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lunedì, 15 agosto, 2022

A San Floriano del Collio con Alexis Paraschos (Gorizia)

Un po’ di Grecia in Friuli, nell’azienda Paraschos, in compagnia di Alexis che assieme al fratello Jannis, supporta il padre Evangelos nella conduzione di questa realtà

12 Febbraio 2022

ParaschosAccolto dalla bora proveniente dalla steppa russa, che soffia in un sabato mattina di febbraio, incontro Alexis Paraschos, nell’omonima azienda in località Bucuie a San Floriano del Collio.

Ci troviamo in un crocevia climatico, caratterizzato da tre climi: alpino, mediterraneo, continentale e la bora è quasi una costante, dalla sera alla mattina, favorendo una sanità e pulizia della vigna, impattando positivamente sul numero dei trattamenti.

La nostra chiacchierata comincia con l’esplorazione dell’unico vigneto a corpo dell’azienda, alcune migliaia di metri di Ribolla Gialla allevate ad alberello, con una produzione di circa un chilo di uva per pianta, lasciando solo sei gemme produttive. La collina dove ci troviamo non è estremamente vocata alla coltivazione della vite, con un terreno formato da ponca sgretolata e ormai diventata sabbia. Le dodici vigne di Paraschos sono posizionate in tre macro-aree del Collio: nella zona di Slatnik dove si trova la Ribolla Gialla e gli internazionali Pinot Grigio, Chardonnay e Sauvignon; questa è una delle zone più alte, a duecentocinquanta, duecentottanta metri sul livello del mare, con esposizione ad est e clima più alpino. Tocai e Malvasia trovano spazio nei pressi del Monte Calvario, esposte a sud, in un terreno ricco di ponca e marne arenarie; mentre gli ultimi appezzamenti sono situati a Sant’Andrea, zona famosa poiché un tempo vi sorgevano gli orti urbani di Gorizia, con la coltivazione della rosa di Gorizia e l’asparago bianco. Qui il suolo è più limo-argilloso che dopo un metro lascia spazio alla ghiaia e le uve coltivate sono nuovamente Tocai e Malvasia.

ParaschosParaschos oggi conta sette ettari in produzione e tre ettari appena acquisiti, per un totale di dieci ettari e una media di venticinquemila bottiglie per anno, che possono arrivare a quarantamila in annate spettacolari, cosa più unica che rara.

Parlando di trattamenti e conduzione della vigna, oltre a rame e zolfo, si utilizzano alghe e propoli per ridurre i livelli di rame. Si cerca di preservare la biodiversità sia della flora sia della fauna, lasciando inerbiti i vigneti e combattendo gli insetti antagonisti con metodi naturali. Le carenze che possono presentarsi all’interno degli appezzamenti vengono rinfittite con una selezione massale delle vecchie piante, soprattutto della vigna di Sant’Andrea, con viti di Tocai e Malvasia che arrivano a novant’anni.

Il nome di questa azienda non mente e le origini sono indubbiamente greche, infatti il capostipite Evangelos Paraschos si trasferì da Salonicco a Trieste per studiare farmacia e qui ha conosciuto la futura moglie, NOME? che aveva un ristorante di famiglia a Gorizia. Per pagarsi gli studi Evangelos ha iniziato a lavorare nel ristorante, appassionandosi al settore e conoscendo i vari fornitori di vino e i viticoltori della zona, affascinato soprattutto dalla filosofia dei vignaioli di Oslavia, che negli anni ’90 iniziavano a sperimentare le tecniche passate della macerazione e delle vinificazioni con meno impatto possibili. Nel 1997 la decisione di investire in alcuni appezzamenti e coltivare per hobby la vigna, con alcune vinificazioni casalinghe effettuate nel garage di casa, anche per supportare le forniture del ristorante.

ParaschosL’hobby si trasformò ben presto in un’attività, portando la famiglia a creare una nuova cantina nel 2003, ambiente che andiamo ad esplorare con Alexis, oggi a fianco al padre assieme al fratello Jannis, per tutte le attività legate alla conduzione di vigneto e vinificazioni. In cantina l’uva arriva dopo una vendemmia manuale in cassetta e viene diraspata per poi seguire diversi processi, dipendentemente dal vino che si vuole produrre.

Fin dal 2003 le fermentazioni sono tutte spontanee, un’annata iniziale che è stata estremamente favorevole a discapito della siccità e il caldo che l’ha caratterizzata. Oggi le fermentazioni sono sempre più veloci “si diraspa la sera e il mattino seguente i tini sono già gonfi” e, grazie alla formazione di carbonica ed alcol, vengono impedite fin da subito ossidazioni o l’insorgere di volatile. In cantina vi è la massima cura nelle colmature e nei vari travasi, quando necessari, senza mai aggiungere solforosa; non ci sono standard, ma si segue l’andamento del vino al fine di produrre delle bottiglie che possano essere il frutto del territorio.

