzata una minima dose di solforosa. Da settembre dell’anno successivo alla vendemmia, in preparazione a quella ventura, i vini vengono spostati in botti grandi di legno, per riposare almeno tre quattro anni all’interno della bottaia sottostante. Il “Cerrete”, che è il Cru più importante, resta un anno in più in affinamento in legno.

Parlando di vigna si trova la metodologia di allevamento a cordone speronato per tutte le uve rosse, Sangiovese, Montepulciano, Sagrantino, mentre sia cordone speronato sia guyot per quelle a bacca bianca che sono Sauvignon, Malvasia, Garganega, Grechetto e Chardonnay.

La conduzione dei vigneti prevede un sovescio a filari alterni, ove necessario, con alcune erbe medicali, trifoglio, erba cipollina, al fine di “restaurare” l’ambiente e favorire il naturale decorso della vigna. Solitamente la semina avviene a fine gennaio per permettere la crescita delle piante ed evitare ristagni di umidità, tagliandole il più tardi possibile e creando una naturale paciamatura del terreno.

La conduzione è biologica ed oltre a rame e zolfo si utilizzano tisane, oli a base di agrumi e, nella volontà di ridurre la quantità di rame, questo viene mescolato in un composto con la zeolite.
Rispetto gli amici biodinamici, ma ancora non sono convinto al 100%!

Ritornando a parlare di processi di vinificazione, uno dei punti di rottura tra la vecchia e la nuova guardia dell’azienda è stata la voglia di sperimentare da parte di Giampiero, partendo dall’assunto del non trovare un valido motivo nel produrre vino con agenti e sostanze esterne, preferendole a quanto ci offre la natura. “Perché sprecare le proprietà dell’uva, per poi magari aggiungere la chimica al fine di arrivare ad ottenere dei particolari sentori?

Il concetto che ha stravolto generazionalmente l’azienda Paolo Bea è proprio questo: lasciare il più possibile le uve a contatto con sé stesse, aumentando gradualmente i tempi di macerazione per estrarre quanto possono donare i grappoli.

Le riflessioni di Giampiero, notando l’evoluzione del Sagrantino e l’ossidazione che presentava dopo soli due/tre anni dalla messa in bottiglia, lo hanno portato a sperimentare delle micro-vinificazioni con una macerazione sulle bucce sempre più lunga. Un periodo sperimentale iniziato a fine anni ’80, che si è consacrato con un ottimo risultato nel 1994, quando il Sagrantino è stato lasciato in macerazione per trentacinque giorni (evento più unico che raro nelle cantine di trent’anni fa).

Queste idee e voglia di stravolgere i processi di vinificazione, lo hanno portato spesso al conflitto con il papà Paolo Bea, conflitto mediato dalla mamma, definita la Kissinger della situazione. Papà Paolo che ho avuto modo di incontrare, intento alla cura di una varietà molto rara di fagioli, denominati “monachelli”, per i colori bianco e nero, che li fa somigliare a dei monaci, aveva lo scopo di mandare il figlio a studiare, così da consentirgli di lavorare meno.  Dopo qualche decennio Giampietro, oltre alla prima attività, conduce anche la cantina, non facendo totalmente raggiungere l’obiettivo del padre, raddoppiando le proprie mansioni e l’investimento su entrambe le professioni, guidate sicuramente da un’ingente quantità di passione.

Dopo le vasche d’acciaio uno sguardo alla parte superiore della cantina, dove si trova una sala degustazioni, con tanto di cucina e non priva di quadri ed opere d’arte. In una delle sale adiacenti sono conservate anche le uve in appassimento destinate al Passito di Sagrantino, oltre ad alcuni grappoli a bacca bianca, di Trebbiano Spoletino, utilizzati in una minima percentuale per l’unico vino bianco prodotto.
Qualche piccolo furto è obbligatorio, anche per sentire con mano e con bocca l’evoluzione dell’uva nelle diverse annate conservate in appassimento.

Gianpiero BeaLa cantina, ultimata nel 2005 e inaugurata con la vendemmia 2006, è stata progettata da Giampiero, con un design che riprende alcuni degli elementi fondamentali del processo di vinificazione, attraverso l’utilizzo di materiali come acciaio, cemento, legno.

Nella parte più bassa della struttura la bottaia, che ospita solo botti grandi. “Quando ho costruito la cantina mi hanno regalato queste due barrique e le ho nascoste dietro un angolo per vederle il meno possibile”.

Gianpiero BeaAnche qui il design e la cura dei particolari non mancano, studiando un sistema di areazione e umidificazione spontanea, con alcune canalette sotterranee e lasciando, inoltre, una parete scoperta per rendere protagonista anche il sottosuolo di questo territorio.

In una parte di questo ambiente è stato ricavato uno spazio per stoccare le bottiglie, nel primo anno di imbottigliamento, trasferite, dal secondo anno in poi, nel magazzino al piano superiore.

Per assaggiare alcuni dei vini prodotti, circa sessanta/settanta mila bottiglie per anno (con un picco di novantamila nel 2017) ci spostiamo nella sala degustazioni, ricavata nella ex stalla, lì dove a pochi metri sorgeva l’albero d’ulivo, che negli anni è stato poi espiantato.

Gianpiero BeaIl primo vino è un Trebbiano dal nome “Alboreus”, annata 2016, ottenuto da una lunga macerazione sulle bucce e altrettanto lungo riposo in botti grandi. Il colore è dorato e i sentori di frutta gialla matura, nespola, buccia d’arancia, macchia mediterranea, pepe bianco; lungo e pieno in bocca con una buona sapidità e una leggera trama tannica.

