Direzione Caneva, al di là del confine tra Veneto e Friuli a Rivecoldefer (Pordenone)

Rivecoldefer, assieme a mamma Alessia, papà Lino e la figlia Claudia, con cui finalmente abbiamo organizzato il tanto atteso incontro in cantina

23 Aprile 2023

Dopo più di qualche anno di conoscenza con Claudia, finalmente riusciamo a scavallare il confine tra Veneto e Friuli in direzione Caneva, nell’azienda di famiglia Rivecoldefer. Accoglienza calorosa da parte di Claudia, mamma Alessia, papà Lino ed in cagnolino Charlie, con cui andiamo subito a vedere i vigneti circostanti.

Ci troviamo in Val Settimana, in provincia di Pordenone nell’omonimo Col de Fer, poco più in basso dei resti dell’antico castello. Un tempo questa vallata era ricca di rovi e spini, ma papà Romeo si innamorò ugualmente di questo luogo, dove facevano capolino la vecchia casa, ormai in stato di abbandono e cinque filari di vigna. Pur provenendo da tutt’altro settore, iniziò la sua attività nel mondo del vino e della viticoltura, cominciando dal sistemare la vegetazione che aveva preso piede negli anni, creando circa quarant’anni fa alcuni terrazzamenti nei quali si cominciarono a piantare le barbatelle frutto di una selezione massale delle vigne ritrovate. Col tempo è stata ristrutturata anche la casa, creando, di fianco, la cantina. Alla mancanza prematura di papà Romeo, Alessia e Lino, assieme alle tre figlie, hanno deciso di trasferirsi in collina per seguire l’azienda a tempo pieno, così dal 2003 portano avanti Rivecoldefer.

L’azienda conta oggi undici ettari vitati più due boschi e una coltivazione di alberi da frutto che comprende gli autoctoni fichi mori e ulivi. In una zona dove un tempo si produceva molto Verdiso (oggi Rivecoldefer è rimasta l’unica azienda a produrlo), troviamo, oltre a questa varietà locale, anche Malvasia Istriana, con un impianto a pergola, Glera atto a Prosecco, Incrocio Manzoni 6.0.13, Refosco dal Peduncolo Rosso, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Nell’area più alta degli appezzamenti c’è la fortuna di avere una costante ventilazione che crea un microclima asciutto e privo di umidità, più soggetta nella parte di fondo valle. La ventilazione e il clima più asciutto favoriscono una sanità in vigna, che impatta anche nei trattamenti che vengono effettuati in maniera “normale”, senza alcuna certificazione, ma facendo attenzione alla sostenibilità. “Se piove non si entra in vigna, visto il terreno argilloso che diventa estremamente scivoloso”. Piccolo inciso, il substrato è principalmente argilloso, ma si contano anche delle venature di carbonato di calcio e, proprio per questo motivo, un tempo poco più su dell’azienda c’erano alcune cave per l’estrazione di questo materiale. Le lavorazioni si effettuano a mano, facendo attenzione al semi-selvatico Verdiso e al Refosco, due varietà molto vigorose dove viene fatto anche un diradamento. L’inerbimento è spontaneo (erba che poi viene tagliata con il decespugliatore), non lavorando l’interfila e non si effettuano concimazioni se non nei vigneti più giovani, rigorosamente con concime organico. Qui non mancano gli animali come svariati insetti, caprioli, salamandre e pure alcuni lupi, probabilmente giunti dalla Slovenia.

Spostandoci di fronte alla cantina si può vedere il vigneto più vecchio, che conta filari misti, alternando Cabernet, Merlot, Verdiso e Glera, oltre ad essere attorniato dalle piante di ulivo (in totale centosessanta, piantati in diverse fasi e con varietà che spaziano da Leccino, Pendolino, Frantoio, Ascolana, Bianchera Friulana, Tonda di Villa). In quest’area, sotto al costone della collina si trova la maggior parte di carbonato di calcio, anche in superficie.

