Tra le campagne di Chaudefonds-sur-Layon con Patrick Baudouin (Francia)

Assieme a Patrick Baudouin, conosciuto pochi mesi prima alla fiera Slow Wine di Bologna, per toccare con mano le sue terre e assaggiare i suoi vini

14 Agosto 2023

Siamo tra le campagne di Chaudefonds-sur-Layon dove Patrick Baudouin, conosciuto tra i banchetti della fiera Slow Wine di Bologna qualche mese prima, ha fondato la realtà vitivinicola che porta il suo nome. In realtà a Chaudefonds-sur-Layon troviamo il quartiere generale dell’azienda, con la cantina ed alcuni vigneti che si estendono nell’aria di circa un chilometro, in un substrato che cambia molto nei suoi estremi, incontrando ere geologiche diverse e un terreno che corrisponde, da un lato, al massiccio armoricano (di un’età compresa tra i cinquecentocinquanta e i trecentocinquanta milioni di anni) che caratterizza il nord-ovest della Francia, includendo tutta la Bretagna. Gli altri appezzamenti vitati si trovano in tre ulteriori comuni: Saint Aubin, dove prevale un terreno ricco di carbonifere, Rochefort e Savennieres, in cui a farla da padrone è lo scisto. Gli ettari in produzione sono complessivamente una decina, oltre ad averne un altro paio piantati negli ultimi anni, che stanno iniziando a dare i primi frutti.

Per comprendere meglio l’ecosistema di Patrick Baudouin ci avventuriamo tra le vigne presenti dietro alla cantina, in una collina di circa novanta metri sul livello del mare, nella quale è stato piantato lo Chenin, prevalentemente nel 2011, ma anche nel 2017 e nel 2019. Le nuove piante sono state ottenute da una selezione massale di vecchie vigne; una curiosità è che i porta innesti piantati nel 2017 sono stati innestati tra il 2020 e il 2021. Tra le vigne si può notare il sottosuolo che è formato da una parte di scisto e da un’altra di roccia sedimentaria corrispondente al massiccio precedentemente citato, con una divisione netta tra un filare e l’altro. La parte più bassa della vigna è basata su un substrato più sciolto, mentre, salendo la collina, si incontrano sempre più rocce.

In vigna si lavora alternando trattore e cavalli, per non far stancare troppo gli animali, praticando un’agricoltura biologica, certificata dal 2005, e ritenendo che la biodinamica sia qualcosa di “occulto”. Di media una persona si occupa di due ettari di vigna, non di più, ricercando costantemente un migliore rapporto con l’ecosistema in cui si vive e lavora. Ad Aiutare Patrick nelle lavorazioni della vigna sono coinvolte anche cinque persone portatrici di disabilità. I trattamenti di poltiglia bordolese vengono effettuati a mano, tra i filari crescono erbe spontanee e talvolta si semina un sovescio, dipendentemente dalle necessità del terreno. Nei mesi invernali si lasciano pascolare le pecore in vigna. Altra peculiarità della conduzione della vigna è che non si è voluto puntare sull’esasperazione della monocultura, lasciando alcune aree incolte, o dedicate a seminativo o ancora a piccole aree di bosco.

Approfondendo la storia assieme a Patrick Baudouin troviamo circa cinque generazioni di agricoltori che hanno da sempre condotto la vigna e prodotto Chenin per la vendita, in una differente location. La realizzazione della realtà vitivinicola per come la vediamo oggi è opera dello stesso Patrick che, dopo aver svolto differenti mansioni, principalmente nella capitale Parigi, ha deciso di tornare nel 1990 tra le sue terre natali e dedicarsi alla sua passione: la produzione di vino. In un primo momento sono stati effettuati alcuni corsi, definiti da lui “elementari”, per approfondire la materia e comprendere tecniche di allevamento e vinificazione. Al suo ritorno la famiglia aveva mantenuto un solo ettaro e mezzo di vigna e venduto tutti i materiali sia per il mantenimento della campagna, sia quella che era la cantina di vinificazione. L’attuale proprietà è stata acquistata nel 1998, partendo da due concetti filosofici che contraddistinguono la mentalità del produttore: la volontà di produrre vini del territorio e l’idea di farlo in maniera sempre più sostenibile e meno impattante nei confronti dell’ambiente.

La proprietà è considerata come sito protetto dal punto di vista paesaggistico, pertanto si è costruito un magazzino in un’area interrata, costruita in pietra pomice, con un sistema geotermico che permette l’aspirazione dell’aria dall’esterno, per poi essere reintrodotta naturalmente all’interno della struttura. Qui troviamo lo spazio di stoccaggio della produzione di Patrick Baudouin, oltre alle vecchie annate che cominciano dal 1990.

