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lunedì, 23 maggio, 2022

Ronchi di Cialla, in via Cialla a Prepotto (Udine)

Ronchi di Cialla, a casa della famiglia Rapuzzi in compagnia di Pierpaolo, il fratello Ivan e la mamma Dina

17 Dicembre 2021

Ronchi di Cialla è negli anni diventata sinonimo di Schioppettino e la storia di questa realtà non può partire che con il racconto del suo capostipite Paolo che assieme alla moglie Dina ha creduto in questa varietà, un tempo “fuorilegge”.

Ronchi di CiallaIn una splendida mattinata di sole vengo accolto a Ronchi di Cialla da Piepaolo, il fratello Ivan e la mamma Dina, nella casa di famiglia a Cialla (da cui l’azienda prende il nome), nel comune di Prepotto. La prima costruzione della casa dove ci troviamo, al vertice della collina, risale al 1200 e sono stati trovati alcuni resti di ceramiche appartenenti all’età del ferro, frammenti di ceramica medioevale di fine fattura fanno pensare che probabilmente quest’area era abitata da una famiglia benestante di quel tempo.

Dopo una breve parentesi, ci immergiamo nel secolo scorso alla scoperta del percorso di Paolo e Dina.

Paolo, nato a Udine da una famiglia della medio-borghesia friulana, è migrato a Milano nel primo dopo guerra in cerca di lavoro e fortuna e, una volta arrivato in Lombardia, ha iniziato a lavorare in raffineria con la mansione di pulire i forni Cracking, in seguito alla distillazione del petrolio. Dopo qualche anno di raffineria la svolta nella sua vita, è entrato nella, allora florida, Olivetti, compagnia pionieristica nella seconda metà del Novecento, dove ebbe la fortuna di effettuare diversi corsi di formazione legati alla vendita e al marketing, una carriera florida a Milano che però non lo dissuase dal ritornare nel “suo” Friuli”.

In Friuli trovò occupazione in un’azienda concorrente della Olivetti, dove conobbe Dina che divenne compagna e socia nella condivisione del progetto che da lì a poco sarebbe nato.  L’azienda udinese dove Paolo iniziò la sua nuova attività friulana ebbe da subito un grandissimo successo tanto che fu acquisita dalla Olivetti stessa e Paolo diventò il responsabile delle concessionarie a marchio tra Cividale e Manzano.

Una concessione di certo importante e remunerativa, che però, non soddisfava totalmente le ambizioni di Paolo, che bramava per un’attività creata e gestita interamente da lui, con il supporto e coinvolgimento della moglie.
Dopo la metà degli anni Sessanta, la coppia iniziò ad avvicinarsi ad alcune letture legate alla storia del Friuli, imbattendosi anche in temi quali agricoltura e vinificazioni. Libri, documenti e racconti del periodo antecedente alla Fillossera che parlavano dell’allevamento della vite e di duecento/trecento varietà autoctone di uva, evidentemente cancellate dal parassita e dalle due guerre mondiali in quasi un secolo di vicissitudini tragiche nella storia di questa terra.

Ronchi di CiallaIncuriositi da questa scoperta iniziarono una ricerca storica di quello che in Friuli veniva prodotto in un passato lontano, antecedente all’introduzione di questo piccolo insettino americano che distrusse, nella seconda metà del XIX secolo, quasi tutti i vigneti europei, la Fillossera appunto. La risposta dei contadini locali del XIX e poi degli inizi del XX secolo fu quella di introdurre o di incrementare notevolmente la produzione di vino da varietà internazionali. In questo modo si diffusero molto rapidamente i Merlot, i Cabernet, i Pinot, il Franconia e così via. Era evidente che non bisognava biasimarli, queste varietà erano molto più facili da coltivare e davano rese maggiori rispetto a quelle con cui erano abituati a lavorare. Proprio da queste considerazioni Paolo e Dina iniziarono a riflettere su quello che avrebbero voluto fare.

La passione era diventata talmente importante che i due decisero di cambiare vita e di investire tempo, energie e finanze per produrre il vino, credendo fortemente sulle varietà friulane; a quel tempo quelle autorizzate e riconosciute dalla DOC Colli Orientali del Friuli erano PicolitVerduzzo e Refosco.

Ronchi di CiallaIl 30 gennaio 1970 è stata acquistata la proprietà dove oggi sorge la casa di famiglia e una parte della cantina di vinificazione, ma il desiderio non era quello di interrompere la ricerca che tanto aveva affascinato Paolo e Dina, volendo approfondire maggiormente quelle varietà autoctone scomparse, forti anche dei ricordi degli anziani abitanti di Cialla che vennero da subito interpellati circa l loro memoria storica, emerse un nome, un vitigno: lo Schioppettino.

Conquistati dalla storia e dal fascino di questa varietà venne fatta una ricerca, anche grazie all’aiuto degli anziani del posto, e soprattutto dell’allora sindaco di Prepotto, Bernardo Bruno, rispetto alle piante superstiti di Schioppettino. Un grosso problema fu il fatto che questa varietà non era autorizzata alla coltivazione.