La cantina Rivecoldefer è nata dalle ceneri della vecchia stalla e si possono trovare vasche in acciaio e alcune botti di legno utilizzate praticamente solo per tre vini: MerlotRust”, Bakù (Refosco e Cabernet Sauvignon) e il blend “Arabis” (Malvasia e Incrocio Manzoni). La vinificazione è classica, con lieviti selezionati neutri e l’unico processo che viene effettuato esternamente è la spumantizzazione.  Prima degli assaggi uno sguardo all’abitazione di famiglia, dove, durante il restauro, si è ritrovata una piccola strada di pietra che collegava il castello alla casa, utilizzata come via di fuga in caso di attacchi nemici.

Le etichette prodotte sono diverse, con due tipologie di Verdiso, sui lieviti e Martinotti; un Prosecco Extra Dry, il “Birbo”, blend di Verdiso e Glera; Malvasia Istriana in bianco e rifermentata in bottiglia; Incrocio Manzoni 6.0.13; un blend di Malvasia e ManzoniArabis”; Merlot; Cabernet; Refosco; MerlotRust”, blend di Refosco e MerlotBaku’” e per finire un passito “Rù N° 3”, ottenuto da uve Merlot e Refosco. Un breve aneddoto sul vino “Rù N° 3” raccontato da Lino: “un tempo i clienti di questi territori erano principalmente veneti, dalle province di Venezia, Vicenza e Belluno che, talvolta, lamentavano il fatto che i vini di queste zone erano piuttosto tannici e che in primavera ‘legavano’. Così un anziano del posto ha consigliato come fare ‘el vin ruffian’ appassendo le uve, concentrando la carica zuccherina, pur mantenendo il colore e il corpo, ma riducendo l’astringenza e la tannicità”.

La degustazione non può che cominciare con il simbolo del territorio, il Verdiso di Rivecoldefer che viene imbottigliato come “vino opaco” e rifermenta grazie all’aggiunta di mosto d’uva concentrato e i lieviti rimasti nel vino base.

Solitamente la rifermentazione avviene tra maggio e giugno, così da evitare i mesi più freddi e un ipotetico blocco del processo. Al naso spiccano le note di mela, lievito, spunti erbacei e di tenue pasticceria, per un vino dal palato fresco, con una bolla abbastanza fine, buona mineralità e discreta persistenza.

Un passaggio di Malvasia Istriana 2019 vinificata ed affinata in solo acciaio, neo-vincitrice di una medaglia d’oro in un concorso internazionale in terra croata, come una tra le migliori Malvasie, dai sentori di pesca gialla, nespola, tiglio, anche qui uno spunto di erba fresca, miele, note di frutta secca e una leggera nota di erbe aromatiche. Un sorso fresco e deciso, con una buona mineralità, spalla acida, discreto corpo, “rotondo” e di persistenza.

L’ingresso nel mondo dei rossi con il Refosco dal Peduncolo Rosso 2021, anche questo vinificato ed affinato in solo acciaio. Un giovanotto che si presenta nel bicchiere con note di frutta rossa e nera, come le more, rosa rossa, geranio, tocco speziato, alcune note terrose e un ricordo di cipria. Al palato si percepisce la buona spalla acida, discreta mineralità, buon corpo, costante richiamo fruttato e moderato tannino.

La conclusione non poteva non essere diversa dall’assaggio di uno dei vini di punta dell’azienda, per quanto riguarda il mondo dei rossi di struttura: il “Rust” 2019, un Merlot 100% che riposa sette/otto mesi in tonneau e circa due anni in bottiglia. Un vino complesso, dai sentori di piccoli frutti rossi e neri, sottobosco, fungo, note terrose, ma anche tabacco dolce e pepe nero. Al palato si avverte la sua complessità e corpo, ma non è irruente, ben bilanciato anche nella trama tannica.

La giornata è terminata con un lauto pranzo in un’osteria tipica del posto La Taverna e con uno sguardo alle Sorgenti del Gorgazzo, nel vicino paese di Polcenigo, non prima di aver consegnato la maglia 238 a Claudia e 239 ad Alessia.

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