La cantina di vinificazione è stata ricavata in una vecchia stalla del 1911, dedicata ai cavalli prima e mucche poi, che fa parte della proprietà, e al suo interno sono presenti vasche in acciaio, utilizzate solo per gli assemblaggi dei vini che devono essere imbottigliati, oltre ad alcune decine di barrique e tonneau, decisamente usate. Le uve tendenzialmente iniziano a fermentare nelle botti spontaneamente in una notte e dopo aver effettuato una prima sfecciatura naturale si fa terminare il processo di fermentazione sempre in legno. Durante il processo si utilizza un minimo di solforosa ed è curioso vedere dalle foto di Patrick come dalle barrique esce naturalmente parte della “feccia” più grossolana, dovendo pulire le botti e la cantina almeno per i primi tre/quattro giorni.

Il corpo principale della proprietà è un’antica villa, ricostruita nel 1870 e restaurata negli anni, che rappresenta l’ufficio di Patrick Baudouin oltre che alla sala d’accoglienza e dedicata alle degustazioni. Prima di assaggiare i vini diamo uno sguardo ad alcune riproduzioni di documenti del 1804, nei quali è riportato lo Chenin Blanc, descritto come Franc-Pineau, vantando di essere uno dei migliori vitigni dell’epoca. Patrick è un orgoglioso ambasciatore di questo vitigno e racconta che sono stati organizzati due congressi internazionali dall’Accademia dello Chenin, di cui fa parte, il primo nel 2019 ad Anger e nel 2022 in Sud Africa, durante i quali hanno partecipato più di trecento persone esperte del settore.

Le bottiglie prodotte per anno sono circa trenta/trentacinque mila, dipendentemente dal meteo e dalle eventuali gelate, oltre alla produzione dei vini dolci che incidono sui numeri totali. Il numero di etichette non è mai definito e dipende anche in questo caso dall’annata, ma si possono individuare due/tre vini rossi a base di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, sei o sette Chenin Blanc, con la possibilità di vinificare per singola parcella, e tre o quattro vini liquorosi a base di Chenin.

Gli assaggi cominciano con un vino rosso a base di Cabernet Franc e Cabernet SauvignonLes Coteaux d’Ardenay” 2017, affinato circa un anno e mezzo in barrique, all’interno del quale emergono sentori di frutti di bosco, leggere note di sottobosco, un tocco di peperone, spunti terrosi, di liquirizia, per un palato fresco, dalla buona mineralità persistenza e tannino integrato.

Lasciamo subito il mondo dei rossi per concentrarci sugli Chenin, partendo da “Effusion” 2021 e “Le Corniliard” 2020, rispettivamente su terreni a base di rocce vulcaniche il primo e scisto il secondo. “Effusion” presenta al naso note di limone, bergamotto, spunti sulfurei, di pepe bianco, mentuccia, basilico, con una maggiore verticalità e spalla acida del secondo vino. Questo al naso è più floreale, con note più ossidative, di nespola, miele, fiori gialli, per un palato più largo, pur mantenendo una buona acidità, corpo, persistenza e sapidità, caratteristiche comuni.

Altri due Chenin sono quelli prodotti da due altre particelle dell’azienda Patrick Baudouin: “Savennieres Bellevue” 2021 e “Clos des Bruandieres” 2019, su terreni carboniferi, ricchi di quarzo. Il primo vino esprime al naso note floreali di tiglio, scorza di limone, punta di spezia, fiore di sambuco, leggermente chiuso forse per la sua giovane età. Al palato è quello che presenta una maggiore verticalità e spalla acida, minerale e dritto, con una discreta persistenza. Il secondo vino è più sbilanciato sull’agrume maturo, nota ammandorlata, pepe, pietra bagnata, con una velata nota ossidativa. In bocca un buon corpo, discreta acidità, minerale e di buona persistenza.

Dalla parcella di Les Zersiles passiamo al “Ronceray” 2019; una sorta di “stratagemma” chiamare questo vino con il nome Ronceray, poiché non è possibile, per il momento, rivendicare tale denominazione per un vino secco a base di Chenin, da quest’area di Quarts de Chaume, essendo dedicata al Liquoreux Quarts de Chaume. Il vino è stato chiamato con il nome dell’abazia del XII secolo, dove sorgono le vigne dedicate alla sua produzione.
Un vino dai sentori più legati alle note officinali, mentuccia, spunti di origano, pur mantenendo le note agrumate, per un palato ricco di mineralità, sapidità, buona acidità e persistenza.

Conclusione dolce ma non stucchevole con il Grand Cru ottenuto con lo Chenin della stessa particella Les ZersilesQuarts de Chaume” 2017. Un vino dai duecentodieci grammi zucchero per litro che si presenta al naso con note di miele, frutta secca, albicocca disidratata, fico, noci, datteri, per un sorso ben equilibrato, supportato dalla buona acidità, discreta mineralità, sapidità e di lunga persistenza.

Arrivederci a Patrick Baudouin, in Italia o nuovamente in Francia, ma intanto per lui maglietta numero 275.

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