Balza subito all’occhio l’etichetta, pensata e creata da Giampiero che afferma: “quando devo imbottigliare vado in trance e allora mi adopero nel fare le etichette, con un bicchiere vicino. Quando sento che il vino è pronto e non ne ha più mi decido e lo metto in bottiglia, diciamo che il 90% lo fa il vino stesso e un 10% è il frutto della mia decisione”.

Gianpiero BeaL’etichetta porta la descrizione del vino e dell’annata, in questo caso:
2016, stagione avversa all’inizio, poi interessante, ha dato questo vino da uve 100% Trebbiano Spoletino, raccolte a mano da vecchie viti maritate. Si è generato fermentando spontaneamente con i propri lieviti per 29 gg senza controllo temperatura e 125 gg con le prime fecce. Questo vino è maturato lentamente per quasi 44 mesi senza stabilizzazioni forzate ed imbottigliato il 6/6/2019. Solfiti aggiunti in dosi modeste solo nei travasi e all’imbottigliamento, eseguito senza filtrazione sterile. Dalla vendemmia abbiamo ricavato totali n° 9.936 bottiglie 6085.”

Appena sotto viene riportato il livello di solforosa totale, in questo caso 63 mg/l e ancora sotto una frase che è un fondamentale impegno sia nei confronti del consumatore finale sia legato ai temi burocratici che ha preso l’azienda di Giampiero Bea: “Senza aggiunta di altre sostanze ammesse per uso enologico”.

Gianpiero BeaAssaggiato l’unico bianco di casa passiamo ai rossi con “Rosso de Veo”, dedicato alla famiglia dei Veo, precedente proprietaria dei terreni, annata 2012.
Un vino ottenuto dalle uve di Sagrantino, Sangiovese e Montepulciano, di tre giovani vigneti (sotto i quindici anni d’età) macerate per quarantotto giorni sulle bucce; vino imbottigliato dopo sette più cinque mesi di acciaio e quarantotto di botte grande.
Al naso si alternano note di frutta scura a sentori terziari di cuoio, spezie e note balsamiche, che anticipano un palato ricco ed intenso, con una buona morbidezza, freschezza e un tannino non invadente.

Tra le chiacchiere e la condivisione di qualche personaggio del mondo del vino che ho avuto la fortuna di conoscere, come Loris Follador, Beniamino Zidarich, Matej Skerlj, spunta il ricordo, che non fa trattenere le emozioni, legato a Stanko Radikon e “dell’ultimo scherzo” che ha fatto riunire molti dei produttori legati all’associazione “Viniveri”, di cui Giampiero Bea è uno dei fondatori.

Gianpiero BeaContinuando la degustazione, dello stesso anno del precedente il SagrantinoPagliaro”, con uve provenienti dalla vigna che gli dona il nome, macerate per trentasette giorni sulle bucce assieme ai vinaccioli. Un totale di sessanta mesi di affinamento divisi in sedici di inox e quarantaquattro di botti grandi.

Anche qui la frutta principalmente a bacca scura si alterna a sentori di spezie dolci, note di tabacco, frutta secca e note balsamiche per un palato intenso, ampio, corposo e dalla lunga persistenza; in questo caso il tannino si fa sentire un po’ di più, senza però essere scontroso.

Gianpiero BeaUn altro rosso è il Montefalco SagrantinoCerrete” 2011 con uve provenienti dall’omonimo vigneto situato nel cuore della DOCG a quattrocento metri sul livello del mare. Solo quattromila bottiglie prodotte da quell’annata calda e arida, dopo una lunga macerazione delle bucce, di cinquantadue giorni e un lungo affinamento in botti grandi. Il Cru dell’azienda Paolo Bea, dai sentori di frutta principalmente sotto spirito, frutta secca, una costante balsamicità, leggere note di cioccolato, tabacco e spezia per una beva dal sorso ricco, affascinante, dalle note morbide e piacevoli, tannino abbastanza setoso e ricco nella durata in bocca.

Gianpiero BeaE dulcis in fundo una lacrima di Montefalco Sagrantino Passito 2010 le cui uve, come indica l’etichetta sono state vendemmiate il 22 ottobre del 2010 e lasciate appassire sino al 21 Febbraio dell’anno successivo, al primo piano della nuova cantina. Ben duecentosei giorni di fermentazione sulle bucce e un affinamento in botte hanno permesso di ottenere un vino passito dai sentori di frutta secca, dattero, gelso, frutta disidratata, miele, cachi, con un ingresso dolce al palato che si trasforma dopo pochi secondi in una piacevole secchezza e verticalità, marcata dalla trama tannica caratteristica del Sagrantino.

Gianpiero BeaMaglietta 109 per Giampiero e, finendo la chiacchierata sull’uscio della porta, lì dove sorgeva un tempo l’ulivo, penso alla speranza di avere la possibilità di organizzare un nuovo incontro con Giampiero Bea, per poter ascoltare altri numerosi aneddoti della sua lunga storia.

Guarda anche...

Ultimi post

Due chiacchiere con i ragazzi di Bottle Eden e il loro progetto di Riciclo di Bottiglie

Due Chiacchiere con Elena e Nicola di Bottle Eden, un progetto a tutto tondo per il Riciclo di Bottiglie di vino, distillati e non...

Masiero Verdugo, con mamma Francesca e la figlia Giulia, Trissino (Vicenza)

Masiero Verdugo Vini, in compagnia di mamma Francesca e la figlia Giulia, oltre a papà Franco che fa capolino con la sua produzione di...

Cibo vino e amicizia tra i Colli Euganei a La Roccola, Cinto Euganeo (Padova)

Un pranzo in compagnia all’azienda La Roccola, tra i Colli Euganei, con assaggi dei vini prodotti e delle pietanze che offre l’agriturismo di famiglia 11 Settembre 2022 Dopo...

Categorie