Una piccola parentesi sull’annata 2014, nella quale si è prodotto un unico vino bianco, blend di tutte le uve bianche coltivate, questo per salvare l’esigua produzione, contro i clichè dei monovitigni. Il risultato è stato un vino che ha superato le attese, con un’ottima acidità e longevità. Paraschos crede nei blend di più varietà al fine di trovare il corretto equilibrio tra le varie tipologie di uva e solo nelle migliori annate vengono prodotte alcune etichette complementari ottenute da monovitigni.

All’ingresso della cantina, oltre alle vasche in acciaio si possono notare alcune piccole anfore di terracotta, provenienti da Creta, le quali contengono la Malvasia Istriana, che affina per tutto il tempo della sua permanenza in questi contenitori sulle proprie bucce. Di media l’affinamento dura fino ad aprile dell’anno successivo alla vendemmia con le anfore che vengono sigillate attraverso una cera d’api a caldo, materiale che da un lato impermeabilizza il vaso vinario, mentre dall’altro permette una micro ossigenazione. Il vino in questo caso non tocca il legno e viene messo direttamente in bottiglia, senza solforosa.

A parte l’Orange One e il Ponka le altre uve a bacca bianca seguono una breve macerazione tra i due ed i sette giorni, per poi essere pressate, lasciate decantare in vasche d’acciaio, senza controllo della temperatura, travasando per caduta il vino in botti grandi posizionate al piano inferiore della cantina. Di media gli affinamenti variano dai due ai quattro anni e solo i vini rossi affinano in legno di piccole dimensioni, ormai esausto e in sostituzione, visto che risale al ‘97/’99 e, il più recente, al 2006.

Il vino che affina per il minor tempo è il Pinot Grigio, per circa un anno o al massimo due e quest’uva è anche la prima ad essere vendemmiata.

ParaschosPer parlare dei due vini macerati non c’è modo migliore che assaggiarli, nella sala degustazioni adiacente alla cantina. Partiamo con l’Orange One 2018, blend degli autoctoni Friulano, Ribolla Gialla, Malvasia, che restano per due/tre settimane a contatto con le proprie bucce. Un vino pieno sia al naso sia al palato, con sentori di albicocca disidratata, confettura di frutta a polpa gialla, tè verde, spunti aromatici, note resinose e un sottofondo fumè, per un sorso avvolgente, pieno, con un’ottima mineralità, buona acidità, abbastanza sapido, lungo e con un leggero tannino in sottofondo.

La degustazione assieme ad Alexis fa scoprire la sua passione per il mondo del vino “fatto in maniera il più naturale possibile”, vivendo circondato da amici e coetanei del posto che fin dalla sua adolescenza avevano i genitori che producevano vino con questa filosofia. “I primi vini convenzionali li ho assaggiati alle fiere!”.

ParaschosPassando al Ponka 2018, si può assaggiare un uvaggio di vigna, allevata a Sauvignon e Chardonnay, blend internazionale rispettivamente di 70% della prima uva e 30% della seconda, che effettuano una macerazione di circa due giorni. I principali sentori al naso sono di pesca bianca, frutti tropicali, mango, fiori bianchi, gelsomino, fiore di limone, note erbacee, leggera nota di peperone verde. Un sorso fresco, minerale, con una buona spalla acida, buona sapidità e una verticalità maggiore del precedente, dalla buona persistenza.

Il terzo bianco è il Kai 2018, da uve Tocai provenienti da vecchie vigne di ottant’anni; questo vino presenta note di pesca gialla matura, bergamotto, fieno, miele, salvia, timo, pepe, noce moscata, note di toba, fumè, per un palato che richiama la frutta secca, ben minerale e con un’ottima sapidità, pieno, avvolgente e di buona durata.

Il logo dell’azienda Paraschos è sempre stato un pi grego (π), ma ad oggi si vuole dare più spazio al nome di famiglia e al territorio e così sono state anche modificate le etichette, che verranno ancor più snellite nel futuro più prossimo. “Quando scegli una bottiglia al ristorante ti ricordi dei simboli, ma noi vogliamo che le persone si ricordino del nostro nome e del territorio che rappresentiamo”.

Una conclusione con il Pinot Nero 2015, “perché quando c’è va assaggiato”; vino prodotto in minime quantità che affina per almeno due anni in legno e circa cinque anni in bottiglia. Dalle basse rese e dagli acini spargoli si presenta un risultato finale che esprime note di piccoli frutti rossi e neri, frutti di bosco, ciliegia, spezie, note ematiche, ferrose, un leggero tabacco, grafite, per una buona freschezza in bocca, buona acidità, minerale e discretamente sapido, lungo e con un tannino delicato che conclude il sorso.

ParaschosUn tocco di Grecia in quel del Friuli che merita la maglietta numero 139, consegnata ad Alexis Paraschos!

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