Podere Fornace Prima, assieme ad Alessandro che dopo una vita passata in tutt’altro settore si sta dedicando a pieno alla viticoltura
28 Gennaio 2022
Dopo quasi due anni di conoscenza, finalmente a Cerreto Guidi, nell’azienda Podere Fornace Prima, battezzata da Alessandro e condotta assieme alla figlia Olivia.
Siamo a due chilometri e mezzo da Vinci, il paese di Leonardo, in via Romea, una strada che vede ogni anno il passaggio di migliaia di turisti, i quali puntualmente si fermano per fare le foto alla vallata dove sorgono le vigne di Alessandro.
La scoperta di Podere Fornace Prima comincia proprio con uno sguardo sui vigneti che si dividono in due macro-appezzamenti di due ettari e mezzo e due ettari, con il primo che conta viti di circa settant’anni dove a farla da padrone è il classico uvaggio di campo atto a produrre il Chianti: Sangiovese, Trebbiano e Canaiolo. Alzando lo sguardo poco più su si può vedere una sorta di macchia inerbita, più volte spianata per essere lavorata e più volte ceduta; lì nel diciannovesimo secolo sorgeva una cava di argilla e a pochi metri una fornace, la prima delle tre nel paese di Cerreto Guidi. Da qui il nome Podere Fornace Prima!
I terreni sono stati acquistati dalla famiglia di Alessandro, trasferitasi da Barberino Val D’Elsa, dopo aver comprato la fattoria Belvedere a pochi chilometri dall’azienda. Negli anni del boom industriale una mossa in controtendenza, volendo dedicarsi alla vita contadina.
Alessandro si definisce un neonato dal punto di vista della viticoltura, avendo lavorato come meccanico nella prima parte della sua vita, per poi passare gli ultimi venticinque anni in un’industria di materie plastiche, in cui ha potuto brevettare alcuni progetti e di cui ne è stato il direttore di produzione fino alla meritata pensione.
Tornando a parlare di vigna, la conduzione è biologica e biodinamica, con i trattamenti che avvengono con solo rame e zolfo, nessun macerato o composto, l’utilizzo dei preparati 500 e 501 e la tecnica del sovescio a filare alterno, che prevede la semina di favino, pisello proteico, senape, veccia, trifoglio. Nessuna concimazione e massima attenzione alle vigne; l’anziano zio ogni anno lo prende in giro al momento della scacchiatura con frasi del tipo: “che andate a vendemmiare?”, operazione sacrilega per persone di altre epoche.
Il sottosuolo è molto variabile e a vista d’occhio si possono intravedere i diversi cambiamenti anche nei colori; principalmente si trova tufo, arenaria, ma anche terra più grossa e argilla.
Gli appezzamenti più recenti sono caratterizzati sempre da uve autoctone, tra cui Trebbiano Toscano, definito “un po’ zitto al naso, ma portatore di liquido in cantina”, Canaiolo, Malvasia Nera, Malvasia Toscana e centotrenta piante di Ciliegiolo, per un errore del vivaio, che però hanno trovato la giusta posizione e se ne vuole implementare la produzione con mille/duemila nuove piante, che prenderanno il posto di un vecchio vigneto.
Il target sarebbe quello di arrivare ai cinque ettari vitati con una produzione di trentamila bottiglie per anno, contro le circa quindicimila di questi ultimi anni.
Oltre alla produzione di vino anche quella dell’olio con circa cinquecento ulivi. Un processo distante anni luce da quello che mi racconta essere stato in passato con la raccolta che durava anche più di due mesi, per mezzo di scale e piccole cassette di salice rosso “sarcio”, chiamate “bruscole”, legate alla vita dei raccoglitori. Una vita quella delle olive che durava anche settimane prima di essere portate al frantoio, con risultati talvolta poco inclini ad un olio di qualità. Oggi la raccolta avviene in circa quattro giorni e le olive finiscono in frantoio dopo poche ore, donando prodotti di estrema eccellenza, che possono anche durare per più dell’anno di “scadenza” che si attribuisce a questo prodotto.
Giunti in cantina, ottenuta dalla ex stalla della casa, ci si trova davanti ad un piccolo ambiente ricco di vasche in acciaio, ma principalmente contenitori di cemento, due tini recuperati negli ultimi anni e le vecchie vasche a muro costruite dal papà di Alessandro, con la più grande che arriva a cento ettolitri. Non c’è alcuna traccia di botti di legno!