In due anni Paolo e Dina riuscirono a ritrovare circa sessanta/settanta piante in paese e nelle vallate vicine (anche il sindaco nel suo orto ne aveva una decina) provarono a richiedere il permesso di poterle allevare, all’allora assessore regionale, che con molta fermezza rispose “se mettete giù lo Schioppettino andrete in galera”.

Ormai è storia nota e passata e possiamo raccontare che due anni di ricerca Paolo e Dina piantarono circa tremilaseicento piante di Schioppettino, proprio nella vallata di fronte a casa, grazie all’aiuto di un vivaio che si occupò di ricreare nuove barbatelle dalle piante ritrovate. Un “Refosco farlocco” fu utilizzato nei documenti di lavorazione di queste barbatelle in quanto neppure l’innesto di una varietà non autorizzata era consentito.

L’idea era quella di procedere con un impianto “abusivo” di Schioppettino che sarebbe sfociato con un’autodenuncia nel momento preciso in cui la vigna avrebbe iniziato a dare i suoi frutti. Il destino volle che il tema dello Schioppettino giungesse alle orecchie della famiglia Nonino, che in quegli anni era già in auge per la produzione dei propri distillati e grappe. Proprio il desiderio di investire sulla grappa ottenuta da varietà autoctone friulane portò la famiglia Nonino a creare nel 1975 un premio per valorizzare la civiltà contadina e salvaguardare le varietà autoctone friulane destinate a scomparire. Una giuria d’eccellenza, tra i quali spiccavano i nomi di Luigi Veronelli, Gianni Brera e presieduta da Mario Soldati decretò come vincitori del “Premio Nonino Risit d’Âur” (in friulano: barbatella d’oro), proprio Paolo e Dina Rapuzzi, con il loro impianto di Schioppettino. Nella commissione c’erano, inoltre, l’assessore regionale, che aveva precedentemente negato il permesso di piantare le barbatelle e numerosi politici locali e nazionali.

La cassa di risonanza che ebbe la manifestazione fece emanare nell’anno successivo, 1976, un decreto legge che autorizzava la coltivazione dello Schioppettino, oltre ad altre varietà quali il Tezzelenghe ed il Pignolo.

In seguito lo Schioppettino fu inserito nella DOC Colli Orientali del Friuli, nel 1989 e la sottozona Cialla, nel 1995, prima sottozona del Friuli.

Antecedentemente all’inserimento nel disciplinare della DOC e alla nascita della Sottozona il tema principale della famiglia Rapuzzi è stato quello di capire quale fosse il destino di quest’uva che avevano riportato alla luce; un’uva dalle origini caucasiche che si ipotizzano essere addirittura datate a tremila anni prima di Cristo. La risposta fu quasi retorica e l’allevamento dello Schioppettino fu condiviso con altre aziende friulane in tutti i Colli Orientali del Friuli.

Ronchi di CiallaUn’uva unica, recuperata da circa settanta piante superstiti, caratterizzate però da circa trenta biotipi differenti a dimostrazione dell’origine davvero antica ed un solo lontano parente che oggi viene coltivato in Ungheria.

Dopo la prima battaglia per ottenere il riconoscimento dello Schioppettino e averne permesso la diffusione in tutti quei territori dove un tempo soggiornava, il tema di Ronchi di Cialla si spostò sul come vinificare le uve.

In questa fase entrò in gioco la passione per i Pinot Nero di Borgogna, con la loro finezza e capacità di invecchiamento, ma “solo dalla parte del bicchiere”, non avendo, nè Paolo né Dina, alcuna competenza enologica.

Dopo aver perso la prima vendemmia nel 1976, a causa del terremoto che devastò il Friuli, si instaurò un rapporto di grande amicizia con il maestro Luigi Veronelli e la richiesta da parte dei Rapuzzi di un enologo, possibilmente dalla Francia. La scelta, su consiglio di Veronelli, ricadde su uno dei maggiori conoscitori del mondo del vino francese, colui che introdusse l’utilizzo della barrique in Italia, per la produzione del Sassicaia nel 1968/69. Fu così che Ronchi di Cialla nel 1977 divenne la seconda azienda in Italia ad introdurre le barrique, grazie ovviamente al supporto di Giacomo Tachis.

Lo Schioppettino e il Refosco furono i primi rossi friulani ad affinare in barrique, mentre Verduzzo e Picolit i primi bianchi in Italia.

Scommettendo sulle potenzialità di invecchiamento dello Schioppettino, l’azienda Ronchi di Cialla, dalla vendemmia 1977 ha conservato importanti quantitativi di bottiglie, contandone oggi uno stock di circa settantamila.

Ronchi di CiallaOggi, oltre alla biblioteca di vecchie annate, l’azienda produce circa ottanta/centoventimila bottiglie per anno, mantenendo lo stesso stile di etichetta di un tempo e circa ventotto ettari di proprietà nella sottozona di Cialla, allevati con sole varietà autoctone. I vini prodotti, tutti all’interno della sottozona Cialla, sono divisi tra due denominazioni: quelli da invecchiamento seguono il disciplinare Cialla mentre quelli ottenuti dalle stesse uve, ma non progettati per l’invecchiamento si fregiano della denominazione Friuli Colli Orientali e sono più freschi e varietali.

L’azienda è condotta da Pierpaolo e Ivan, entrambi laureati in Scienze Alimentari, dividendosi il lavoro rispettivamente di cantina e campagna, con alcuni collaboratori, che supportano le varie attività.

Per quanto riguarda la campagna si è scelto di ottenere la certificazione “Biodiversity friends”, che va al di là del protocollo biologico, calcolando di anno in anno un coefficiente di biodiversità ed assegnando un punteggio fino ai cento punti, con una soglia minima di ottanta per ottenere la certificazione.

Le verifiche riguardano la composizione della fauna (in termini di specie diverse ed esemplari per ciascuna di esse), dei corsi d’acqua prossimi ai vigneti e della qualità dell’aria indicata dalla più o meno estesa presenza di licheni sul tronco dei vecchi alberi. Al fine della certificazione viene inoltre richiesta la presenza all’interno della proprietà di una superficie boschiva sufficiente a compensare l’emissione di anidride carbonica che si verifica durante il corso delle fermentazioni. L’azienda, inoltre, è autosufficiente da un punto di vista energetico garantendosi il fabbisogno attraverso fonti rinnovabili.

Viene praticamente calcolato quanto l’uomo danneggia l’ambiente e ogni anno è necessario aumentare il livello qualitativo per poter continuare ad essere certificati.

Ronchi di CiallaTra le chiacchiere e l’excursus sulla storia di Ronchi di Cialla e dello Schioppettino è arrivato il momento di assaggiare due interpretazioni di questo vino che un tempo prendeva anche il nome di Ribolla Nera. Piccola parentesi burocratica: oggi nelle etichette troviamo un nome pattuito con l’ente di Repressione Frodi, “Rinera” poiché Ribolla Nera non è presente nel catalogo viticolo ufficiale.

Lo Schioppettino 2019 “Friuli Colli Orientali” in questa interpretazione è ottenuto da uve ottenute da vigneti in Cialla, con un’età media compresa tra i venti e i venticinque anni, fermentazione lenta avviata con lieviti indigeni e vinificazione in solo acciaio. Delicato al naso, con sentori di ciliegia, una tenue spezia, rabarbaro, mentre al palato si presenta fresco, avvolgente, verticale con una buona mineralità e un tannino morbido, mai invadente.

Ronchi di CiallaIl secondo assaggio è della linea “Cialla” e viene ottenuto con le uve delle piante mediamente più vecchie; un 2016 che porta in etichetta i dettagli della produzione ed il numero della bottiglia (nello specifico caso numero 2040 rispetto ad una produzione di 14210 bottiglie bordolesi, 240 magnum e 24 jeroboam).

L’affinamento, in questo caso, prevede circa un anno di barrique e quattro anni di riposo in bottiglia, per ottenere un vino dove la frutta a bacca rossa e nera è più concentrata, sentori di frutti di bosco, ma anche fiori secchi, sottobosco e note pepate. In bocca mantiene sempre un’ottima freschezza, buon tannino e discreta acidità, vino minerale, abbastanza sapido e abbastanza persistente.

Da sottolineare, in entrambi i vini, una gradazione alcolica che non supera i 12.5 gradi, al fine di avere un vino di beva, di cui se ne può apprezzare un primo, ma anche un secondo e terzo calice.

Come tradizione e ospitalità friulana vuole, non poteva mancare l’accompagnamento con qualche fetta di un salame “de casada” (Fatto in casa), per godere di un tipico e ottimo aperitivo casalingo.

Oltre allo SchioppettinoRonchi di Cialla ha anche investito molto su un uvaggio chiamato “Cialla Bianco”, blend di Ribolla Gialla al 60%, 10% di Verduzzio, 30% di Picolit. Un vino affinato per circa un anno in barrique, le cui origini si attestano proprio nella zona di Cialla, ritrovando alcuni documenti conservati nell’archivio capitolare del Duomo di Cividale, nei quali sono citate le tre uve, che davano come risultato un “Bianco”.

Uscendo dalla casa di famiglia uno sguardo alle vigne che circondano la proprietà, sia davanti all’abitazione, sia nelle vallate adiacenti, attorniate da boschi, permettendo così a Ronchi di Cialla di essere l’unica azienda presente in quella zona.

Ronchi di CiallaA poche decine di metri è situata la cantina per le vinificazioni, con una parte di magazzino dove sono custodite alcune vecchie annate dell’azienda. Uno storico che viene completato in un altro spazio a pochi chilometri da Cialla. Nel progetto originario la cantina sarebbe dovuta sorgere al posto della stalla adiacente all’abitazione, che purtroppo ha visto un destino poco felice in seguito al terremoto del 1976.

Ronchi di CiallaIn attesa di scoprire qualche vecchia annata di Schioppettino di Cialla Ronchi di Cialla, per Pierpaolo, in condivisione con mamma Dina, maglietta 127 Winetelling.

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