Anche in questo caso i processi si sono modificati negli anni, dai due vini “bianco” o “rosso” che venivano prodotti, ora si cerca di valorizzare i monovitigni, oltre all’uvaggio del Chianti.
Nel 2021 è stata acquistata la strumentazione a supporto della prima fase di vinificazione, tra cui pressa a polmone, pompa e diraspatrice.
Le uve a bacca rossa, diraspate, vengono fatte macerare e fermentare spontaneamente e senza controllo della temperatura in vasche di cemento, con tre/quattro rimontaggi al giorno per rompere il cappello. La fermentazione viene presidiata costantemente, con l’obiettivo di portare a zero gli zuccheri per poi lasciare il vino sulla feccia fine prima di essere travasato per un’ulteriore pulizia, senza mai subite filtrazioni o chiarifiche, fino all’arrivo in bottiglia. L’uso di solforosa è limitato e le analisi sul tavolo testimoniano una totale che oscilla tra i trenta e i quaranta milligrammi per litro.
I vini bianchi prodotti sono due, Vermentino e Trebbiano, il primo pressato e lasciato fermentare spontaneamente in cemento, mentre il secondo resta a contatto con le bucce per un giorno abbondante.
Gli assaggi dei vini Podere Fornace Prima dalle vasche al fine di capire i vari processi e gli step di avanzamento nelle vinificazioni, partendo dal Vermentino, che prenderà il nome di “Invidia” in bottiglia, richiamando un passo della divina commedia in etichetta. Un 2021 dai sentori agrumati, tropicali, con una mela golden che spicca, ma anche un delicato mallo di noce, fiori di campo ed erbe aromatiche. In bocca c’è ancora un leggero residuo zuccherino, ma il corpo è buono, una buona complessità ed avvolgenza, con note minerali e sapide.
Il naso è molto più tenue nell’altro bianco, Trebbiano Toscano 2021, che andrà in bottiglia con il nome di “Aurea”, per il suo colore dorato, donato dalla leggera macerazione sulle bucce. Timido e più floreale al naso si esprime con la sua avvolgenza, grassezza e pienezza al palato; vino più tondo, già ben equilibrato con un sottofondo sapido e minerale anche in questo caso.
Si passa subito ai rossi con l’assaggio del Chianti 2021, che prenderà il nome di “Sincere”, ottenuto con uve di Sangiovese, Canaiolo e Trebbiano che fermentano insieme. La vasca ha subito un travaso qualche giorno fa e merita un po’ di ulteriore riposo per apprezzarvi al meglio il liquido contenuto. Vino che si presenta con note di frutti rossi, frutti di bosco, liquirizia, alcune note ematiche, per un palato fresco e con una discreta acidità e mineralità, abbastanza sapido e un tannino ancora giovane, ma non invadente.

Il fratello maggiore è la Riserva 2020, che prenderà in nome di “Harmonia”, ottenuta da uve di Sangiovese e Canaiolo, che resta di media due anni in vasche di cemento e affina un altro anno in bottiglia. Qui la frutta rossa è ancora più intensa, con un leggero sottobosco, liquirizia, note di rosmarino, spunti erbacei. Buona l’acidità, minerale, tannino setoso ma ben presente, di un piacevole equilibrio e buona persistenza.
Parlando di futuro è previsto un piano di miglioramento aziendale con la creazione di un magazzino e una sala degustazioni per accogliere curiosi, appassionati o professionisti del mondo del vino, potendo offrire, oltre ad un calice, anche qualche pietanza tipica toscana, mantenendo una cura nella ricerca e selezione delle materie prime.
La mattinata in Podere Fornace Prima si è conclusa nel migliore dei modi, con un pranzo a base di fiorentina al ristorante di Cerreto Guidi, “Adriano 7 3 1 9 4 3”, accompagnata dalla bottiglia di “Cavaliere” dell’azienda. Un Sangiovese in purezza, annata 2017, che ben si sposa con la carne, grazie ai suoi sentori di frutti neri e rossi e un gusto pieno, morbido ma non troppo, buona acidità e tannino che ben equilibra il boccone di carne rossa.
Dopo qualche scorta di bottiglie maglietta numero 135 per Alessandro, in attesa di tornare a vedere i lavori di ampliamento previsti!


